Ogni giorno ce n’è una. Ora è il turno di Spartaco Pupo, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università della Calabria e membro del consiglio scientifico del Machiavelli, che è stato ufficialmente intimato dal suo ateneo di prendere le distanze nientemeno che da… David Hume. Questa la frase incriminata, postata come riflessione l’8 marzo scorso dall’accademico sui suoi social:

Pupo tuttavia alla gogna mediatica e alla cancel culture non ci sta, e ha ribattuto a tono:

Il linciaggio contro Pupo è solo l’ennesimo caso di aggressione ideologica contro un docente o un intellettuale nel giro di appena una settimana. C’è un problema di libertà d’espressione, dunque, nel nostro paese, e in generale in tutto l’occidente. Questo problema si chiama “doppio standard”. Un bispensiero orwelliano per il quale le democrazie garantirebbero la libertà di parola ma solo a coloro i quali si trovano dal lato dei “bravi” della lavagna. Se vieni iscritto dall’altra parte, sei fregato. E devi tacere.

Figli e figliastri

Così, Donatella Di Cesare, ordinario di filosofia teoretica all’Università “La Sapienza” di Roma, viene difesa a spada tratta (con tanto di manifestini decorati di stella rossa) per un post su X da lei pubblicato il 5 marzo 2024 per celebrare la brigatista rossa Barbara Balzerani, morta il giorno precedente: “La tua rivoluzione è stata anche la mia. Le vie diverse non cancellano le idee. Con malinconia un addio alla compagna Luna”. Nel caso di questa vera e propria apologia di una terrorista, il Magnifico della “Sapienza” non ha fatto altro che prendere le distanze, ma nessuna reprimenda è stata intrapresa come invece in quel dell’Unical contro Pupo, studioso di Hume che cita Hume.

E l’ariaccia che tira continua a tirare sempre e solo dal lato dei “cattivi”: così un altro docente di Dottrine Politiche, Marco Bassani (Statale di Milano) ha ricevuto pochi giorni fa anche la sanzione giudiziaria alla rappresaglia inflittagli dall’ateneo per aver postato un «contenuto sessista e altamente offensivo nei confronti non solo della diretta interessata ma dell’intero genere femminile». Il contenuto era un meme satirico sulle frequentazioni letterecce (verissime, peraltro) della vicepresidente degli USA, Kamala Harris. Bassani ha perduto la causa e il tribunale ha ritenuto di confermare che la libertà di parola in Italia c’è per tutti, ma per qualcuno meno che per gli altri.

“Ha detto Geova!”

Un atteggiamento schizofrenico che ricorda il siparietto dei Monty Python sulla lapidazione del blasfemo che aveva detto “Geova” in “Brian di Nazaret”, quando poi si creano cortocircuiti ideologici nel campo dei “buoni”. È il caso di David Parenzo, contestato alla “Sapienza” dai collettivi di sinistra lo scorso 8 marzo, che al grido di “Fascista!” e “sei sionista, non devi parlare” gli hanno impedito di partecipare a un convegno nell’ateneo.

E nonostante la solidarietà al conduttore, resta l’amaro di un’università dove i contestatori possono decidere chi deve parlare e chi no, una tradizione infame che ha avuto nel passato come vittima nientemeno che papa Benedetto XVI (ma con molta meno solidarietà riscossa che non la spalla comica di Cruciani).

In questi giorni, infine, veniamo a scoprire che i blog antifemministi “La Fionda” e “Stalker sarai tu” sono stati fatti oggetto nientemeno che di un’interrogazione in Senato nella quale si chiede che i loro titolari e articolisti – attivisti in difesa dei diritti degli uomini e in particolare dei padri separati – vengano silenziati d’arbitrio sui social. L’interrogazione è del 2022 (come se quell’anno di oppressione di regime non ne avessimo avuta abbastanza), ma la notizia è stata divulgata solo qualche giorno fa.

Rovesciare il tavolo

La costante in queste vicende è che la sinistra mantiene inalterato il suo potere egemonico, sia che sieda dalla parte dei “presentabili” che da quella degli “alternativi”. La destra, invece, riesce a dare dimostrazione di impotenza, sia nella quasi totale assenza di solidarietà ai propri docenti e intellettuali messi sulla graticola, quanto nell’abbassarsi a fare “come la sinistra” ma senza successo, come nel caso del tentativo maldestramente fallito di chiedere la rimozione della Di Cesare.

Insomma, a destra manca totalmente una visione strategica del problema, tanto dal punto di vista della lotta politica ma anche di quello dei valori fondativi. Perché l’arco politico conservatore deve decidere se vuole lasciare la battaglia per la libertà d’espressione alla sinistra – che poi la declina ovviamente sul doppio standard e gliela ridà in testa con potenza moltiplicata – oppure riprenderla in mano, all’insegna di quei tanti intellettuali di area che hanno brandito la fiaccola della libertà, da Thomas Jefferson a Ezra Pound, da Giuseppe Mazzini fino a Giovanni Guareschi. Una libertà che non può essere condizionata da settarismi di partito e tantomeno da squallidi tatticismi.

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Rovesciare dunque il tavolo. Anziché invocare stancamente più censura e “provvedimenti seri”anche per quelli dell’altra fazione, proclamare il “liberi tutti”. Affermare che per lo Stato il diritto a manifestare il proprio pensiero è un bene superiore e costituzionale mentre non esiste alcun diritto a impedire a chicchessia di tenere una conferenza. Un punto che il Centro Studi Machiavelli ha evidenziato avanzando una proposta politica per rendere reato il conculcamento della libertà di pubblica espressione del pensiero. In questo momento, infatti, turbare il diritto di riunione e di pubblica espressione ricade sotto la fattispecie di “violenza privata”, reato residuale la cui punibilità è molto demandata all’interpretazione discrezionale del giudice. Il Machiavelli invece ha proposto di creare una fattispecie apposita: “Violenza o minaccia per impedire riunioni pubbliche o aperte al pubblico”.

Spezzare le armi della sinistra wokeista

E questo sarebbe già un buon punto di partenza. C’è poi la necessità di contrastare la cancel culture sancendo che minacce, demansionamenti, provvedimenti disciplinari e licenziamenti a causa della libera espressione del proprio pensiero sono una forma di discriminazione esattamente come quelle per sesso, razza, lingua, religione, condizioni personali e sociali. Fattispecie che infatti nell’articolo 3 della Costituzione sono elencate insieme a “opinioni politiche”.

Ma si badi, qui non stiamo parlando solo di fare battaglie idealistiche. Imbracciare la fiaccola della libertà di espressione significa colpire il fronte liberal spezzando la sua punta di lancia: il politicamente corretto. La sinistra oggi mantiene la propria egemonia culturale grazie a un’arma di distruzione indiscriminata qual è la cancel culture. La carta dell’indignazione, del “linguaggio appropriato” (dove ovviamente ciò che è “appropriato” lo decide il doppio standard della sinistra), del “mi offendi”.

La strategia è dunque quella della guerriglia: in questo momento il fronte wokeista ha gran parte delle armi culturali in mano e lo ha dimostrato coi casi elencati in questo articolo. Invocare più censura è come sfidare una superpotenza nucleare sul piano delle armi atomiche avendo in mano un petardo. Al contrario, in un’ottica di guerra asimmetrica, costringere il nemico a confrontarsi sul terreno scivoloso della libera espressione (ciò che più temono) significa esporlo a perdite intollerabili, anche perché le sue argomentazioni sono ridicole, dissonanti rispetto alla realtà, inconsistenti: solo la censura può tenerle in piedi. La forza del fronte wokeista si basa sul bavaglio alle opinioni altrui e sul trionfo dell’“indignazione” come strumento extra-legale (o para-legale, come visto nel caso di Bassani) di punizione di chi critica e puntando il dito dice “il re è nudo”. Tolte queste frecce all’arco dei liberal con il reato di violenza contro la libertà d’espressione, l’abolizione dei reati d’opinione e con l’equiparazione della censura ideologica al mobbing per motivi di sesso, religione, razza o condizione sociale, significa disarmarli, letteralmente togliere la spoletta a ogni bomba del loro arsenale. In un agone libero, dove non c’è un arbitro venduto a zittire i propri intellettuali perché “offensivi” o “inappropriati”, la sinistra risulterà impotente e si mostrerà per quel che è: una tigre di carta.

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Redattore del blog del Centro Studi Machiavelli "Belfablog", Emanuele Mastrangelo è stato redattore capo di "Storia in Rete" dal 2006. Cartografo storico-militare, è autore di vari libri (con Enrico Petrucci, Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia e Wikipedia. L'enciclopedia libera e l'egemonia dell'informazione).