di Emanuele Mastrangelo

Le elezioni di mezzo termine negli Stati Uniti sono state sorprendenti. Al di là dell’opacità dei risultati, su cui pesa una pletora di modalità di voto divergenti fra loro da località in località e dubbi inquietanti sull’affidabilità di sistemi postali ed elettronici (che più di qualcuno vorrebbe introdurre anche in Italia…), quel che colpisce è lo scollamento del risultato finale dalla realtà materiale dei problemi degli States.

L’«onda rossa» che molti prevedevano non c’è stata. Sebbene quasi il 70% degli americani abbia un giudizio severo sull’indirizzo preso dal Paese con l’ultima amministrazione dem, l’elettorato non ha premiato l’opposizione repubblicana a Biden. Inoltre, nel determinare la non-sconfitta di una delle peggiori amministrazioni della storia americana, sembra aver pesato una serie d’argomentazioni ideologiche dettate dall’agenda globalista e lontanissime dai problemi materiali più urgenti della società statunitense e degli USA come superpotenza mondiale: aborto e “nuovi diritti”.

A fornire infatti una inaspettata stampella alla “anatra zoppa” è letteralmente sbucata dal nulla una fetta di elettorato – quella della “generazione Z” – galvanizzata dai temi dell’agenda global su femminismo di quarta ondata e “diritti” LGBT. Elettori fra i 18 e i 23 anni che hanno messo in cima alle loro preoccupazioni problemi come i bagni “gender-fluidi” o la garanzia di poter abortire fino a un minuto prima del parto (come la legislazione dello Stato del New York consente). Non pervenute, nel dibattito politico, le gravissime questioni aperte dall’amministrazione Biden: la gestione della cosiddetta “emergenza” sanitaria, con gli obblighi vaccinali apparsi in molti Stati a trazione liberal, la guerra fra Ucraina e Russia, l’inflazione e la crisi nel settore dei carburanti automobilistici, il progressivo isolamento degli USA nel panorama mondiale (con lo storico e strategico alleato saudita in procinto di affrancarsi dall’ingombrante patron a stelle-e-strisce, l’espansione del blocco dei BRICS e la fine del monopolio del dollaro nei mercati internazionali) e infine il rischio mai così concreto di una guerra nucleare con la Russia.

Il voto della “generazione Z” è stato dunque del tutto ideologico, ed è arrivato a far sì che l’elettorato liberal portasse nel Campidoglio un numero di transessuali 20 volte superiore l’effettiva percentuale di questa minoranza sessuale nella società USA e riuscisse a far eleggere un… candidato deceduto. Meglio un democratico cadavere che un repubblicano in parlamento, insomma.

La “generazione Z” si è dimostrata così all’altezza dei meme che vorrebbero quella “Z” come abbreviazione di Zombi: ragazzini fanatici militanti delle parole d’ordine fornite dai social, dai palinsesti TV ultra-liberal e da un corpo docente e universitario totalitariamente allineato all’ideologia woke: “I support the current thing”, “sto dalla parte dell’argomento del giorno”, che
sia la vaccinazione obbligatoria, l’invio di armi all’Ucraina, o i “diritti transessuali”.

L’aver portato lo scontro sul terreno dell’aborto, argomento quanto mai sentito in America, con la sentenza della Corte Suprema e i successivi sviluppi in diversi Stati, sembra dunque aver penalizzato il Partito Repubblicano. Ma il “sembra” è d’obbligo, perché se è pur vero che in molti casi la chiamata alle armi sui “diritti” ha effettivamente mobilitato l’elettorato liberal e segnatamente i giovani elettori “Z”, al contrario – là dove è stata fatta una paziente e infaticabile campagna di galvanizzazione in senso opposto dell’opinione pubblica – si è invece riusciti a ottenere il risultato opposto: in Texas e soprattutto in Florida l’elettorato ha convintamente sostenuto la dirigenza repubblicana che non solo è riuscita a imporre la propria agenda politica (sicurezza , libertà personale contro la dittatura sanitaria, libertà delle famiglie sui temi educativi
etc.) ma è anche riuscita a sfidare e a battere i liberal sul campo ideologico che altrove li ha visti
vittoriosi. Addirittura, nel caso della Florida, lo scontro aperto fra il governatore Ron DeSantis e la Disney (divenuta da tempo una delle corazzate del fronte woke) si è rivelato devastante per l’azienda di Topolino, che si è finalmente vista azzerare tutti i privilegi fiscali di cui godeva da decenni nel Sunshine State.

Ron DeSantis ha così dimostrato che “affamare la bestia” è possibile e che le rendite di posizione di cui godono organizzazioni, ONG, aziende e individui nel nome dell’ideologia LGBT non sono affatto intoccabili. Il risultato delle elezioni in Florida avvalora come uno scontro in campo aperto con l’agenda globalista e l’ideologia woke non solo è possibile e può essere vinto, ma che è anche l’unica strada possibile nel medio-lungo periodo per un fronte conservatore e nazionale. Ignorare i temi posti dall’agenda global o assecondarli nella speranza che vengano percepiti dall’elettorato come secondari di fronte ad argomenti apparentemente più cogenti – come l’inflazione, la politica estera o la sicurezza – è in ultima analisi perdente, perché la capacità che ha il fronte liberal di plagiare le coscienze delle giovanissime generazioni è evidente.

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In assenza di una coraggiosa (e intelligente) campagna di reazione su questi argomenti è fatale che nei prossimi anni l’arrivo alle urne dei giovani “Z” cresciuti a pane e ideologia woke otterrà la marginalizzazione della Destra in tutti i Paesi occidentali, Italia compresa. Il disarmo, se non l’accondiscendenza che nel nostro Paese sembra esserci verso queste tematiche, tuttavia, non promette nulla di positivo per uno schieramento conservatore, che – mutatis mutandis – miri a fare “come in Ungheria”. O “come in Florida”.

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Emanuele Mastrangelo è redattore capo di "Storia in Rete" dal 2006. Cartografo storico-militare, è autore di vari libri (l'ultimo, con Enrico Petrucci, è Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia) e ha curato Eroi. 22 storie dalla Grande Guerra e Terra benedetta. Storie d'Italia e di italiani.