di Lorenzo Bernasconi

Il naufragio avvenuto al largo di Crotone, il cui bilancio provvisorio ammonta a oltre sessanta morti più una ventina di feriti, ha innescato la più grande operazione di sciacallaggio mediatico cui si sia potuto assistere, in Italia, negli ultimi anni.

I principali organi di stampa italiani si sono gettati sui resti delle sventurate vittime, nel tentato di delegittimare il governo Meloni, insistendo sugli aspetti più commoventi o più splatter del terribile incidente e denunciando presunte carenze da parte delle autorità italiane.

Tuttavia, gran parte dei media nazionali si guarda bene dal mettere a fuoco un aspetto fondamentale: tragedie come questa non sono affatto provocate da politiche troppo rigide nei confronti dell’immigrazione irregolare da parte del governo italiano. Al contrario: la disgrazia di Crotone è figlia proprio dell’eccessiva tolleranza dimostrata, negli ultimi vent’anni, dalle autorità della penisola nei confronti di chi entra clandestinamente nel nostro Paese.

Si tratta di una tesi assolutamente dimostrabile, benché, in apparenza, controintuitiva: invito pertanto il lettore a ripercorrere passo passo la catena degli eventi.

Sulla base delle informazioni oggi disponibili, risulta che il natante sia partito da Izmir, in Turchia, quattro giorni prima del naufragio con circa 150 persone a bordo, e pertanto ampiamente sovraccarico. Come si può vedere dalla mappa, quale che sia la rotta seguita dall’imbarcazione, è sicuramente passata vicino tanto alle coste della Grecia continentale, quanto a quelle di diverse isole e isolette elleniche. Perché, dunque, non sbarcare lì, anziché affrontare il mare aperto?

naufragio crotone mappa

La Grecia è un Paese sicuro, un membro a pieno titolo dell’Unione Europea. Chi fugge dalla guerra ha tutto il diritto di chiedere e ottenere lì la medesima protezione che riceverebbe in Italia. E in fondo, perché non evitare del tutto di mettersi in mare? Dalla Turchia, è possibile arrivare via terra sia in Grecia che in Bulgaria, entrambi Paesi UE, senza rischiare la vita tra i flutti. Se si hanno i requisiti per essere riconosciuti come profughi, perché non tentare di entrare in Europa dalla porta principale?

Il motivo per cui molti preferiscono far rotta verso l’Italia, in realtà, è presto detto: la Grecia, piccolo Paese agli estremi confini dell’UE, è piuttosto rigorosa nel distinguere tra rifugiati e migranti economici. Se i primi vengono identificati e accolti in tempi ragionevoli, i secondi rischiano invece di trovarsi a lungo bloccati su un’isola o in qualche regione remota del Paese, giacché i Greci tendono a evitare che centinaia di migliaia di immigrati irregolari privi di mezzi di sostentamento vaghino senza meta per le loro città, con tutti i rischi che ne conseguono. Discorso in parte analogo si può fare per la vicina Bulgaria.

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In Italia, invece, chiunque sbarchi, pur in mancanza dei requisiti per essere considerato un profugo, si trova in breve tempo libero di andarsene dove più gli aggrada. E non solo sul territorio nazionale: se infatti vuole sconfinare per dirigersi verso l’Europa francofona, verso la Germania o verso la Scandinavia, nessuno lo fermerà (perlomeno, non dal lato italiano del confine!). Per il nostro Paese, d’altronde, ogni immigrato irregolare che valica le Alpi in direzione nord rappresenta uno sgravio in termini economici e una riduzione dei rischi per la pubblica sicurezza: stante l’insostenibile pressione migratoria cui è soggetta da anni la penisola, non si può certo pretendere dalle autorità italiane un investimento spropositato di uomini e mezzi per trattenere a forza sul nostro territorio oltre mezzo milione di immigrati irregolari!

Questo ormai lo sanno bene gli scafisti, e lo sanno pure gli sventurati che si avventurano in mare: l’Italia è il ventre molle d’Europa, l’anello debole della catena. Agli occhi di costoro, vale la pena di tentare una traversata ben più lunga e perigliosa rispetto a quelle verso Grecia, Malta o Cipro, perché se arrivi vivo in Italia, dopo sarà tutto in discesa.

Ciò detto, appare chiaro come solo una politica di respingimenti, contenimento e rimpatri severa quanto quella degli altri Paesi d’Europa affacciati sul Mediterraneo potrà rendere l’Italia meno attrattiva e, dunque, ridurre le partenze, o quantomeno “dirottare” le carrette del mare verso rotte più brevi, più sicure e maggiormente monitorabili.

L’alternativa è lasciare che la tratta continui indisturbata e che altre maree di  disperati carichi di illusioni sfidino i flutti per raggiungere una terra promessa dove, in realtà, per loro non c’è lavoro e non c’è futuro. Aspettando la prossima tragedia annunciata.

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Ricercatore del Centro Studi Politici e Strategici Machiavelli, ha lavorato come consulente presso Parlamento Europeo, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Camera dei Deputati e Ministero dello Sviluppo Economico. Laureato in Filosofia all’Università Cattolica di Milano.