di Emanuele Mastrangelo e Enrico Petrucci

Non c’è proprio nulla da ridere sull’azione commessa da tre attivisti del gruppo di fanatici ambientalisti denominato “Ultima Generazione” con l’imbrattamento della facciata di Palazzo Madama, lo scorso 2 gennaio. Né è corretto fare riduzionismo. Il gesto dei tre attivisti non è affatto derubricabile a “gretinata”. Basti vedere l’accoglienza più che benevola che la stampa di sinistra – da «Il Fatto Quotidiano» a «Domani» a «L’Espresso», solo per citarne alcuni – e diversi esponenti e commentatori politici – Orfini, Berizzi, Stefano Feltri – hanno riservato alla “gretinata” in questione.

Il fatto è grave e complesso. Il modello che meglio lo spiega è quello della “Finestra di Overton”: esso è funzionale ad alzare la temperatura del dibattito, a inserire di prepotenza le istanze dei fanatici ambientalisti nell’agenda setting e lentamente a spostare l’assicella del senso comune verso una loro accettazione.

Il bombardamento mediatico e politico è già iniziato: gli “eco-guerrieri” (notare il conio sull’americano “social justice warrior“) sono dei “perseguitati”. Il loro gesto è “innocuo” e vengono incriminati per un “reato non commesso”. Perfino chi più democristianamente “non condivide i metodi” però si sbraccia per sostenere la causa degli eco-vandali: c’è una “catastrofe in atto” e voi vi preoccupate di un po’ di vernice lavabile su un vecchio palazzo? La vernice è lavabile, atossica, magari equo-solidale. È lo stesso modus operandi degli attivisti di Just Stop Oil contro le opere d’arte. Si tira vernice o zuppa nei confronti di un quadro dotato di vetro a prova di proiettile, si vandalizza la cornice o magari il muro limitrofo. È, ribadiscono i commentatori, un finto vandalismo, un ossimorico vandalismo non vandalico.

Che esista una tolleranza diffusa a livello politico, mediatico e perfino istituzionale verso queste azioni vandaliche è evidente. D’altronde la reazione delle forze dell’ordine (tutte in pausa caffè durante l’imbrattamento di Palazzo Madama?) fa il paio con la linea morbida che viene applicata ad altre fattispecie della medesima matrice, come il blocco del traffico su tangenziali e raccordi stradali. La polizia interviene quasi più per fermare l’esasperazione degli automobilisti e impedire che facciano speditiva giustizia degli eco-vandali, così da consentir loro di fare dieci minuti di manifestazione (che – secondo alcune fonti – sarebbe di norma preannunciata agli uffici competenti della P.S. affinché degli agenti possano trovarsi opportunamente in loco e prevenire reazioni delle loro vittime) davanti alla pletora di reporter che l’organizzazione ambientalista si porta appresso e chiuderla a tarallucci e vino.

La cifra del “tarallucci e vino” è importante: è vero che da decenni le autorità di pubblica sicurezza italiane hanno giustamente attuato per lo più linee morbide di reazione alle manifestazioni pubbliche con lo scopo di smorzarle senza dover ricorrere alla forza. È estremamente probabile che la consapevolezza di doversi confrontare con questa storica strategia faccia parte del piano operativo di chi manovra le organizzazioni eco-vandaliche. Il rischio di buscare qualche manganellata è pressoché zero (anzi, come visto le forze dell’ordine fanno quasi da servizio d’ordine per tenere a distanza la gente normale che ne ha le tasche piene di questi fanatici), gli arresti si concludono con un buffetto sulla guancia e se proprio dovesse scattare una denuncia c’è comunque un’armata di avvocati pagati dalle potenti organizzazioni alle loro spalle per difendere gli attivisti. Anche perché gli attivisti di questa risma hanno raccolte fondi sempre attive. E, come dimostra il caso di uno degli “attivisti” che hanno imbrattato il Senato, ottimi contatti con i media sempre pronti a intervistarli (un attivista è stato fermato mentre usciva da un hotel per andare in uno studio televisivo).

La totale impunità di cui godono questi individui crea nell’opinione pubblica la convinzione che “in fin dei conti” ciò che compiono non è poi così grave. Anche perché è evidente la disparità di trattamento tra le linee morbide contro, da una parte, gli eco-vandali e chi interrompe arterie stradali e il pugno di ferro, dall’altra, verso quelle categorie di manifestanti pacifici ma che devono essere percepiti come “pericolosi” dalla società nella sua interezza, come il caso di chi si è opposto al green pass.

Ma non basta. Non c’è solo la Finestra di Overton relativa al “messaggio ambientalista” dei fanatici di Ultima Generazione, teso a convincere il popolo che sarà giusto mangiare larve di scarafaggi e rinunciare all’automobile, alla libertà di spesa e alla casa di proprietà. Come dimostra il caso delle proteste che hanno preso di mira musei e gallerie d’arte negli ultimi mesi, c’è anche l’altra finestra spalancata sul fronte della cancel culture: gli attacchi alle opere d’arte e agli edifici storici servono per spostare un’altra asticella, quella della percezione pubblica del patrimonio storico-culturale della nazione come un tesoro prezioso da preservare.

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In Italia questa convinzione è fortissima e condivisa dalla stragrande maggioranza della gente, perfino oltre il livello del feticismo (si pensi al tipico caso degli scavi delle opere pubbliche regolarmente fermati per il ritrovamento di qualche muro romano di nessun valore). L’iconoclastia da cancel culture che ha devastato altri Paesi da noi stenta ad arrivare. L’infezione di questa pazzia contagiosa trova fieri anticorpi nella forma mentis del popolo italiano.

Ebbene, proprio le azioni dei fanatici eco-vandali servono a cambiare la percezione che gli italiani possiedono del loro patrimonio storico-artistico. Inesorabilmente passa il messaggio che un’opera d’arte o un palazzo storico sono meno importanti del “messaggio di allarme” lanciato da questi attivisti “straordinari e coraggiosi” (stunning and brave secondo il collaudato frasario del wokeismo americano che ne è il primo focolaio d’infezione).

Le menti che agitano gli attivisti non ragionano per compartimenti stagni: l’agenda globalista procede solo apparentemente divisa ma comunque colpisce unita. L’imposizione della visione ultra-ambientalista è totalmente appaiata a quella della cancel culture che vuole l’annullamento culturale di popoli e nazioni attraverso la cancellazione del loro retaggio storico. In questo senso l’azione vandalica contro un palazzo storico e istituzionale è perfettamente funzionale tanto all’eco-fanatismo quanto al wokeismo politicamente corretto che vorrebbe vedere tutti i panorami urbani “risignificati” o meglio ancora totalmente sbiancati dai valori tradizionali che incarnano.

Dunque la reazione della parte sana della politica verso questa minaccia non può essere solo “sintomatica”. Se il wokeismo è una malattia sociale – e lo è – non è sufficiente trattare i suoi sintomi esteriori sperando che la malattia receda da sola. Non ci può essere peggior strategia di una “tachipirina e vigile attesa” politica, che abbassi la “febbre” aspettando che la buriana passi spontaneamente. Vanno studiate accurate contro-strategie, studiando attentamente ciò che è già avvenuto nei cosiddetti “Paesi più progrediti del nostro” dove la pazzia contagiosa del wokeismo è già diventata ideologia non ufficiale di Stato. I provvedimenti tesi a contrastare il vandalismo wokeista e ambientalista non devono mirare tanto agli autori quanto a ribaltare la Finestra di Overton che è il loro vero obbiettivo dietro il false flag dell’imbrattamento di un palazzo storico.

Ogni altra iniziativa sarebbe un imperdonabile, dannoso dilettantismo politico.

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Emanuele Mastrangelo è redattore capo di "Storia in Rete" dal 2006. Cartografo storico-militare, è autore di vari libri (l'ultimo, con Enrico Petrucci, è Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia) e ha curato Eroi. 22 storie dalla Grande Guerra e Terra benedetta. Storie d'Italia e di italiani.

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Saggista e divulgatore, collabora con le testate "Storia in Rete", "Dimensione cosmica" e "Antarès". Co-autore con Emanuele Mastrangelo di Wikipedia. L’Enciclopedia libera e l’egemonia dell’in­formazione (Bietti, 2013) e tra i curatori dei collettanei Eroi. Ventidue storie dalla Grande guerra (Idrovolante, 2018) e Terra Benedetta (Idrovolante, 2020).