di Emanuele Mastrangelo

La Barilla fa un video in cui si apre alla possibilità di vedere gli insetti sulle tavole degli italiani. Apriti cielo. Com’era prevedibile il filmato attira una valanga di commenti, nella stragrande maggioranza (ma non nella totalità…) negativi. Immediatamente la bufera social spinge il pastificio a ritirare il video e a smentire seccamente che le sue trafile potranno mai produrre vermicelli di vermi.

Ed ecco che immediatamente si scatenano i cacciatori di bufale arruolati dai grossi calibri della narrazione mainstream: “Wired”, “Vanity Fair”, “Repubblica”… Con il solito ditino alzato, biasimano i diffusori di «fake news» (“No, Barilla non vuole fare la pasta con gli insetti”) e ne approfittano per dare anche un colpetto ai soliti complottisti (“l’inutile polemica su chitina e ecdisterone”). Un uno-due che sposta un po’ oltre l’assicella del dibattito: chi dice che la Barilla vuol fare le farfalle con le farfalle è un bufalaro, ma comunque se anche lo facesse, farebbe bene.

Va detto che il video pubblicato dal pastificio era perfettamente confezionato affinché fosse equivocabile. Si tratta di un goffo tentativo di stand-up comedy che alla solita battuta sulla panna nella carbonara aggiunge che tutto sommato è meglio sostituirla con qualche bruco che sa di guanciale… e i rilevatori di cringe esplodono. Ma nel frattempo dispensa un po’ di dati e saggezza mainstream su quanti Paesi al mondo s’abbuffano di cavallette (“Pensate, anche in Europa!”. E se lo fanno gli europei che, si sa, sono più civili di noi italiani arretrati… eh, allora…) e di quante specie d’insetti deliziosissime ci sarebbero se solo non fossimo così idioti da ostinarci a preferire una caprese alle barrette proteiche di scarafaggi tramoggiati che si vedono nel film di fantascienza Snowpiercer (2015). Per chi non lo conoscesse, costituisce una visione di fantascienza postapocalittica che consigliamo a tutti, perché mutatis mutandis è incredibilmente evocativa di un certo mondo che vorrebbero costruire “per il nostro bene” nel futuro.

Ma torniamo alla Barilla. Dopo la scottatura del 2013, con il patron del pastificio che si dichiarava un po’ troppo favorevole al matrimonio naturale e conseguente gogna a media unificati col cartello “pasta omofoba” al collo, è evidente che il marchio ha deciso di assumere posizioni più moderne, come traspare dai suoi spot televisivi più recenti, che sono un peana alla società multirazziale e inclusiva. Poteva dunque mancare l’endorsement per gli insetti tanto cari all’audace mondo nuovo vaticinato a Davos e Bruxelles? Certo che no. E si approfitta anche per fare un po’ di sentiment analysis, ossia quel settore di ricerca di mercato per capire le reazioni del pubblico dei consumatori attraverso dei ballon d’essai.

In ogni caso, la retromarcia della Barilla sugli strangozzi di bacarozzi è molto interessante soprattutto per come evolverà nel prossimo futuro. Poiché, come abbiamo visto sopra, nel 2013 la reazione di una fetta di mercato alle uscite non lgbt-friendly di Guido Barilla fu in grado di obbligare il pastificio a un rapidissimo riallineamento ideologico; ora la risposta del pubblico non disposto a trovarsi cavatelli di cavallette nel piatto (una quantità di acquirenti decine di volte più numerosa degli omosessuali che possono essersi sentiti insultati dalle uscite di Guido Barilla nel 2013) dovrebbe ottenere un risultato analogo in direzione del tradizionalismo – quantomeno a tavola. Se e quanto questo avverrà ci darà la misura di quanto davvero l’opinione degli acquirenti conti, oramai, nell’orientare le politiche aziendali, rispetto al potere di lobby e gruppi di pressione.

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Tuttavia, come vedremo, al momento il tentativo della Barilla di saggiare le reazioni ai tagliolini di bigattini assomiglia davvero a qualcosa di pianificato in grande stile. Perché la questione non appare solo come un sasso in piccionaia tanto per quantificare la (prevedibilissima) reazione della rete – dalla casalinga di Voghera al ministro social della Repubblica – e poi fare la smentita secca. Ne è riprova la rapidità con cui è arrivato il fuoco di controbatteria dei calibri pesanti e gli assalti delle truppe cammellate (con la “c”, non la “m”, sia chiaro), come Selvaggia Lucarelli, che in un tweet biasima l’ignoranza del popolaccio bue. “Provinciali” che ancora si ostinano a preferire gli arrosticini di pecora a quelli di grilli. Dopo aver rifiutato di abbracciare i cinesi e mangiare gli involtini primavera all’esplodere della covid, è l’ennesima prova che la gente comune non merita il diritto di voto, aggiungiamo noi.

Tutto questo battage si configura agli occhi di chi ha un minimo di esperienza come l’ennesima Finestra di Overton. Il tabù degli insetti deve essere infranto anche nella patria della buona cucina, e già da parecchio i media mainstream ci stanno informando quotidianamente su quanto siamo arretrati noi a non voler accettare la dieta del futuro, e su quale sia il costo – indubitabile, ovviamente – per l’ambiente di questo pervicace attaccamento al pranzo della domenica dalla nonna. Così già spuntano autorevolissimi “chef” italiani ventitreenni “esperti di entomofagia” che cucinano bruchi e lombrichi assicurandoci che sono buonissimi ed eticamente consigliati.

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a sperticarsi di lodi per la carne sintetica e altri mangimi umani del futuro, vaticinando un’Europa che non produrrà più carne d’allevamento e importerà la gran parte del resto del fabbisogno alimentare – ciò verrà considerato dai cacciatori di bufale come una purissima coincidenza. Esattamente come è una coincidenza, ovvio, il fatto che gran parte di loro abbia stipendi i cui assegni hanno firme ben riconoscibili.

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Emanuele Mastrangelo è redattore capo di "Storia in Rete" dal 2006. Cartografo storico-militare, è autore di vari libri (l'ultimo, con Enrico Petrucci, è Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia) e ha curato Eroi. 22 storie dalla Grande Guerra e Terra benedetta. Storie d'Italia e di italiani.