di Emanuele Mastrangelo

L’egemonia progressista a livello locale

“Comune denuclearizzato”. L’uomo medio della strada davanti a questo cartello stradale – di solito apposto all’ingresso di un paese sotto a quello toponomastico – ha sempre un po’ sorriso. Ma che vuol dire? Che non ci sono centrali atomiche? Che non fanno le radiografie o sono vietati i rilevatori di fumo che usano gli isotopi radioattivi? Un sorriso di sufficienza ha accompagnato sempre queste trovate. Che però hanno avuto invece un ruolo ben definito, anche se sfuggente all’uomo comune della strada: creare un substrato culturale collettivo di ostilità verso l’energia nucleare, affinché si cementasse nella coscienza collettiva il risultato del referendum del 1987 e non si rischiasse un ripensamento della politica energetica nazionale.

Consapevole o no che fosse l’amministratore locale che ha speso i soldi pubblici per dire al passante sulla Statale che nel suo paese di 1.256 abitanti (gatti esclusi) non c’erano reattori nucleari o missili Nike Zeus della NATO, egli ha contribuito a una campagna su larga scala a favore degli interessi di chi voleva tenere l’Italia alla larga dalla ricerca dell’autosufficienza energetica. Questo è solo uno degli esempi di come le azioni di piccoli amministratori locali possono contribuire al “grande disegno”, su tempi medio-lunghi che sono assai meglio compresi dai partiti di centrosinistra (e soprattutto dai loro think-tank e dai loro referenti dei “piani alti”) che non dalla classe politica di centrodestra.

Mentre infatti quest’ultima si balocca fra tentativi di intitolazioni di strade ad Almirante e ordinanze sceriffesche legge-e-ordine più facili da scrivere che da applicare, il Centrosinistra sembra padroneggiare con abilità la tecnica della “finestra di Overton” con lo scopo di indirizzare l’opinione pubblica verso i punti della propria agenda politica. E lo fa attraverso l’uso spregiudicato delle amministrazioni locali come testa d’ariete per sfondare le resistenze politiche e sociali verso i “cambiamenti” auspicati o per saggiare la resistenza del popolo. Per le amministrazioni di centrosinistra non sembra esistere il mito incapacitante del “non si può fare”, risposta passepartout con cui il politico di centrodestra si scusa continuamente quando rigetta proposte e progetti dei suoi sempre più sfiduciati sostenitori, intellettuali e consiglieri. Ecco un po’ di esempi.

“Matrimonio” gay: dai registri locali alla legge statale

Oggi il “matrimonio” gay è una realtà consolidata nel nostro ordinamento. Ma solo 9 anni fa furono alcuni sindaci ad aprire le danze, di fronte alle resistenze del Parlamento, ideando quei “registri delle unioni civili” che aggiravano la mancanza di una legge che seguisse i desiderata della lobby gay e dell’agenda progressista.

Commentando l’iniziativa dell’allora sindaco capitolino, Ignazio Marino, il suo predecessore Gianni Alemanno la liquidò con la sentenza “pura provocazione in omaggio al pensiero unico progressista”. Non comprendendo che la spallata – con tutto il corteo mediatico che riuscirono a organizzarvi attorno – fu perfettamente funzionale allo spostamento della finestra di Overton sui “matrimoni” gay in senso possibilista. Nel giro di pochi anni quello che era un argomento da sketch comico divenne punto all’ordine del giorno in agenda politica locale, poi nazionale; infine la gente si convinse che la cosa era “tollerabile”, poi “fattibile”. E a quel punto fu fatta.

Partito – come si diceva – da “argomento da sketch comico” – quello dei “matrimoni” gay ora rischia di diventare addirittura un tabù da reato d’opinione. Rigettata (per il momento) dal parlamento, l’iniziativa del Ddl Zan rientra dalla finestra (di Overton) di nuovo grazie a degli amministratori locali. Guai quindi a scherzare sui “matrimoni” gay o sui travestiti, o perfino a “sbagliare pronome” per qualche confuso dal gender nei comuni di Morterone (LC), Cancellara (PZ), Madonna del Sasso (VB), Ferla (SR), Castiglione Cosentino (CS), San Nicolò d’Arcidano (OR), Castelnuovo Cilento (SA) e Oriolo (CS). Fino a 500 euro di multa amministrativa (“che fa, concilia?”) sono previsti per un reato d’opinione tutto ad arbitrio del tutore dell’ordine che deve comminare la sanzione. Una barzelletta sugli omosessuali detta al tavolino del Bar dello Sport potrà essere sanzionata? Non è chiaro. Nel dubbio, multa e poi ne parli col giudica di pace. Nel frattempo questi comuni hanno anche approvato la “giornata contro l’omobitransfobia” per il 17 maggio, come negli auspici del Ddl Zan. L’intento è evidente: “Speriamo che queste prime adesioni facciano da traino per i comuni più grandi e le regioni. In particolare invitiamo tutti i neo sindaci ad approvarla”, ha dichiarato Fabio Marrazzo del Partito Gay.

Cittadinanze onorarie, dichiarazioni di ortodossia ideologica, restrizioni alle libertà

Come le istanze arcobaleno, anche quelle dell’agenda immigrazionista vengono portate avanti dagli amministratori locali quando il Parlamento sembra non scattare abbastanza veloce agli ordini che provengono dall’alto. È il caso della consegna di “cittadinanze onorarie” da parte dei municipi. Ha iniziato Bologna lo scorso 28 giugno, subito imitata da altri comuni, fra cui Cosenza e Chivasso. Niente di nuovo sotto il sole: iniziative analoghe erano state attuate fra 2015 e 2016 in diversi comuni a trazione centrosinistra per “spronare” le Camere a dare all’Italia una legge sulla cittadinanza facile ai figli degli immigrati. A differenza delle questioni gender-arcobaleno (che la maggioranza della popolazione sottovaluta ancora considerandole baracconate inoffensive), l’immigrazione è percepita dalla gran parte degli italiani come un pericolo, per cui la finestra di Overton si sposta molto più lentamente. Eppur, si muove…

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Ma l’elenco di iniziative portate avanti dalle amministrazioni locali come ballon d’essai o spallata contro le resistenze del Parlamento è lunga. Si pensi alle “dichiarazioni di antifascismo” da firmare, in stile autodafé, per ottenere luoghi pubblici in sempre più comuni italiani. Atti del tutto incostituzionali (è vietata la discriminazione per motivi politici dalla nostra Carta, forse qualcuno se lo ricorda?) che però hanno aperto la strada a ben peggiori discriminazioni, come abbiamo visto negli ultimi due anni di regime sanitario.

Se la Costituzione può essere bucata da una parte, con la scusa dell’«emergenza fascismo», può ben essere scavalcata, calpestata, aggirata per cento altri motivi. E anche qua, le amministrazioni locali di sinistra hanno fatto da apripista: le ordinanze che hanno reso obbligatoria la mascherina all’aperto nel settembre 2020, strumento di dichiarata ingegneria sociale, privo di qualsivoglia significato sanitario reale, sono state approvate dalle regioni Campania e Lazio con un mese d’anticipo rispetto al regime centrale. E anziché fungere da sperimentazione scientifica (con la quale si sarebbe dimostrato per tabulas la loro inutilità nel modificare l’andamento dei contagi da covid-19), furono semplicemente dei ballon d’essai: il regime sanitario, allora a dirigenza Conte, osservata la relativa mansuetudine delle popolazioni di Lazio e Campania, estese nel giro di poche settimane il provvedimento a tutto il Paese.

Cosa fanno gli amministratori di destra?

In questo panorama, le iniziative prese dalle amministrazioni locali di centrodestra sono quasi allo zero. Si può dire che l’unica attività che ha avuto un qualche riscontro è quella di «Una rosa per Norma», promossa dal Comitato 10 Febbraio (C10F) per sensibilizzare sulle vicende degli italiani di Istria e Dalmazia attraverso la storia-simbolo di Norma Cossetto. Un piccolo successo che sta coinvolgendo decine e decine di comuni, ma che resta un caso più unico che raro. Per il resto, le amministrazioni locali e regionali del Centrodestra sembrano paralizzate come gatti illuminati dai fari in mezzo alla strada, quando non addirittura proattive verso le istanze globaliste: si pensi per esempio agli scatti in avanti della regione Sicilia nei confronti degli ukase del regime sanitario nel 2020-21 o alle iniziative pionieristiche per l’applicazione del riconoscimento facciale via telecamera in luogo pubblico attuate da alcuni comuni a trazione centrodestra.

Naturalmente perché una tattica di questo genere abbia successo, è necessario che esista una strategia globale. L’esempio di «Una rosa per Norma», per quanto piccolo, è esemplificativo. I comuni coinvolti sono coordinati dal C10F; si cerca di smuovere (per quanto possibile) la stampa e gli intellettuali; si mette in condizione l’avversario politico di accettare il fatto compiuto o rischiare uno scontro su un campo scivoloso e in cui affrontare la riprovazione morale dell’opinione pubblica…

Nulla di tutto ciò però viene fatto su altri fronti assai più preoccupanti: dall’avanzata dell’ondata arcobaleno all’immigrazionismo, dalla cancel culture (minaccia contro la quale i comuni avrebbero già una panoplia di strumenti immensa del tutto inutilizzata, da quelle simboliche in stile “comune de-cancelculturizzato” alle ordinanze draconiane contro il vandalismo sui monumenti), fino alla creazione di “santuari” contro le leggi sui reati d’opinione (in imitazione dei “santuari” pro-immigrati clandestini realizzati in USA dai sindaci liberal contro le politiche di Trump). Per tacer poi di ogni forma di resistenza alla dittatura sanitaria, che nessuna amministrazione di centrodestra (qual che ne fosse la trazione principale, di governo o di opposizione) ha nemmeno lontanamente pensato di attuare.

Dunque finora le amministrazioni di centrodestra si sono distinte solo per il loro velleitarismo, per il collaborazionismo verso l’agenda mondialista o per aver consegnato le chiavi delle attività culturali al Centrosinistra, rinunciando così a esercitare qualsiasi tipo di azione sulle finestre di Overton aperte o da aprire. In questa maniera, nonostante la sbandierata adesione all’area dei “conservatori”, costoro non riescono a conservare un bel niente, non riuscendo né a porre un argine né tantomeno a invertire le tendenze dell’agenda politica liberal-globalista.

Il panorama sconsolante è che l’elettore si trova in questo momento davanti a una scelta da Letto di Procuste: un amministrazione che farà gli interessi dell’agenda globalista oppure un’amministrazione che farà gli interessi dell’agenda globalista, ma con l’intitolazione di una strada ad Almirante.

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Emanuele Mastrangelo è redattore capo di "Storia in Rete" dal 2006. Cartografo storico-militare, è autore di vari libri (l'ultimo, con Enrico Petrucci, è Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia) e ha curato Eroi. 22 storie dalla Grande Guerra e Terra benedetta. Storie d'Italia e di italiani.