di Nicola De Felice

Uno scenario da incubo

Bielorussia in piena esercitazione militare ai confini dell’Ucraina. Tensione tra Polonia e Ucraina per le voci messe in giro dai russi su ipotizzate velleità polacche su territori limitrofi ex polacchi e ora ucraini. Romania e Moldavia in stato di agitazione per le mire della Transnistria. Ungheria e Slovacchia restie a condividere le sanzioni sull’embargo del petrolio russo. Finlandia e Svezia propense ad entrare nella NATO. Unione Europea allo sbando diplomatico ed energetico.

Siamo in uno dei peggiori scenari che agita l’Europa tutta nel momento in cui il negoziato per la pace non va avanti e si dà solo spazio alle armi sul campo (e sul mare). Una volta interrotta la cooperazione – anche se a suo tempo manifestata come mera coesistenza tra la Federazione Russa e la NATO – il continuo progressivo deterioramento delle relazioni può portare ad un confronto diretto tra le parti e creare i presupposti per una più profonda crisi, a carattere globale.

La guerra, poi, sta spingendo sulla crisi energetica e sulla carenza di risorse alimentari come il grano, che sta mettendo in ginocchio soprattutto le economie emergenti come lo Sri Lanka, l’Egitto, il Pakistan, la Tunisia, appesantite tra l’altro nei loro debiti a causa dell’aumento del tasso di interesse della Fed USA per tentare di controllare l’inflazione galoppante.

Quando parlano le armi

Questo è il momento più delicato della competizione, caratterizzato dallo scontro di volontà, in cui ciascuno degli oppositori cerca di esercitare la propria influenza sull’altro (o sugli altri).

Le misure economiche guidano gli sforzi delle parti, sostenute da continue forme di minaccia palese, ma se non si attivano delle misure diplomatiche la componente militare dei due poteri nazionali (quello russo da una parte e quello ucraino dall’altra, quest’ultimo sostenuto dalle armi e dall’intelligence occidentali) è quella che, più delle altre, risulta efficace nell’azione di dissuasione portata avanti da Putin e da Zelensky nei confronti dell’antagonista, al di là della sproporzionalità fra l’obiettivo da conseguire ed il costo, sociale e materiale, della soluzione militare stessa.

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Ed allora perché non rivedere – quanto prima possibile e negli interessi di questa Europa martoriata da troppe guerre mondiali – il concetto di Stato cuscinetto, nazione da porre tra due grandi potenze rivali o potenzialmente ostili.

Lo Stato cuscinetto

L’esistenza di questo Stato deve essere pensata e pianificata per cercare di evitare un conflitto aperto tra le potenze maggiori. Gli Stati cuscinetto, quando sono veramente indipendenti, perseguono una politica di neutralismo, che li distingue dagli Stati satelliti. La concezione degli Stati cuscinetto fa parte della teoria del bilanciamento dei poteri, inventata dagli antichi Romani e già utilizzata nelle diplomazie europee nel XVII e nel XIX secolo.

E allora l’Europa si svegli e rilanci – se ne è capace – il concetto di “Partenariato per la pace” utilizzato negli anni ’90 dalla NATO, programma il cui fine era creare fiducia tra la NATO, gli Stati europei che non hanno aderito all’Alleanza Atlantica e la ex Unione Sovietica. Ma, questa volta, con uno slancio di autonomia e voglia di libertà sia rivisto e corretto in funzione della tutela e difesa degli interessi vitali, strategici e contingenti dell’Europa tutta.

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Senior Fellow del Centro Studi Machiavelli. Ammiraglio di divisione (ris.), già comandante di cacciatorpediniere e fregate, ha svolto importanti incarichi diplomatici, finanziari, tecnici e strategici per gli Stati Maggiori della Difesa e della Marina Militare, sia in Patria sia all’estero, in mare e a terra, perseguendo l'applicazione di capacità tese a rendere efficace la politica di difesa e di sicurezza italiana.