di Giovanni Giacalone

La morte del leader dell’Isis, Abu Ibrahim al-Qurashi, avvenuta lo scorso febbraio nella zona di Idlib durante un raid statunitense in collaborazione con le forze armate curde, apre una serie di interrogativi sul futuro dell’Isis e più in generale sull’attività jihadista e sui suoi sostenitori.

Al-Qurashi è stato individuato a soli 30km da dove nell’ottobre del 2019 venne ucciso il leader storico dello Stato Islamico, Abu Bakr al-Baghdadi. Questo è un elemento importante perché mette in evidenza come nell’area di Idlib continuino a coesistere sia l’Isis sia i qaedisti di Hayyat Tahrir al-Sham (HTS). Colpisce il dettaglio che durante il raid statunitense, come riportato dal Syrian Observatory for Human Rights, sia rimasto ucciso nello scontro a fuoco anche un jihadista di quest’ultimo gruppo, teoricamente rivale dell’Isis.

La zona di Idlib è di fatto una storica roccaforte di HTS ed è dunque inevitabile chiedersi come sia possibile che questi ultimi non fossero al corrente della presenza di al-Quraishi che dalla sua casa-nascondiglio continuava a comandare una forza di circa 10 mila uomini tra Siria e Iraq. Un Isis certamente non ai livelli della sua era di gloria, ma ancora non sconfitto. È plausibile che i vertici di HTS fossero al corrente della presenza di al-Quraishi, così come probabilmente lo erano nel 2019 di quella di al-Baghdadi, ma che si fosse trovato un accordo in funzione della lotta ai nemici comuni, ossia Bashar al-Assad e la presenza militare sciita filo-iraniana.

È bene inoltre tener presente la vicinanza con il confine turco. Sotto il nascondiglio di al-Baghdadi vennero trovati tunnel che sconfinavano in Turchia, mentre nelle zone sotto il controllo turco di Afrin, Ras al-Ain e Tel Abyad continuano ad essere segnalate presenze di jihadisti dell’Isis, come spiegato su “Ahval” da David Phillips.

Il raid per eliminare al-Qurashi è scattato in seguito all’assalto dell’Isis al carcere di Ghwayran, ad Hasaka, lo scorso 20 gennaio. Una struttura sovraffollata con oltre 3500 jihadisti detenuti (molti dei quali ancora in fuga). Un colpo durissimo per la Coalizione che lascia ben intendere come l’Isis continui ad essere una seria minaccia e ben lontano dall’essere sconfitto.

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L’uccisione di al-Qurashi non avrà particolari ripercussioni sull’operato dell’Isis e del resto si è visto come l’eliminazione dei leader jihadisti, da Bin Laden ad al-Baghdadi, non abbia mai distrutto le organizzazioni, che hanno comunque continuato ad operare rimpiazzando i vertici. Nel caso dell’Isis la faccenda è ancora più complessa a causa della carenza di una vera e propria struttura gerarchica e di una chiara catena di comando e controllo. Qualcuno ha persino ipotizzato che il prossimo capo potrebbe non essere un iracheno come i due precedenti ma un esponente dell’Isis Khorasan, magari il suo attuale leader Sanaullah Ghafari, sulla cui testa Washington ha messo una taglia di $10 milioni. Sono soltanto ipotesi, ma una cosa è certa: gli attacchi dell’Isis continueranno e la Coalizione farebbe bene a considerare con maggior attenzione le attività tra le zone controllate dai jihadisti (sia Isis sia al-Qaeda) e il territorio turco.

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Ricercatore del Centro Studi Politici e Strategici Machiavelli. Laureato in Sociologia (Università di Bologna), Master in “Islamic Studies” (Trinity Saint David University of Wales), specializzazione in “Terrorism and Counter-Terrorism” (International Counter-Terrorism Institute di Herzliya, Israele). È analista senior per il britannico Islamic Theology of Counter Terrorism-ITCT, l’Italian Team for Security, Terroristic Issues and Managing Emergencies (Università Cattolica di Milano) e il Kedisa-Center for International Strategic Analysis. Docente in ambito sicurezza per security manager, forze dell’ordine e corsi post-laurea, è stato coordinatore per l’Italia del progetto europeo Globsec “From criminals to terrorists and back” ed è co-fondatore di Sec-Ter- Security and Terrorism Observation and Analysis Group.