di Giulio Montanaro

Il declino dell’essere umano

Nel 1983, quando il padre dell’etologia nonché premio Nobel Konrad Lorenz scrisse Il Declino Dell’Uomo, ammonì i suoi lettori da una delle più pericolose derive possibili per l’umanità, quella del dogma scientifico: “Lo scientismo altro non è che riduzionismo ontologico”. Al tempo, non so se Lorenz già presagisse che quel riduzionismo potesse aver come scopo anche quello di favorire l’avvento di una metamorfosi ontologica, di kafkiana memoria, mi spingerei a dire.

In tempi molto recenti, nel 2015, un’altra grande mente, quella del filosofo sud-coreano Byung Chul Han, ha gettato ulteriore luce sulla società contemporanea da lui detta “della trasparenza e dell’informazione”. Una trasparenza la cui crescita va in parallelo con quella dell’oscurità; un po’ quanto diceva il fondatore della psicanalisi Carl Gustav Jung quando avvertiva i suoi pazienti e lettori che “più luminosa è la luce, più tetra è l’oscurità”.

Dice Han, nel suo magnifico libro Nello Sciame: visioni del digitale, edito in Italia da “Nottetempo”:

Il racconto, la narrazione intesi come comunicazione, stanno perdendo significato. Tutto viene trasformato in qualcosa di contabile, traducibile nel linguaggio della prestazione e dell’efficienza e tutto ciò che non è contabile, cessa di essere. La società dell’informazione scredita ogni fede […]. La fiducia come pratica sociale perde sempre più senso e cede il passo al controllo.

Marshall Mc Luhan, molto probabilmente il padre della massmediologia, parlava invece dell’Homo electronicus nei seguenti termini: “È l’uomo della folla […] un uomo la cui identità privata è stata cancellata a livello psichico per mezzo di una pretesa smodata”.

Lo scrittore d’origine ceca ma cresciuto in Brasile, Vilem Flusser, studioso di pensatori quali Martin Heidegger e Roland Barthes, paventava già decadi addietro l’esigenza di una “antropologia del digitale”: “Non siamo più soggetti di un mondo oggettivo dato, bensì progetti di mondi alternativi”. L’uomo altro non è che “un artista che progetta mondi alternativi” dove il “Sé” si riduce ad un “punto di snodo di virtualità che si incrociano”.

La Singolarità è vicina

Virtualità che si incrociano. La lucida ed arguta analisi di Flusser non può che farmi pensare a quanto dice il Nostradamus della Silicon Valley, Raymond Kurzweil, Chief Futurist di Google, venerato come vero e proprio profeta negli ambienti del Deep State responsabili di pianificare l’evoluzione verso il prossimo orizzonte biologico-sociale del pianeta: il trans-umanesimo.

Dice Kurzweil nelle pagine introduttive della sua “magnum opus” La Singolarità è vicina, edito in Italia da Maggioli:

La singolarità rappresenterà il culmine della fusione tra il nostro pensiero e la nostra esistenza biologica con la nostra tecnologia, che darà un mondo ancora umano ma che trascenderà le nostre radici biologiche. Dopo la singolarità non ci sarà distinzione tra umano e macchina o realtà fisica e virtuale.

Secondo le previsioni di Kurzweil (il successo delle precedenti previsioni son la ragione della celebrità e venerazione di cui gode) la Singolarità avverrà nel 2045. Prima di parlare di cosa sia e soprattutto cosa implichi la Singolarità, credo sia d’uopo dare un rapida vue d’ensemble sul percorso che lo ha portato a teorizzarla.

Il suo primo libro, The Age Of Intelligent Machines, stampato nel 1990, tratta sostanzialmente la storia dell’Intelligenza Artificiale. Il libro ebbe una risonanza molto forte nella comunità scientifica americana tanto da farlo giudicare come il più grande contributo all’informatica fin a quel momento. Nel 1998 Kurzweil tornò nelle librerie con The Age Of Spiritual Machines, dove riprendeva ed approfondiva le sue teorie sul futuro della tecnologia. È il 2005 quando Kurzweil dà alle stampe Singularity Is Near, edito da “Viking” ed uscito in Italia solo nel 2014. Tra molte previsioni come al solito azzeccate sul futuro della società, Kurzweil predice una inevitabile fusione tra intelligenza biologica umana ed intelligenza artificiale come nuovo ed imprescindibile tratto della società del 21esimo secolo.

Leggere Kurzweil non è affatto semplice, soprattutto per chi ha una formazione umanistica. È una sorta d’esperienza alchemica, dove la filosofia si trasforma in scienza per mutare la biologia tramite la tecnologia. È tanto affascinante quanto inquietante, perturbante e scioccante. Occultismo, lingue morte, pseudo fantascienza o dottrine quali quella gnostica o sufista o le dissertazioni di Manly P. Hall, Meister Eckhart, Gurdjeff o Asimov possono solo in parte offrire spunti per potenziali paralleli. Siano essi fatti dal punto di vista dell’esoteria infusa nella filosofia alla base dei loro teoremi come anche da quello dell’impatto emotivo che tale conoscenza può aver sull’essere umano.

La fusione tra biologia e tecnologia

Pochi come Raymond Kurzweil hanno tracciato il percorso per l’avvento del trans-umanesimo, della transizione dalla nostra eredità biologica a un futuro che trascenda la biologia. Come dice lo stesso Kurzweil, è un percorso che “si basa sull’idea che abbiamo la capacità di capire la nostra intelligenza – di accedere al nostro stesso codice sorgente, se volete – e quindi di sottoporla a revisione e di espanderla”.

Kurzweil non è tuttavia solo. Un altro guru della Silicon Valley, il profeta del Climate Change James Lovelock, sostiene esattamente la stessi tesi nel suo testo Novacene: The Coming Age Of Hyperintelligence (edito da MIT Press), dicendo letteralmente: “Ci troveremo in una situazione in cui se non accetteremo d’integrarci con una altra forma d’intelligenza di natura elettronica, dovremo rassegnarci a rapportarci ad essa come noi facciamo ora con le piante, con la differenza che in quel caso le piante saremmo noi”. Lovelock è certissimo del fatto che le intelligenze artificiali prenderanno il sopravvento sugli esseri umani in questo secolo.

Ma chi è Ray Kurzweil, il Nostradamus della Silicon Valley, l’uomo per cui Larry Page e Sergey Brin sono entrati in guerra con Bill Gates per assumerlo nel team di “Google”?

Inventore, tecnologo, futurista, il suo nome è legato principalmente al successo ottenuto nei processi di riconoscimenti ottico dei caratteri e per il riconoscimento del parlato. La sua attività di “genio instancabile” ha fatto scomodare paragoni che lo hanno etichettato come “erede di Thomas Edison”.

Se c’è una teoria che ha particolarmente contribuito a conferire a Kurzweil una tale aurea è senza dubbio il suo saggio del 2001 sui ritorni acceleranti, secondo cui il livello di sviluppo tecnologico è una funzione esponenziale e non lineare. Centrale in tale teorema è la legge di Moore, secondo cui la capacità dei transistor di contenere informazioni raddoppia ogni anno (poi corretta, nel disaccordo di Moore, da David House, che sostiene tale processo richieda invece 18 mesi). In sintesi, secondo la legge dei ritorni acceleranti, nell’ambito dell’evoluzione tecnologica ogni nuovo progresso rende possibili diversi progressi di livello più elevato piuttosto che un singolo progresso.

È sulla base di tale teorema che Kurzweil ha fondato la teoria della “Singolarità GNR” (Genetica, Robotica, Nanotecnologia) secondo cui siamo appunto prossimi ad uno stadio evolutivo consistente nell’integrazione biologica di strutture tecnologiche derivanti da nanotecnologie e robotica.

Come avverrà tutto ciò o, meglio, come sta avvenendo? Ogni intelligenza artificiale o realtà virtuale si basa sull’idea della retroingegnerizzazione del cervello, ossia, sono state create tramite lo studio del nostro cervello. Come disse Elain Rich: “Lo studio delle intelligenze artificiali è lo studio di come far fare ai computer delle cose in cui, al momento, gli esseri umani sono meglio”.

Come l’élite si immagina la società del futuro

Quello a cui, a mio modo di vedere, stiamo assistendo, è sostanzialmente un rimpiazzamento dell’intelligenza umana tramite un’intelligenza artificiale creata sul modello di quella umana. L’ennesima follia, probabilmente ultima ed irreversibile, dell’inevitabile progressivismo sempre in cima all’agenda del Deep State.

Che il tema sia fondamentale per le sorti del futuro dell’uomo è testimoniato anche dal fatto che siano già state avanzate diverse domande di brevetto relative alle possibilità di retro-ingegnerizzare il cervello.

Ulteriore conferma arriva dalle parole di un altro personaggio famoso per mettere il mondo in guardia dai rischi dei suoi prodotti: è il magnate di “Tesla”, “Space X” ma soprattutto di “Neuralink“, Elon Musk. Durante la sua seconda apparizione al “Joe Rogan Experience Show”, Musk ha ironicamente ammesso che nel confronto tra intelligenza biologica ed intelligenza artificiale “noi non siamo nemmeno in competizione, siamo semplicemente troppo stupidi per esserlo”.

Musk, Kurzweil, per non parlare di un altro personaggio il cui libro The Great Reset pare offrire il più realistico design della società futura (ci riferiamo al globalista nonché presidente del “World Economic Forum” Klaus Schwab), sembrano tutti ormai felicemente rassegnati all’idea che l’intero genoma umano contenga meno informazioni del codice di “Microsoft Word” e vada quindi disancorato dalla sua dimensione contemporanea per traghettarlo progressivamente verso un orizzonte di ibridazione uomo-macchina.

La rivoluzione GNR

È quanto Kurzweil predice con la formalizzazione del teorema GNR, secondo cui nella prima metà del corrente secolo la genetica sarà in grado di riprogrammare la biologia per eliminare malattie, aumentare le capacità fisiche e cognitive umane ed estendere la durata della vita dell’uomo. La nanotecnologia ci permetterà, tramite Nanobot di varia forma e natura, di riprogettare e ricostruire i nostri corpi e cervelli oltre che il mondo esterno ben oltre i confini biologici ora conosciuti. Dulcis in fundo, la robotica permetterà di creare robot di livello umano, con intelligenza da questa derivata ma riprogettata per superare le capacità dell’uomo.

Kurzweil parla con entusiasmo della possibilità di dar luce a “bambini firmati”, embrioni creati tramite ingegneria genetica predeterminata, o della possibilità di privare definitivamente di senso l’esperienza umana tramite il superamento delle malattie e presumibilmente della morte (quantomeno fisica: già si parla di potenziale eternità digitale). Sembra infatti che William Shatner, ai più noto sotto le vesta del capitano Kirk di “Star Trek”, stia progettando di vivere per sempre come un’intelligenza artificiale olografica. Che intende?

Be’, è il caso di far un salto indietro al 1971, anno in cui Dennis Gabor e Karl Pribram ricevevano il premio Nobel per l’invenzione dell’olografia e, nella fattispecie, per le loro scoperte sul funzionamento del cosiddetto cervello olografico. Quanto emerso dalle ricerche dei suddetti è che i processi cerebrali funzionano come l’immagazzinamento d’informazioni negli ologrammi, dove ogni parte dell’informazione immagazzinata è distribuita per l’intero ologramma.

Siamo ologrammi che vivono in un ologramma?

È cosi che, a detta di Gabor e Pribram e di innumerevoli altri ricercatori, funziona la cognizione umana: in poche parole, pare che il nostro cervello altro non sia che un ologramma che processa ologrammi e, molto probabilmente, l’intero universo altro non sarebbe che una enorme realtà virtuale simulata a computer. Ne parlerò prossimamente in un altro pezzo, perché ora è tempo di chiudere questo ma, prima di farlo, torniamo al caro globalista Schwaub, un altro ossessionato dal controllo tramite l’ibridazione uomo-macchina da perpetrarsi con  “una ricostruzione alle fondamenta dei sistemi sociali ed economici vigenti”.

C’è un vecchio detto in neuroscienza che recita: “Ciò che brucia assieme, lega assieme” – che potremmo tradurre in altri termini con “la pratica rende perfetti”. Personalmente, ho invece sempre più l’impressione che avverrà quanto predetto da Mc Luhan (“Prima costruiamo gli strumenti, poi loro ci costruiscono”) e che per restar perfetti dovremo rifuggere con tutte le nostre forze dalla concretizzazione delle malate e perverse ossessioni di personaggi quali Kurzweil, Musk ed i vari esponenti del World Economic Forum capeggiato da Schwab.

Giulio Montanaro

Poliglotta, talent scout nel mondo della musica elettronica, advisor creativo con varie esperienze di gestione aziendale, ricercatore indipendente ed appassionato di media alternativi, Giulio Montanaro ha esordito come cronista nel 2000, a Padova, collaborando con il gruppo editoriale "Il Gazzettino”.