di Fabio Bozzo

Henry Kissinger, il decano della diplomazia statunitense, una volta disse che Israele è l’unico Paese al mondo a non avere una politica estera, in quanto qualunque sua problematica è a tutti gli effetti una questione di politica interna. Tale affermazione, degna di un calibro pesante della diplomazia, è doppiamente vera. In primo luogo per l’enorme esposizione mediatica dello Stato ebraico, che fa sì che qualunque sua azione generi delle reazioni internazionali, perlomeno mediatiche, con i susseguenti riflessi interni. Inoltre, ancor più importante, Israele è forse l’unico Paese del mondo in cui un qualsiasi errore di politica estera potenzialmente può causare la scomparsa dell’intera Nazione. Con l’inevitabilità di un secondo Olocausto se vogliamo dirla tutta.

Partiamo con un brevissimo riassunto storico, che sintetizzeremo al massimo per non perdere di vista l’attualità. Come tutti sanno la spartizione dell’ex Mandato Britannico di Palestina avvenne nel 1948 a seguito di una votazione presso l’Assemblea Generale dell’ONU. Tale voto ebbe come risultato 33 favorevoli, 13 contrari e 10 astenuti. Per varie ragioni si dichiararono favorevoli alla creazione di due Stati, uno ebraico ed uno arabo (con Gerusalemme sotto controllo internazionale), sia il mondo libero sia quello comunista. A votare contro furono essenzialmente i Paesi islamici indipendenti e l’India, che già si trovava in guerra civile con la sua minoranza mussulmana. L’astensione fu prerogativa di Cina (indifferente alla questione e con altri problemi), Jugoslavia (per dispetto a Mosca), Gran Bretagna (che in quanto potenza coloniale in dismissione cercava di uscire dal vespaio nel modo più indolore possibile), Etiopia (come l’India timorosa di irritare la minoranza maomettana) e mezza America Latina (per malcelato ma imbarazzante antisemitismo di stampo religioso). La Thailandia non partecipò al voto perché in quel momento era in corso un colpo di Stato…

volantino del gran mufti di gerusalemme

Volantino fatto distribuire dal Gran Muftì di Gerusalemme Amin al-Husseini dopo la risoluzione di spartizione dell’Onu:, si esortano gli arabi a conquistare tutta la Palestina.

Come detto il piano votato dall’ONU prevedeva la creazione di uno Stato israeliano e di uno palestinese. Gli ebrei accettarono e gioirono, gli arabi rifiutarono la scelta dell’ONU (lo stesso ONU in cui da allora, dopo ogni sconfitta, vanno a piangere lacrime di coccodrillo) e scatenarono la guerra. Contro il neonato Stato ebraico di appena 650.000 abitanti si scagliarono gli eserciti di Egitto, Siria, Giordania, Iraq e Libano, oltre a piccoli contingenti sauditi, yemeniti e a varie milizie arabe più o meno inquadrate militarmente. Risultato? Una sconfitta umiliante per la coalizione che apertamente aveva preannunciato la distruzione di Israele.

Con l’Armistizio di Rodi del 1949 Israele ottenne un relativo aumento territoriale. Il grosso di quello che, secondo l’ONU, sarebbe dovuto diventare lo Stato arabo di Palestina invece venne spartito… da altre due Nazioni arabe, ossia l’Egitto che annetté la Striscia di Gaza e la Transgiordania che annetté l’attuale Cisgiordania (cambiando anche il proprio nome in Giordania, denominazione che non ha più abbandonato). Pertanto la mancata nascita di uno Stato arabo di Palestina non è da imputare agli israeliani ma agli Stati arabi confinanti, che approfittarono della situazione per espandere il proprio territorio in spregio al diritto internazionale. Cosa per la quale, neanche a dirlo, la Sinistra occidentale non ha mai organizzato nessuna protesta o girotondo. Da sottolineare infine che, fino al 1967, anno in cui Israele conquistò Gaza e la Cisgiordania, la popolazione islamica di quelle zone non diede particolari grane ai due rispettivi Stati, dimostrazione che l’identità nazionale palestinese è in realtà un artificio propagandistico creato ad arte per danneggiare Israele.

israele 1947-49Abbiamo ricordato il 1967. Quell’anno Egitto, Siria, Giordania ed Iraq (armati dall’Unione Sovietica) si prepararono all’invasione di Israele. Guida carismatica della coalizione era il dittatore egiziano Nasser che, di nuovo, il 26 maggio di quell’anno annunciò in un discorso ai sindacalisti arabi il suo vero obiettivo: “La battaglia sarà generale e il nostro obiettivo fondamentale sarà distruggere Israele”. Di fronte allo schieramento degli eserciti arabi e a queste dichiarazioni, a metà tra l’hitleriano ed il mafioso, Israele attaccò preventivamente. Fu la celebre Guerra dei Sei Giorni, ovvero la più spettacolare di tutte le spettacolari vittorie militari sotto l’insegna della Stella di David ed il conflitto arabo-israeliano più ricco di conseguenze. Oltre a fare letteralmente a pezzi gli eserciti arabi Israele conquistò la Cisgiordania, Gaza, il Sinai (che sarebbe stato restituito anni dopo) e le Alture del Golan (queste ultime alla Siria), ossia un altopiano montuoso di appena 1.800 chilometri quadrati da cui i siriani cannoneggiavano metà Israele settentrionale e minacciavano il Lago Tiberiade, all’epoca la pressoché unica fonte d’acqua dolce dello Stato ebraico.

Di fronte al disastro gli Stati arabi perseguirono varie strategie. La Giordania accettò di tornare nei propri confini pre-1949 e si trasformò nello Stato musulmano più povero e più stabile della regione (con un unico scossone che tratteremo tra poco), mentre Egitto e Siria iniziarono un massiccio riarmo per tentare la rivincita. Ovviamente tale riarmo fu sempre attuato grazie alle forniture belliche sovietiche, al punto che non è errato dire che l’esistenza stessa di Israele sul lungo periodo abbia gravato non poco sulle disastrate finanze del blocco comunista (oltre a mostrare al mondo una relativa superiorità delle armi e delle tecnologie occidentali). Ancor più importante fu la decisione di Egitto e Giordania di non rivendicare la restituzione rispettivamente di Gaza e della Cisgiordania: da quel momento, come per magia, il mondo arabo, il blocco sovietico e la Sinistra internazionale si ricordarono del piano di spartizione del 1948. Con un’abile propaganda venne creata dal nulla un’identità palestinese (non un sentimento nazionale, il quale è quasi inesistente in tutto il mondo arabo-musulmano), al fine di incastrare Israele in una snervante guerriglia che ne consumasse le energie e lo screditasse agli occhi del buonismo internazionale. Come? Con i metodi ormai arcinoti: l’uso di civili palestinesi come scudi umani. Per la Sinistra (e parte dell’estrema Destra) occidentale di chi è la colpa? Sempre e comunque di Israele, vittima anche del terrorismo internazionale.

Non solo. Già nel 1948, con la sconfitta imminente durante la Guerra dei Sei Giorni, la propaganda araba annunciò che Israele avrebbe sterminato i civili islamici delle zone conquistate (cosa ovviamente mai avvenuta). Il risultato di questa fandonia fu che migliaia di “palestinesi” fuggirono all’estero, per lo più in Giordania. Qui, tra il 1970 ed il 1971, aiutati da Egitto e Siria scatenarono una rivoluzione mirante a rovesciare la dinastia regnante ed instaurare una repubblica a metà tra il socialismo arabo filosovietico e l’islamismo. Tuttavia la tempra dell’esercito giordano, che ha le sue radici nei beduini di Lawrence d’Arabia e che non tagliò mai del tutto i contatti con gli istruttori britannici, permise allo Stato giordano di vincere la partita. Questo provocò un altro esodo dei ribelli palestinesi sopravvissuti (ormai visti come una grana anche dagli altri arabi) che si riversarono in Libano. Nel Paese dei cedri sarebbero stati determinanti per scatenare una lunghissima guerra di religione, oggi momentaneamente conclusa con l’annientamento di gran parte della comunità cristiana maronita e la sostanziale islamizzazione della piccola Nazione. Ma questa è un’altra storia.

Contro Israele Egitto e Siria organizzarono la rivincita, tentata nel 1973 nella cosiddetta Guerra dello Yom Kippur. Stavolta i due alleati, supportati da truppe di mezzo mondo arabo e da assistenti sovietici e cubani, attaccarono di sorpresa gli israeliani durante la più sacra festività ebraica. Ni primi giorni Israele se la vide brutta, per poi riprendersi dallo shock ed ottenere l’ennesima completa vittoria militare. Fin da subito tale conflitto fu presentato dalla stampa di sinistra come una sorta di riscatto per l’umiliazione araba dei Sei Giorni. In realtà fu la guerra arabo-israeliana più disastrosa per l’Unione Sovietica. Vediamo perché. Da un lato Israele, malgrado la vittoria, optò per una progressiva restituzione del Sinai all’Egitto, tramite un accordo di pace con il suo più potente vicino islamico che sostanzialmente regge tutt’oggi. Sull’altro lato del fronte invece fu lo stesso Egitto a rendersi finalmente conto che l’alleanza sovietica e la causa palestinese non portavano altro che sconfitte (la prima) e rogne (la seconda). Pertanto il Presidente Sadat, con lo zampino del già citato Kissinger, attuò il più spettacolare cambio d’alleanza del Medio Oriente: espulse i 20.000 militari sovietici presenti in Egitto e trasferì il suo Paese nel campo guidato dagli Stati Uniti. Da quel momento gli unici alleati mediorientali dell’URSS rimasero il poverissimo ma strategico Yemen del Sud, la Siria della famiglia Assad e l’Iraq di Saddam Hussein. In sintesi è corretto dire che le vittorie militari di Israele e la sua stessa esistenza siano state un vero disastro geopolitico ai danni dell’Unione Sovietica. Non si può comprendere l’attuale persistente odio della Sinistra occidentale per Israele, se non si comprende questo capitolo della Guerra Fredda.

Dopo il 1973, sebbene le guerre in campo aperto non siano del tutto scomparse, non vi sono più stati tentativi di annientare Israele attraverso una campagna militare classica. Pertanto, come accennato, i nemici arabo-islamici dello Stato ebraico hanno ripiegato su terrorismo e guerriglia. La parte del leone in questa strategia l’hanno svolta i palestinesi: adiacenti agli israeliani, numerosi e prolifici quel tanto da sopportare gravi perdite e privi di un vero esercito. Queste caratteristiche hanno permesso alla propaganda terzomondista di dipingerli come le eterne vittime di soprusi, discriminazioni e addirittura di genocidio.

Proprio riguardo alla ridondante accusa di genocidio occorre sottolineare che nessuno ha mai sterminato il popolo palestinese! Nel 1948, alla nascita di Israele, i palestinesi erano circa 1.237.000 (fonte: UNSCOP – 1947), mentre nel 2017 erano circa 4.750.000 a cui vanno aggiunti 3.520.000 palestinesi emigrati in Giordania e 1.890.000 che vivono in Israele (fonte: Palestinian Central Bureau of Statistics). A questi va sommato un altro 1.500.000 circa che vive sparso per il mondo (fonte: Joshua Project, Arab, Palestinian Ethnic People in all Countries). Alla luce di questi dati appare evidente che non sia mai esistito alcuno sterminio dei palestinesi e che tale leggenda sia stata diffusa ad arte dalla Sinistra e da parte dell’estrema Destra: i compagni per nichilismo geopolitico, in quanto Israele è parte quell’Occidente che gli arabo-islamici vogliono distruggere, i “camerati” perché devono scaricare su qualcuno la frustrazione della loro sconfitta storica. Ad essere precisi l’unico sterminio palestinese mai avvenuto è quello della minoranza cristiana, effettuato dai palestinesi islamici. I cristiani nel 1922, al tempo della dominazione britannica, assommavano al 9,5% del totale (fonte: Report to the League of Nations on Palestine and Transjordan, 1937), mentre oggi sono il 2% o meno (fonte: The Palestinian Diaspora). Ben 154.000 palestinesi cristiani oggi vivono in Israele, unico Paese del Medio Oriente dove i cristiani stanno aumentando di numero (fonte: Palestinian Christians: Challenges and Hopes).

Infine, dopo vent’anni di guerriglia e col mondo in relativa sicurezza grazie al crollo dell’Unione Sovietica, nel 1994 Israele tentò la via di dare una possibilità statuale ai palestinesi, facendo nascere la cosiddetta Autorità Nazionale Palestinese. Inutile dire che da allora tale entità ha visto solo corruzione, degrado totale delle infrastrutture lasciate dagli israeliani, sprechi marchiani degli aiuti internazionali (anche nostri) e l’onnipresente terrorismo ai danni dello Stato ebraico, al punto di costringere Israele a ricorrenti interventi di ritorsione. Da qualche anno addirittura assistiamo all’assurda situazione in cui la Cisgiordania è governata da al-Fatah, l’organizzazione storica del terrorismo palestinese e per questo in parte “bruciata” agli occhi del suo stesso popolo, mentre la Striscia di Gaza langue sotto il pugno di ferro di Hamas, fazione più recente, dichiaratamente islamista e ancora legata alla classica linea politica arabo-musulmana: la cancellazione della “entità sionista”. In pratica i palestinesi sono riusciti nell’ardua impresa di impegnarsi in una guerra civile ancor prima di possedere uno Stato vero e proprio.

A questo punto è doverosa una domanda: quanto grave sarebbe per il mondo la perdita dell’esistenza di Israele? Per rispondere limitiamoci a riportare dei numeri, che col loro freddo distacco non possono essere accusati di propaganda. Tra il 1980 e il 2000 il numero di brevetti registrati in Israele è stato di 7.652 rispetto ai 367 di tutti i Paesi arabi messi insieme. Solo nel 2008 gli inventori israeliani hanno chiesto di registrare 9.591 nuovi brevetti. La cifra equivalente per l’Iran era 50 e per tutti i Paesi a maggioranza musulmana nel mondo 5.657 (fonte: Niall Ferguson, storico e politologo britannico, in Civilization: The West and the Rest).

E Israele? Quali sono le prospettive per l’unica democrazia del Medio Oriente o, per parlare più chiaro, per l’unico pezzetto di Civiltà occidentale presente nella regione? Essendo ormai chiaro anche ai sassi che qualsiasi piano di pace che non comporti l’annientamento demografico dello Stato ebraico sarà rifiutato dagli arabi, Israele dovrà innanzitutto completare la barriera difensiva che lo separa dai territori palestinesi. Vera e propria riedizione del limes romano che separava la civiltà classica dai barbari, il muro è a buon punto e ha già dato ottimi risultati nel bloccare le infiltrazioni di terroristi e di immigrati clandestini. Dal punto di vista geopolitico invece i palestinesi hanno già perso. Considerati come una peste dalla Giordania, come un pericolo dall’Egitto e come un’inutile seccatura dal resto del mondo arabo, gli eredi spirituali di Arafat non possiedono più un forte protettore internazionale come fu (opportunisticamente) l’URSS. Certo ufficialmente tutti i leader del mondo islamico devono continuare a parlare male di Israele e dei crimini sionisti, ma gli Accordi di Abramo conclusi da Trump hanno definitivamente dimostrato che la Palestina sia meno nei cuori del mondo arabo di quanto non lo sia in quello dei salotti radical chic occidentali, dove si parla di “emancipazione del Terzo Mondo” ed “apartheid sionista” durante l’apericena a base di champagne e crostini vegani.

Abbiamo accennato alla demografia. È qui che si trova la vera sfida per l’esistenza futura di Israele (e del resto dell’Occidente a dirla tutta). Oggi lo Stato della Stella di David conta 9.364.000 abitanti, mentre i palestinesi sono 5.159.000, tra Gaza e Cisgiordania. Malgrado il numero considerevole dei palestinesi gli israeliani, grazie alla barriera difensiva ed alla diplomazia, li stanno fisicamente isolando dal proprio territorio. Non è un caso che tutti i piani di pace siano falliti, essenzialmente, per una singola clausola pretesa dagli arabi: la possibilità a tutti i palestinesi, dietro autocertificazione, di trasferirsi ed ottenere proprietà immobiliari in Israele. Se questa follia, che storicamente e legalmente non ha né capo né coda, venisse accettata lo Stato di Israele scomparirebbe nel giro di cinque anni.

Tuttavia, per assurdo, i palestinesi veri e propri non sono la minaccia numero uno al futuro dell’unica democrazia mediorientale. Tale minaccia è costituita, sic et simpliciter, dagli arabo-israeliani, ovvero dai discendenti degli arabi che nel 1948 restarono nel territorio assegnato agli ebrei e che, a differenza di quanto strombazzato dalla propaganda dell’epoca, gli israeliani lasciarono vivere in pace (al punto che oggigiorno si tratta dell’unica grande comunità araba al mondo che vive in una vera democrazia, vota regolarmente e possiede la migliore università in lingua araba del mondo, nella città israeliana di Beersheba). Quanti sono gli arabo-israeliani? Circa 1.890.000, ovvero il 21% della popolazione nazionale. A questi bisogna sottrarre poco più di 200.000 beduini del deserto del Negev i quali, sebbene musulmani, hanno più volte dimostrato una sostanziale fedeltà allo Stato. Anche gli arabi di religione cristiana, per ovvie ragioni, sono grati e devoti ad Israele: essi rappresentano il 2% in aumento della popolazione totale. Restano gli arabo-islamici, ovvero il 14% circa. Sebbene lo Stato ebraico abbia dimostrato per decenni una costante volontà di farne dei cittadini a tutti gli effetti essi in stragrande maggioranza rimangono, nel cuore e nello spirito, nemici di Israele. Al punto che storicamente il loro voto andava al Partito Comunista filosovietico finché, recentemente, hanno creato una Lista Araba Unita il cui programma è, essenzialmente, favorire il “ritorno” in massa dei palestinesi. Ossia la distruzione di Israele.

Di fronte a questa minaccia demografica (gli arabo-islamici fanno molti figli) ed elettorale (Israele non nega il voto nemmeno a chi usa la democrazia per distruggere la democrazia stessa) cosa sta facendo il Governo di Gerusalemme? Essenzialmente sta attuando costose politiche demografiche, che vanno dall’incentivare il più possibile l’immigrazione degli ebrei sparsi nel mondo all sostenere la riproduzione biologica di quelli già in loco. Ad oggi tali politiche si stanno dimostrando abbastanza efficaci, grazie al fatto che i Governi di destra degli ultimi trent’anni (quasi sempre guidati da Benjamin Netanyahu) le stanno conducendo con ammirevole e costosa coerenza.

Resta tuttavia un nodo da sciogliere. Sebbene la demografia israeliana si stia rafforzando anche i palestinesi stanno crescendo velocemente di numero. Inoltre durante la crisi di Gaza del maggio 2021 gli arabo-israeliani di fede islamica hanno indetto uno sciopero nazionale in solidarietà ad Hamas. Non era mai successo ma, ne siamo certi, tale radicalizzazione non farà che aumentare. Quali soluzioni sono possibili per garantire pace e sicurezza ad Israele? Chi scrive crede che ve ne sia essenzialmente solo una: un trasferimento di popolazione, ovvero disegnare a priori un confine netto tra il territorio israeliano ed il resto del Medio Oriente per poi spostare a Gaza, in alcune parti della Cisgiordania e nel Sinai (che è essenzialmente vuoto) il grosso dei palestinesi e gli arabo-israeliani islamici (beduini esclusi). Prima di osservare gli scandalizzati sinistroidi balzare sulle sedie ricordiamo a tutti che gli esempi storici non mancano, anche solo restando in quello che molti ritengono essere il “civile” XX secolo. Nel 1923 Turchia e Grecia concordarono uno scambio di popolazioni, attraverso il quale 1.220.000 ellenici lasciarono l’Anatolia per trasferirsi in Grecia, mentre 400.000 turchi fecero il tragitto inverso. Da non dimenticare, inoltre, che dopo il 1948 circa 800.000 ebrei sefarditi vennero espulsi da tutti i Paesi arabi come ritorsione per la vittoria israeliana nella guerra d’indipendenza (anche per essi la Sinistra occidentale non versò una lacrima). Queste persone dovettero, obtorto collo, trasferirsi in Occidente e per lo più in Israele con solo una valigia in mano. Non ci stancheremo mai di ripetere che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente, pertanto vi è la certezza che il trasferimento della popolazione araba interessata sarebbe molto meglio gestito ed umanitario di quello attuato dagli Stati arabi verso gli 800.000 sefarditi (che invece assomigliò per brutalità all’espulsione che i giuliano-dalmati patirono per mano dei comunisti jugoslavi). Solo una soluzione di questo genere, certamente drastica ma assai più umanitaria del continuo stillicidio di vite altrimenti irrisolvibile, potrebbe garantire un futuro di pace.

Restano, va da sé, due grosse difficoltà. La prima è che la comunità internazionale, nella sua ipocrisia terzomondista, non è ancora pronta per un’azione tanto definitiva ed umanitaria. Vedremo per quanto. La seconda sono gli Stati arabi confinanti. L’Egitto difficilmente accetterà d’inglobare qualche milione di palestinesi ben avviati al fondamentalismo islamico e, ancor meno probabile, di riannettersi la Striscia di Gaza come fece nel 1949: sovrappopolata e poverissima, Gaza sarebbe solo l’ennesima rogna da gestire per i governanti de Il Cairo. A sua volta la Giordania è altamente improbabile che accetti di riannettersi parte della Cisgiordania, poiché l’ultima volta che ebbe a che fare con una grossa comunità di palestinesi questi scatenarono un tentativo di colpo di Stato degenerato in guerra civile. Come si vede, al netto delle legittime preoccupazioni degli Stati confinanti, la solidarietà araba verso i palestinesi cessa all’improvviso quando questi rischiano di dover essere gestiti da altri arabi, smettendo di rappresentare una minaccia per Israele. E quindi per l’Occidente.

Laureato in Storia con indirizzo moderno e contemporaneo presso l'Università di Genova. Saggista, è autore di Ucraina in fiamme. Le radici di una crisi annunciata (2016), Dal Regno Unito alla Brexit (2017), Scosse d'assestamento. "Piccoli" conflitti dopo la Grande Guerra (2020) e Da Pontida a Roma. Storia della Lega (2020, con prefazione di Matteo Salvini).