di Luca Marcolivio

Alla fine il presidente anziano e cattolico si è rivelato il più gay friendly di tutti. L’uomo considerato fino a poco tempo fa troppo “moderato” per essere un dem, talmente conservatore da avere difeso posizioni segregazioniste fino agli anni ’80, è più liberal del suo predecessore Barack Obama. Più ecologia, più immigrazione, più aborto ma, soprattutto, più “arcobaleno”. Le politiche lgbt sembrano essere un vero e proprio chiodo fisso per Joe Biden. In questo ambito, nei suoi primi cento giorni alla Casa Bianca, il presidente americano ha mantenuto un profilo tutt’altro che basso. L’unico dubbio che potrebbe sorgere è se si sia fatto prendere dalla fretta di cancellare tutti gli ordini esecutivi di Donald Trump oppure se si tratti semplicemente di un “antipasto” per una rivoluzione antropologica destinata a stupirci coi suoi “effetti speciali” nei prossimi quattro anni.

rachel levine

Rachel (Richard) Levine

Il primo “atto simbolico” è stato l’inserimento sul sito della Casa Bianca dei pronomi neutri ad uso dei visitatori. Oltre a “Mr”, “Mrs” e “Ms”, si potrà inserire anche “Mx” in onore alla fluidità di genere. Poco dopo c’è stata la nomina del primo membro trans in una squadra di governo: dal 20 gennaio Rachel Levine è il nuovo Sottosegretario alla Salute. Sessantatre anni, pediatra, fino al 2013 Levine si chiamava Richard, era sposato e padre di due figli. Vantandosi della “scelta storica”, il presidente ha esaltato “l’ampia conoscenza” di Levine “di cui abbiamo bisogno per affrontare la pandemia, a prescindere dall’etnia, religione, orientamento sessuale, identità di genere o disabilità”. Il sito “Life Site News” aveva commentato così: “Joe Biden ha annunciato l’intenzione di nominare un uomo di genere confuso”. Immediatamente “Twitter” ha chiuso i due account che avevano veicolato l’articolo…

Grazie a Joe Biden, inoltre, i transessuali sono stati nuovamente sdoganati nell’ambito delle forze armate. Nel luglio 2017 Trump li aveva banditi, usando argomentazioni più pragmatiche che ideologiche: “I militari devono concentrarsi sulla vittoria e non possono sopportare i tremendi costi medici e i turbamenti legati all’essere transgender”. Nel rovesciare il provvedimento del suo predecessore, Biden si è limitato a dire che l’ordine esecutivo “consentirà a tutti gli americani qualificati di servire il loro Paese in uniforme” e che “l’identità di genere non dovrebbe essere un ostacolo al servizio militare”.

Il primo ordine esecutivo pro-LGBT in assoluto, comunque, è stato firmato da Biden nel pomeriggio di giovedì 20 gennaio, pochi istanti dopo aver avuto accesso per la prima volta alla Sala Ovale da presidente. Si tratta di un decreto che sancisce la fine di ogni discriminazione. “Ogni persona dovrebbe essere trattata con rispetto e dignità e dovrebbe essere in grado di vivere senza paura, non importa chi sia o chi ami – si legge nel provvedimento – i bambini dovrebbero essere in grado di apprendere senza preoccuparsi del fatto che potrebbe essere negato loro l’accesso ai bagni, agli spogliatoi o agli sport scolastici”. Linguaggio enfatico ma, soprattutto, altamente astratto e generico, come avviene per tutte le norme ideologicamente connotate.

Strana eterogenesi dei fini quella dell’Executive Order on Preventing and Combating Discrimination on the Basis of Gender Identity or Sexual Orientation. A furia di fughe in avanti sul fronte dei diritti civili, Biden si è attirato le ire delle femministe. Il cortocircuito si è innescato allorché l’ordine esecutivo bideniano mette fine al “diritto a spazi separati per sesso” in luoghi come bagni pubblici o spogliatoi. “Ciò potrebbe significare che le ragazze adolescenti debbano spogliarsi negli spogliatoi con uomini e ragazzi con il pene. Potrebbe significare che le detenute saranno ospitate in celle con uomini condannati per aver violentato donne ma che ora affermano di essere donne”, ha dichiarato l’avvocato Kara Dansky al sito “Feminist Current“. Delle due l’una: o si protegge lo “status transgender” o si tutela il sesso biologico. Tertium non datur.

Biden, comunque, non va troppo per il sottile e anche la Festa della Donna ha costituito per lui un pretesto. Proprio l’8 marzo il presidente ha firmato due ordini esecutivi. Nel primo viene istituito il Gender Policy Council, un comitato per l’implementazione delle politiche di uguaglianza di genere a tutti i livelli, a partire da quello lavorativo. Nel secondo vengono poste sotto valutazione le linee guida esistenti per le indagini sulle aggressioni nei campus universitari.

Altra misura particolarmente divisiva: il sostegno agli atleti transgender, autorizzati a partecipare a competizioni femminili. Tutto è nato dal ricorso di tre studentesse del Connecticut, che avevano denunciato la violazione del Titolo IX del 1972 che vieta la discriminazione basata sul sesso nell’ambito dei programmi e delle attività educative. Includere atleti biologicamente maschi nelle gare femminili avrebbe precluso alle tre studentesse il conseguimento di vittorie sportive e quindi di borse di studio. Lo scorso anno l’Amministrazione Trump si era schierata a favore delle tre studentesse. Biden, al contrario, a poco più di un mese dal suo insediamento, ha ritirato il sostegno. “Il capovolgimento politicamente motivato del governo non può cambiare la realtà biologica o la corretta interpretazione della legge – ha ricordato a tal proposito Christiana Holcomb, consulente legale di “Alliance Defending Freedom” – i maschi avranno sempre vantaggi fisici intrinseci rispetto alle ragazze con talento e formazione paragonabili; questo è il motivo primario per cui abbiamo gli sport femminili”.

Il radicalismo liberticida dell’amministrazione Biden si manifesta anche nella guerra, ormai dichiarata, all’obiezione di coscienza. Nell’appello presentato lo scorso 20 aprile, il presidente intende sostanzialmente costringere i medici ad eseguire qualunque tipo di intervento chirurgico per la transizione di genere, indipendentemente dall’etica professata. Biden ha fatto ricorso contro la sentenza del tribunale che respingeva la proposta governativa di sanzionare i medici che si rifiutano di eseguire questo tipo di interventi.

Altra misura pesantissima, per quanto solo simbolica, è stata la decisione del Segretario di Stato, Anthony Blinken, di esporre le bandiere arcobaleno presso tutte le ambasciate statunitensi nel mondo, in occasione del mese dell’orgoglio LGBTQI. Anche in questo caso si è trattato del rovesciamento di una precedente misura di segno opposto dell’Amministrazione Trump. Da notare che, in questo caso, non si tratta di un obbligo ma di una facoltà, per cui la decisione è rimessa ai singoli ambasciatori. Se è vero che, in Occidente, la propaganda LGBT è sempre più spregiudicata e tracotante, è altrettanto vero che, con i Paesi a maggioranza musulmana, i liberal optano per i due pesi e le due misure. Facile immaginare, quindi, che in Arabia Saudita il vessillo arcobaleno non apparirà. Da parte del portavoce della Casa Bianca è arrivato l’ennesimo proclama all’insegna della retorica: “Il presidente Biden crede che la forza dell’America si trovi nella sua diversità. L’America è più forte, a casa e nel mondo, quando è inclusiva”.

Un capitolo a parte merita l’Equality Act. Parliamo, in questo caso, di un provvedimento indipendente dall’Amministrazione Biden ma comunque fortemente voluto dal presidente. Approvato lo scorso 25 febbraio dalla Camera esso rappresenta un emendamento al Civil Act del 1964. Se l’Equality Act dovesse passare anche al Senato a farne le spese saranno in primo luogo le donne. Qualunque uomo che si autoidentifica come donna avrà diritto di accesso alle toilette, agli spogliatoi e alle competizioni sportive femminili, legalizzando le iniquità già manifestatesi nel menzionato caso del Connecticut. Il medesimo problema si riscontrerà anche sul lavoro. Persino le scuole e le istituzioni cristiane o di altro orientamento religioso saranno soggette a sanzioni se riaffermeranno i principi di sempre in materia di famiglia e di distinzione uomo-donna.

La legge rappresenta “l’aggressione più radicale alla libertà religiosa, al diritto alla vita e al diritto alla privacy che sia mai stata codificata in una proposta di legge”, ha tuonato il presidente della Conferenza Episcopale Statunitense, monsignor José Horacio Gómez. Ad essere scontenti, comunque, non sono solo i cattolici. Anche il laico “Wall Street Journal” ha definito l’Equality Act una dichiarazione di “guerra contro la realtà”. “In gioco ci sono anche le innumerevoli anime vulnerabili che cadono preda dell’ideologia tirannica dell’identità di genere e delle atrocità mediche che ne derivano. Ecco perché è in gioco anche la libertà religiosa. La religione – ammette l’editorialista del WSJ – è l’ultimo baluardo della sanità mentale”.

L’approvazione dell’Equality Act anche al Senato non è così scontata, essendo la maggioranza dem risicatissima. Nel 2019 la medesima bozza di legge era passata alla Camera (già allora a maggioranza democratica) ma non al Senato (allora ancora a maggioranza repubblicana). Due anni fa anche un senatore dem, Joe Manchin (West Virginia), votò contro; ma in ogni caso Trump avrebbe esercitato il diritto di veto. Oggi, però, alla Casa Bianca comanda il presidente più arcobaleno della storia e ciò cambia notevolmente le cose.

Saggista e giornalista professionista, è accreditato alla Sala Stampa della Santa Sede dal 2011. Direttore del webmagazine di informazione religiosa "Cristiani Today", collabora con "La Nuova Bussola Quotidiana" e "Pro Vita & Famiglia". Dal 2011 al 2017 è stato caporedattore dell’edizione italiana di "Zenit".