di Silvio Pittori

Era l’anno 1992, stavo per terminare gli studi universitari e ricordo l’interesse con cui assistevo ad una sorta di lectio magistralis quotidiana che uno storico dell’arte, prestato al Diritto, teneva, con invidiabile capacità e sommo risultato, alle 13.30 su Canale 5. La trasmissione si chiamava Sgarbi Quotidiani e quello storico dell’arte si chiamava Vittorio Sgarbi, uno dei pochi che, all’epoca di Mani Pulite, aveva il coraggio di assumere posizioni in aperto antagonismo con alcune condotte tenute da una Magistratura sottratta ad ogni censura per ignavia della politica o, più correttamente, di una parte consistente della stessa. Trattava temi di assoluta importanza democratica, quali l’uso distorto della custodia cautelare, la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, il doveroso rispetto che la Magistratura avrebbe dovuto nutrire nei confronti degli eletti dal Popolo: temi tuttora di estrema attualità, sintomo che nell’ambito della Magistratura ed all’interno del nostro Paese assai poco è cambiato in circa trent’anni di storia repubblicana.

Ricordo nitidamente il contenuto della lettera scritta dal dott. Gabriele Cagliari, sottoposto da mesi alla custodia cautelare in carcere nell’ambito di uno dei numerosi procedimenti promossi dal pool “Mani Pulite”, letta nel corso di una puntata televisiva dal predetto critico d’arte; lettera che costituiva l’estremo addio rivolto ai propri cari e, nel contempo, una razionale rappresentazione “a futura memoria” di ciò che stava accadendo nel nostro Paese. Alcuni stralci di detta lettera meriterebbero di essere quotidianamente ricordati agli studenti della facoltà di Giurisprudenza:

Come dicevo, siamo cani in un canile dal quale ogni procuratore può prelevarci per fare la propria esercitazione e dimostrare che è più bravo o più severo di quello che aveva fatto un’analoga esercitazione alcuni giorni prima o alcune ore prima. Anche tra loro c’è la stessa competizione o sopraffazione che vige nel mercato, con differenza che, in questo caso, il gioco è fatto sulla pelle della gente. Non è dunque possibile accettare il loro giudizio, qualunque esso sia. Stanno distruggendo le basi di fondo e la stessa cultura del diritto, stanno percorrendo irrevocabilmente la strada che porta al loro Stato autoritario, al loro regime della totale asocialità. Io non ci voglio essere.

Quanta contemporaneità in quella frase: “stanno distruggendo le basi di fondo e la stessa cultura del diritto”. Soprattutto al cospetto di quanto raccontato dal dott. Luca Palamara nel libro-intervista di Alessandro Sallusti e di quanto sta emergendo nell’ambito dell’affaire Amara. In sintesi quest’ultimo, noto avvocato di un’importante società per azioni, rilasciava alcune dichiarazione ad un pubblico ministero, rivelando l’esistenza (la presunta esistenza) di una loggia segreta, denominata “Ungheria” in quanto gli affiliati sarebbero stati soliti riunirsi in un appartamento romano posizionato in Via Ungheria appunto;loggia che vedrebbe tra i propri affiliati alti magistrati ed esponenti di primo piano delle Forze dell’Ordine e della politica. Lo stesso pubblico ministero, al cospetto di un inaspettato, presunto rallentamento delle indagini da parte del procuratore “capo”, si rivolgeva in maniera irrituale oltre che informale ad un consigliere del CSM – trattasi del consigliere Piercamillo Davigo – per lamentare la lentezza dell’indagine ma soprattutto per “autotutelarsi” (da che cosa?), consegnandogli i verbali contenenti dette dichiarazioni. Il consigliere decideva quindi di rendere edotto dell’accaduto il vice presidente del CSM ed il procuratore generale della Cassazione. Nel frattempo, una segretaria interna al CSM avrebbe inviato i verbali ad alcuni quotidiani che, a loro volta, avrebbero destinato detta documentazione alla Procura milanese.

Questa, in sintesi, la storia a noi ad oggi nota, ma ciò che emerge dalla stessa è ancora una volta un conflitto interno alla Magistratura che assume, nel caso di specie, le forme di una totale diffidenza tra magistrati, ciò ad evidente danno del sistema Giustizia, resa in siffatta maniera sempre meno affidabile agli occhi dei cittadini, i quali oramai guardano con malcelata diffidenza le aule in cui la Giustizia dovrebbe essere con autorevolezza formale – oltre che sostanziale – dispensata. Un ulteriore duro colpo alla Magistratura, a danno dei molti magistrati, certamente la maggioranza nel nostro Paese, che ogni giorno in silenzio, lontano dai riflettori, svolgono con etica ed impegno la propria fondamentale opera. Si resta amareggiati oltretutto nel vedere che l’organo di autogoverno della Magistratura, al cospetto di quanto sta accadendo, o, meglio, di quanto sta venendo semplicemente alla luce negli ultimi mesi, si rifugi in una sorta di “io non ci sto”, accusando i presunti accusatori – che altro non sono se non preoccupati spettatori – di volerla delegittimare, senza all’evidenza riflettere sulla delegittimazione autoinflitta con condotte che lasciano intravedere quantomeno violazioni etiche e deontologiche.

Al cospetto di questo nuovo caso, ho ricordato un articolo scritto nel maggio 2002 dall’eurodeputato Giuseppe Gargani, il quale, all’interno della rivista “Ideazione” (Giustizia oltre l’emergenza, pagg. 102 ss.), rappresentava come “molti costituenti si erano resi conto che con le norme proposte si costruiva un sistema nel quale la Magistratura assumeva una funzione separata, non organica all’unità istituzionale disegnata nella Costituzione” e che “la Costituzione non definiva nessun contrappeso all’autonomia della magistratura, destinata così a diventare da ordine, come previsto nell’articolo 104, un potere dello Stato e, naturalmente, un potere incontrollato ed incontrollabile”.

Sono trascorsi quasi venti anni dallo scritto, peraltro anch’esso di estrema attualità, di sapore quasi profetico. Possiamo allo stato soltanto confidare nell’opera pedagogica ed educatrice che può accomunare i molti valorosi magistrati vittime anch’essi, unitamente alla Giustizia, degli scandali che emergono in seno alle correnti ed alle posizioni apicali della Magistratura, ed i politici che abbiano seriamente a cuore il destino del proprio Paese: gli uni e gli altri rappresentano infatti, in epoca di pandemia, l’unico vaccino contro quella malattia sistemica evidenziata in punto di morte dal dott. Cagliari quasi trent’anni fa.

Avvocato cassazionista con sede a Firenze, esperto in diritto civile societario e in diritto penale di impresa e contrattualistica. Laureato in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Firenze.