di Silvio Pittori

Forse mai come quest’anno anche chi non ha radici cristiane ha utilizzato nel corso della Pasqua il termine “Risurrezione”, seppure inteso quale rinascita materiale, più che spirituale, dal Covid 19, fonte quest’ultimo di un profondo smarrimento di fronte al venire meno di ogni certezza che non attenga alla sfera dei sentimenti.

Risurrezione, che da un punto di vista cristiano – come evento – si colloca nella storia ma che “va al di là di essa” (Gesù di Nazareth – Ratzinger); momento a partire dal quale l’uomo, di per sé destinato alla immortalità, trova il luogo in cui la sua anima immortale individua il proprio spazio, come lucidamente insegnato da Tertulliano, andando ad inaugurare quella che definiamo comunemente dimensione escatologica della Fede. Quel Dio assoluto che si assolve dalla assolutezza e risorge dopo avere conosciuto il dolore e la sofferenza della morte, caratteristica questa che rappresenta un unicum nel confronto con le altre religioni, individua nell’attimo della Risurrezione il senso stesso della Fede. La sofferenza di un Dio che si fa uomo, la sua morte, l’Aldilà, la Risurrezione rappresentano temi fondamentali senza la cui trattazione l’uomo rischia di conoscere soltanto la vacuità della propria esistenza di fronte all’eterno divenire del mondo.

È una riflessione che coinvolge tutti noi, anche coloro che si definiscono atei, in quanto tutti comunque chiamati a fare i conti con quel Segno che contraddistingue il nostro Evo. Pertanto ci troviamo al cospetto di un’epoca caratterizzata sempre più dall’assenza di Fede e da profondi cambiamenti, anche liturgici, che la Chiesa negli ultimi anni ha quantomeno subìto se non erroneamente voluto, in particolare successivamente a quella renuntiatio di Papa Ratzinger risalente all’anno 2013, alla quale ha fatto indiscutibilmente seguito un quantomeno apparente allontanamento della Romana Chiesa dai temi che ne hanno contraddistinto il Magistero per oltre duemila anni (morte, Risurrezione, salvezza delle anime, Aldilà, diritto del nascituro, importanza della famiglia naturale et cetera). Nel contempo abbiamo assistito e stiamo assistendo non soltanto ad un avvicinamento della Chiesa cattolica al tema “ambientalista”, a questioni ecologiste, ma anche ad una Chiesa in continua ritirata, talmente succube di “Cesare” da accettare di lasciare per molti mesi gli ammalati senza il conforto fisico di Dio, come mai accaduto per oltre duemila anni.

Se da un lato la Chiesa si dimostra sempre meno incline a trattare il tema fondamentale della Risurrezione, e gli altri temi che sono i fondamenti della religione cattolica, dall’altro la stessa si dedica sempre più a temi che fanno parte di una dimensione sociologica e politica, assumendo la Chiesa le caratteristiche proprie di una Chiesa dialogante con il mondo ma in funzione o comunque nel rispetto di quel materialismo e di quel nichilismo contro cui hanno ripetutamente puntato l’indice sia Papa Benedetto XVI sia Papa Giovanni Paolo II, con l’intento di salvaguardare i principi propri della Chiesa stessa e della cosiddetta legge naturale, pertanto quei principi che compongono anche la legge morale a cui per due millenni hanno guardato pure i non credenti e la nostra società.

Quanto sta accadendo – come ben evidenziato da Antonio Socci nel suo libro Il Dio Mercato, la Chiesa e l’Anticristo – risponde a quella ottica globalista e neocapitalista quantomeno indifferente alla religione cattolica ed ai principi spirituali e morali espressi per duemila anni dalla stessa, posti alla base della nostra cultura, definiti “non negoziabili” dallo stesso Cardinale Ratzinger. Tant’è che da più parti si parla apertamente di apostasia, quale conseguenza della negazione piena della legge divina e naturale e del predetto  relativismo che, come descritto dal cardinale Joseph Ratzinger nell’anno 2005, “non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura di tutte le cose l’io e le sue voglie”.

Al cospetto di ciò, di una costante secolarizzazione della Chiesa, sotto le mentite spoglie di una sua modernizzazione (modernizzazione e ortodossia, difficili da conciliare, se non mediante una profonda esegesi propria del teologo e non di chi voglia semplicemente rendersi interessante ai più) taluno immagina persino che la surrichiamata renuntiatio di Papa Ratzinger non sia in realtà dovuta alla debilitas corporis ed alla infirmitas personae, concetti che ricondurrebbero alla grande rinuncia di Papa Celestino V, bensì alla presa di coscienza di costituire il medesimo l’ultimo baluardo (il cosiddetto “Katechon”, colui che trattiene) alla predetta avanzante rivoluzione dottrinale e liturgica in atto, caldeggiata ed  indotta sia dai seguaci del mercatismo sfrenato sia dalla Chiesa denunciata dal teologo Ticonio, denominata Chiesa “fusca”. È noto però che quel “Katechon” un giorno dovrà lasciare questa sua fondamentale funzione affinché, con la Parusia, Gesù possa distruggere in maniera definitiva l’Anticristo che, nei primi anni del 1900, il teologo russo Vladimir Sergeevic Soloviev già identificava con l’imperatore posto a capo degli Stati Uniti d’Europa, in una ottica di edonismo sfrenato e di perdita di ogni valore. D’altronde, già nel lontano 1969 il Cardinale Ratzinger aveva profeticamente evidenziato come la crisi profonda che avrebbe conosciuto la Chiesa avrebbe ridotto la stessa ai minimi termini, destinata a ripartire da piccoli gruppi di preghiera, chiamati a restituire alla Chiesa quel ruolo di “casa dell’uomo dove trovare vita e speranza oltre la morte”, chiamati a non disperdere pertanto i principi posti a fondamento della nostra stessa cultura e del nostro essere uomini dell’Occidente che hanno donato al mondo la “bellezza”.

La Chiesa è quindi chiamata a recuperare quel ruolo di guida spirituale che ha marcato l’Occidente, anche a salvaguardia di quel sano nazionalismo che nega il nichilismo imperante, a tutela della cultura e delle tradizioni di un popolo e di un’intera Civiltà. Solo in siffatta maniera, pertanto con un richiamo alle tradizioni proprie della Chiesa cattolica (coincidenti per secoli con quelle dell’Occidente) che Ticonio definirebbe “decora”, composta dai fedeli di Cristo, sarà possibile creare in concreto una casa comune europea, come evidenziato in maniera profetica da Papa Benedetto XVI nel lontano 2007:

…emerge chiaramente che non si può pensare di edificare un’autentica casa comune europea trascurando l’identità propria dei popoli  di questo nostro Continente. Si tratta infatti di una identità storica, culturale e morale … un’identità costituita da un insieme di valori universali, che il cristianesimo ha contribuito a forgiare, assumendo così un ruolo non soltanto storico, ma fondativo nei confronti dell’Europa. Tali valori, che costituiscono l’anima del Continente, devono restare nell’Europa del terzo millennio come fermento di civiltà. Se infatti essi dovessero venire meno, come potrebbe il vecchio Continente continuare a svolgere la funzione di lievito per il mondo intero?

Ove la Chiesa non fosse nella condizione di tornare a trattare i temi facenti parte del suo Magistero, ci troveremmo esposti al rischio evidenziato – in un interessante articolo di qualche mese fa – da Ettore Gotti Tedeschi, che le persone siano indotte in relazione alle questioni di coscienza “a preferire ispirarsi a Shakespeare piuttosto che alla dottrina anche sociale della Chiesa”, dovendo ogni individuo fare i conti con quello che definisce un nuovo “umanesimo denso di cinismo”. Ed allora possiamo augurarci che la Chiesa sappia cogliere questa voglia di rinascita avvertita dalle persone in epoca di Covid, causa quest’ultimo di un profondo smarrimento rispetto a quelle che venivano ritenute oramai delle certezze, tornando a parlare della vera Risurrezione, quale luce che accompagna ogni uomo nel passaggio dalla schiavitù alla libertà, ricongiungendo l’uomo al suo creatore (S. Agostino).

Troppi infatti oramai i credenti ed i non credenti che necessitano di sentire parlare di quella Luce in queste tenebre.

Avvocato cassazionista con sede a Firenze, esperto in diritto civile societario e in diritto penale di impresa e contrattualistica. Laureato in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Firenze.