di Nicola De Felice

Una cosa è certa: il problema è politico.

Esistono le norme del diritto marittimo internazionale, firmate o ratificate dagli Stati membri dell’Ue e della sponda sud del Mediterraneo che permettono ad uno Stato costiero di far valere i propri interessi nazionali nel quadro del flusso illegale di migranti. Partiamo dagli importanti verdetti della CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) e del TAR del Lazio del luglio 2019. Nel caso di Carola Rackete e della nave ONG Sea Watch 3, entrambi quei Tribunali sentenziarono la non necessità di far sbarcare in Italia i migranti illegali che non presentavano particolari esigenze sanitarie, a meno che non fossero donne in stato di gravidanza o minorenni.

La Convenzione di Amburgo, provvedimento per la cooperazione internazionale nella ricerca ed il soccorso in mare, assegna precise responsabilità in materia di coordinamento ed assegnazione del place of safety a Malta, Libia e Tunisia prima che all’Italia. L’ONU, attraverso l’OIM (Organizzazione Internazionale Marittima), riconosce da tempo le capacità di soccorso di quelle nazioni nelle acque nelle quali avvengono gli imbarchi di migranti illegali sulle navi ONG. Non vi è alcuna ragione giuridica che obblighi l’Italia a farsene carico, specialmente quando i clandestini pagano per essere trasportati dai mercanti di esseri umani dalla costa libica sottobordo alle navi ONG straniere, navi che “battono” bandiere olandese (Ocean Viking), tedesca (Sea Watch 3 e 4) o spagnola (Open Arms).

Chiariamolo una volta per tutte: con la propria bandiera uno Stato attribuisce la propria nazionalità ad una nave, conseguentemente essa diviene territorio di quello Stato. La Ocean Viking è dunque territorio norvegese, le Sea Watch 3 e 4 sono territorio tedesco e la Open Arms è territorio spagnolo. Avere “a riva” una bandiera piuttosto che un’altra implica responsabilità, diritti, obblighi chiari e precisi come nell’applicazione del Regolamento Ue di Dublino, che recita, all’art. 13: “Quando è accertato che il richiedente ha varcato illegalmente, per via terrestre, marittima o aerea, in provenienza da un Paese terzo, la frontiera di uno Stato membro, lo Stato membro in questione è competente per l’esame della domanda di protezione internazionale”. Quindi la Norvegia (che pur non facendo parte dell’Ue ha ratificato il Regolamento), la Germania e la Spagna sono responsabili delle richieste di asilo dei migranti illegali rispettivamente a bordo della Ocean Viking, delle Sea Watch e di Open Arms e, come tali, sono in dovere di portarseli a casa, con poche ore di navigazione ovvero organizzando un efficace ponte aereo da Malta, da Marsiglia o dalla Tunisia.

Uno Stato europeo che accetta il ricollocamento dei clandestini non fa un favore all’Italia, ma si attiene doverosamente al principio di solidarietà e di mutua assistenza del Trattato Ue di Lisbona del 2009. Se uno Stato europeo non accetta il ricollocamento, l’Italia lo può denunciare alla Corte di Giustizia europea per inadempienza alle norme concordate. L’Italia può sospendere l’adesione al Regolamento di Dublino in rispetto alla Convenzione di Vienna del 1969, come già fatto dalla Francia e da altri Stati dell’Est europeo. L’Italia può creare una coalizione di Stati sostenitori per un’efficace politica migratoria ai sensi del citato Trattato, avviando azioni che possano contribuire alla lotta al terrorismo, tramite il sostegno a Paesi terzi per combatterlo sul loro territorio. L’Italia può subordinare agli accordi di rimpatrio la cooperazione commerciale e militare con gli Stati di origine o di transito degli illegali.

Inoltre, sulla base dei cosiddetti “accordi di Petersberg” e successive modifiche, l’Ue può avvalersi di mezzi civili e militari per la conduzione di missioni al suo esterno, addirittura accedendo alle capacità della NATO, sulla base del così chiamato pacchetto “Berlin plus” del 2002. È stato attuato con successo in Somalia nella lotta ai pirati e nei Balcani, non scordiamocelo.

In definitiva, Draghi può pretendere un atteggiamento più cooperativo e pragmatico dall’Europa e dalla NATO per quanto riguarda sia la pianificazione e la gestione di interventi in aree di crisi extraeuropee, sia la cooperazione in una serie di nuovi settori, primo fra tutti l’immigrazione clandestina dove si nasconde il terrorismo. Basta volerlo politicamente.

Senior Fellow del Centro Studi Machiavelli. Ammiraglio di divisione (ris.), già comandante di cacciatorpediniere e fregate, ha svolto importanti incarichi diplomatici, finanziari, tecnici e strategici per gli Stati Maggiori della Difesa e della Marina Militare, sia in Patria sia all’estero, in mare e a terra, perseguendo l'applicazione di capacità tese a rendere efficace la politica di difesa e di sicurezza italiana.