di Stefano Vaj

La “tempesta perfetta” rappresentata dalle vicende che stanno caratterizzando la fine dell’amministrazione Trump ha consentito, forse sollecitato, un salto di qualità nell’interventismo politico dei network giants americani, che dopo aver saggiato le acque e preparato il terreno con soggetti relativamente marginali, o poco difendibili in polite company, viene ad abbattersi addirittura sulle istituzioni statunitensi e sui tradizionali meccanismi politico-costituzionali del paese.

Al tempo stesso, d’altronde, tale salto di qualità riaccende persino negli USA un dibattito in corso non da oggi sul potere dei soggetti coinvolti e/o di chi sia in grado di manovrarli.

Il dibattito non è completamente senza precedenti, dato che molti, non escluso qualche Paese ovviamente preoccupato per le conseguenze con riguardo alla propria sovranità, si erano posti in passato il problema di come Microsoft in qualità di monopolista de facto dei sistemi operativi per PC potesse agevolmente ricattare Paesi, aziende e governi, semplicemente minacciando di “staccare la spina” a chi gli fosse inviso mediante sospensione della concessione di nuove licenze Windows – con l’immancabile ma risibile replica dei fan dell’azienda che nulla vietava in linea puramente teorica di sviluppare da zero un sistema operativo alternativo, con relative soluzioni applicative ed ecosistema hardware e software. Oggi tale situazione si è largamente attenuata, per la disenfatizzazione dell’egemonia del PC come piattaforma, e per il nascere di soluzioni non solo funzionalmente equivalenti, ma largamente compatibili, così da rendere molto meno rilevante l’uso dei prodotti Microsoft per le esigenze in materia di comunicazione e collaborazione esterne degli interessati. 

Ma l’analogia vale solo sino ad un certo punto, perché nel caso del software gli utenti sono i clienti, e non “il prodotto”; e mentre adottare ritorsioni contro propri clienti comporta comunque conseguenze, essere blacklistati dal fornitore del sistema operativo non implica né che in dieci secondi i prodotti utilizzati smettano di funzionare, né che questi possano essere addirittura usati e copiati illegittimamente.

Per ciò che riguarda i social media, e non solo, la situazione è infatti esattamente opposta. E totalmente diversa, come hanno notato commentatori non certo trumpiani come Alessandro Di Battista, da quella dell’editore/direttore di un quotidiano che discrimini gli articoli o la posta dei  lettori che desidera pubblicare; anzi piuttosto analoga a quella del quotidiano che il cartello delle edicole si rifiuti di vendere. E le considerazioni dei partigiani – e soprattutto degli zelanti, spesso ex-socialisti, neofiti – del turboliberismo, sulla tutela della “libertà” dei players in questione e di chi non ne apprezzi le scelte suscitano comprensibilmente battute amare come quella recentemente circolata sugli stessi social media che nota:

vignetta stonetoss

“Non ti piace? Fatti il tuo Twitter”. “Non ti piae? Fatti il tuo processore di pagamento”. “Non ti piace? Fatti il tuo… ah… governo?”

In effetti, già quando Paypal ha bloccato i versamenti a Wikileaks, che a chi scrive sta in certa misura più a cuore di Trump, ecco che la cosa ha subito avuto molte più conseguenze pratiche di una qualche operazione grigia o black di NSA/CIA. Perché con tutto l’amore, quasi tutti esiterebbero nel dare i dati della propria carta di credito agli ignoti gestori di un server basato in qualche atollo misterioso, e fidarsi che prelevino solo la donazione che uno voglia fare senza spostare per errore di due o tre posti a destra la virgola sulla somma loro indicata. E un’altra simile questione decisiva è la larghissima dipendenza delle applicazioni. specificamente sviluppate per accedere ad una certa fonte. dalla disponibilità di Google Play Store ed Apple Store a consentirne la distribuzione ed installazione su piattaforme mobili, altro collo di bottiglia efficacemente attivato nei giorni scorsi per ostacolare vieppiù la circolazione di contenuti sgraditi.

Ora, è perfettamente chiaro che la totalità dei soggetti coinvolti sono privati, e come tali non possono veder dettate le loro politiche aziendali da autorità pubbliche – tra l’altro multiple e con indirizzi potenzialmente contraddittori, stanti gli ordinamenti e i regimi profondamente diversi dei Paesi in cui operano.

Ma il problema consiste esattamente nel fatto che una società privata, per gli europei una società privata straniera, abbia la incondizionata gestione di un monopolio naturale che le attribuisce il potere di irrogare potenzialmente una sorta di morte civile a movimenti, cittadini e soggetti economici, senza rispondere dell’esercizio di tale potere né alle comunità la cui vita sociale e politica se ne ritrova largamente condizionata, né agli utenti (che, come si è detto, sono il prodotto rivenduto, e non i clienti, della sua attività), né in ultima analisi foss’anche solo ai propri azionisti.

Certo, il carciofo naturalmente si pela una foglia alla volta, e sempre nello stesso modo. Prima i pedofili, e chi mai difenderà il babau pedofilo? Poi il Partito nazimaoista del cane impiccato, i mullah dell’ISIS e il Ku Klux Klan – fenomeni che in gran parte sopravvivono proprio per la bisogna. Poi gli esponenti dei regimi sgraditi e gli intellettuali meno politically correct. Poi magari addirittura le istituzioni della politica politicante occasionalmente disallineate, o il candidato di uno dei due partiti che da un secolo si contendono almeno a livello teatrale l’amministrazione del Paese al centro del sistema occidentale. Ora, se Twitter e Facebook sono ormai chiaramente nella quarta fase, Amazon o Google restano ancora grosso modo nella seconda-terza (con autori o siti blacklistati sulla base di politiche spesso incomprensibili), ma la strada è segnata… Rendersene conto è il primo passo per limitare i danni, se non proprio ovviare alla cosa.

Oggi sostanzialmente a tutti coloro che non abbiano un diretto controllo delle piattaforme in questione, o siano parte del sistema di potere cui le stesse fanno riferimento, conviene errare dal lato della libertà di espressione, ivi compreso per le opinioni che più personalmente possiamo giudicare ripugnanti o pericolose, a scanso che la prossima volta “vengano a prendere anche a te”. Ma anche senza postulare la possibilità o la desiderabilità di utopie libertarie, o identificarsi con la retorica “pirata” e cyberpunk ancora in voga un decennio fa, e accettando che non sia eliminabile un certo livello di regolamentazione (in materia per esempio di diffamazione o proprietà intellettuale) anche al livello dei canali utilizzati, giova notare che persino il più totalitario degli Stati conserva una responsabilità politica per le sue scelte quanto a ciò che consente e non consente; scelte che non restano senza conseguenze in termini di consenso, e che possono portare i suoi cittadini ad andarsene, opporsi, ribellarsi, o banalmente evadere la censura locale rivolgendosi a fonti straniere ed eludendo le misure volte a prevenirlo. Iniziative non sempre o non del tutto possibili per ciò che riguarda i privati gestori dei monopoli dei servizi in rete.

Per questo alla fine il controllo delle singole comunità sulla circolazione delle informazioni al proprio interno va oggi considerato un fattore di libertà non solo collettiva ma anche individuale, e pur a prezzo di una sostanziale incoerenza sistematica va apprezzata ad esempio la decisione della Polonia di istituire quanto meno un tribunale volto a sanzionare almeno economicamente la censura di contenuti “non vietati dalla legge polacca”, e verosimilmente la discriminazione su base ideologica o per altre ragioni tra i cittadini di tale Paese, da parte delle piattaforme in discussione.

Stefano Vaj

Noto professionista milanese e docente universitario. Si occupa di metapolitica dalla fine degli anni '70. Ha collaborato con varie testate, tra cui "La Padania", "L'Uomo Libero" e "La Gazzetta Ticinese".