di Gianandrea Gaiani

Si fa più concreta la possibilità di un intervento bellico dell’Egitto in Libia qualora le forze di Tripoli, appoggiate dai turchi, tentassero di conquistare le roccaforti di Sirte e al-Jufra in mano alle milizie dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) del generale Khalifa Haftar.

Il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, ha incassato il via libera all’intervento militare in Libia dal parlamento di Tobruk (che sostiene l’LNA), dai capi tribù della Cirenaica a cui ha assicurato che “l’Egitto non rimarrà inerte di fronte alla minaccia diretta alla sicurezza nazionale”, e dallo stesso Parlamento del Cairo, con voto unanime. Al-Sisi ha quindi le carte in regola, sul piano politico e istituzionale, per dare il via a un intervento militare in Libia che godrebbe della copertura della Lega Araba o di buona parte dei suoi membri.

Un intervento ritenuto improbabile da molti analisti e osservatori anche in Italia e in Europa. Molti valutano che i costi da sostenere sul piano finanziario e militare siano troppo elevati per le difficoltà economiche dell’Egitto. Altri ritengono che l’Egitto sia militarmente inferiore alla Turchia e che l’ingresso di truppe del Cairo in Libia apra incognite tali da rischiare una guerra aperta che sconvolgerebbe il Mediterraneo centro-orientale.

In realtà la questione va affrontata sotto diversi aspetti. Le divisioni schierate dall’esercito egiziano al confine libico sono in grado di sbaragliare rapidamente le milizie di Tripoli, i mercenari siriani filo-turchi e i consiglieri militari che Ankara ha inviato in Libia. Un blitz convenzionale appoggiato dalle forze aeree, anfibie e navali che Il Cairo è in grado di mobilitare sbaraglierebbe ogni resistenza in pochi giorni.

I costi dell’operazione (almeno fino a quando i giacimenti di gas del Mediterraneo non arricchiranno le casse egiziane) sarebbero per lo più a carico degli sponsor del Cairo (Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita), ben disponibili a umiliare i turchi: la flotta egiziana è del resto in grado di bloccare le navi turche che venissero impiegate per rifornire il GNA via mare, magari con l’aiuto della Marina Greca che da tempo si addestra con la flotta del Cairo a un’operazione simile.

Certo, quello egiziano dovrebbe essere un blitz rapido, non solo per limitare la durata del conflitto ma anche per mettere il mondo e soprattutto gli USA (che in Libia sostengono le posizioni turche) di fronte al fatto compiuto. Tre giorni per rischierare le forze tra Sirte e al-Jufra, attuale linea del fronte, e meno di una settimana per prendere il controllo della Tripolitania.

Un’operazione che ridimensionerebbe le aspirazioni imperiali neo-ottomane di Recep Tayyp Erdogan, caccerebbe Fratelli Musulmani e altri gruppi jihadisti dalla Libia e rafforzerebbe l’asse tra Egitto, Emirati e Arabia Saudita, che cerca da anni di eliminare l’influenza islamista emersa prepotentemente con le cosiddette “primavere arabe”. Nonostante i rischi di impantanarsi in Libia in un lungo conflitto asimmetrico, l’Egitto si confermerebbe con una simile operazione vera grande potenza militare nel mondo arabo e in Nord Africa.

Il Cairo non può accettare vicino ai suoi confini la presenza dei Fratelli Musulmani (movimento politico fuorilegge in Egitto ma molto radicato nel GNA e sostenuto da Ankara) e con un intervento in Libia lancerebbe un chiaro messaggio di deterrenza a Sudan ed Etiopia con cui è ai ferri corti per l’utilizzo delle acque del Nilo. Al-Sisi ha poi la necessità di ammonire duramente la Turchia, oggi alleata anche dell’Etiopia in chiave anti-egiziana.

Persino gli Stati Uniti, che in Libia sostengono oggi la Turchia vedendo nel ruolo di Ankara un elemento di stabilizzazione che Washington ha invano sperato di vedere dall’Italia, potrebbero accettare di buon grado la leadership dell’Egitto, in grado di offrire garanzie anche più robuste in tema di lotta al terrorismo islamico. Del resto un attacco egiziano in Tripolitania porterebbe la crisi libica nell’ambito di una gestione totalmente araba, aspetto ovviamente poco gradito non solo agli europei ma soprattutto a turchi e russi, attualmente i veri arbitri della crisi nella ex colonia italiana.

Non è un caso che, da quando al-Sisi ha cominciato a ventilare l’ipotesi di un intervento dispiegando sul confine libico imponenti forze aeree, terrestri e navali a Sidi el-Barrani, la Germania abbia proposto di schierare una forza d’interposizione tra Sirte e al-Jufra. Ipotesi che, su scala ridotta, è stata ventilata anche dai turchi nel settore di Abugrein, tra Sirte e Misurata, prima linea dei due eserciti libici contrapposti.

Pur se molto vicini al Cairo, i russi temono che un blitz militare egiziano possa sottrarre loro molta influenza in Cirenaica vanificando gli sforzi di Mosca e Ankara di giungere a un’intesa per “congelare” il conflitto e spartirsi di fatto il paese.

Gianandrea Gaiani

Giornalista e saggista esperto di storia, guerra e strategia, è direttore di "Analisi Difesa". Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del Ministro dell’Interno.