di Guglielmo Picchi

Se il reshoring per molti paesi è considerato una risposta necessaria per rafforzare la produzione nazionale, combattere la disoccupazione, mettere in sicurezza alcune catene dell’approvvigionamento ed evitare situazioni critiche nei momenti di crisi come durante la pandemia di Covid-19, per l’economia coreana potrebbe essere un’arma a doppio taglio.

Se da un lato l’economia nel suo complesso è disponibile a rinunciare all’efficienza per essere più resiliente alle difficoltà, dall’altro Paesi fortemente dipendenti dall’export come la Corea del Sud, il cui PIL è per il 50% dovuto all’esportazione di beni e servizi, si troverebbero a competere sui mercati internazionali con prodotti meno sofisticati e più costosi.

È indubbio che in Corea del Sud, come in molti altri Paesi, la pandemia sia il driver principale per il lancio di politiche di attrazione degli investimenti esteri in industrie high tech e per il ritorno di società coreane che avevano in precedenza delocalizzato le proprie produzioni. Per questo il governo coreano offre un pacchetto di incentivi, come l’esenzione dalla corporate tax e sovvenzioni a fondo perduto per la realizzazione di nuove fabbriche i cui destinatari sono principalmente l’industria manifatturiera, aziende ICT e di servizi digitali.

Tuttavia, anche se il governo definisce la Corea del Sud una base produttiva trasparente e sicura e ritiene che dal reshoring si creeranno nuovi posti di lavoro e nuova ricchezza, le aziende che analizzino i costi associati al rimpatrio produttivo si troveranno di fronte situazioni difficili da affrontare, come il differenziale del costo del lavoro rispetto alla Cina o altri paesi del Sud-est asiatico. Infatti secondo un sondaggio fatto dal Korea Economic Research Institute (KERI) nel 2018, il 16,7% delle aziende campione affermano di non essere interessate al reshoring per il più alto costo del lavoro che avrebbero in Corea del Sud. Questo argomento è al secondo posto tra quelli addotti dalle aziende per non considerare il reshoring come una opzione percorribile. Al primo posto (77%  del campione) vi è la convinzione che per far crescere un business all’estero sia necessario esservi presenti fisicamente. Infine il 5,6% delle aziende campione ritiene che legislazione coreana non sia sufficientemente favorevole per il loro business.

Il governo, sul fronte del costo del lavoro, risponde con un sostegno fino a 600.000 won (circa 500 dollari) al mese per persona fino a 2 anni. Tuttavia molti esperti, tra cui Lee Sang-ho, un ricercatore senior del KERI, dicono che l’approccio delle aziende basato solo sui costi sia sempre meno un fattore decisionale. Un altro studio del KERI afferma che con il reshoring del 5,6% delle aziende oggetto del sondaggio del 2018 si creerebbero oltre 130.000 nuovi posti di lavoro, sempre che il governo allenti le legislazione vigente, che è il vero deterrente al rimpatrio produttivo.

Guglielmo Picchi

Deputato della Lega, componente della Commissione Affari Esteri alla Camera. Già Sottosegretario agli Affari Esteri nel Governo Conte I. Laureato in Economia (Università di Firenze), Master in Business Administration (Università Bocconi), dirigente di azienda bancaria.