di Guido Taietti

Mentre gli Stati Uniti d’America ci vengono dipinti dalla stampa nostrana come un inferno razzista, in questi giorni possiamo raccontare un episodio che mostra quanto la narrazione dei media e la realtà tendano a differire ogni giorno di più.

Mentre professori pubblici e privati e dipendenti pubblici di ogni tipo possono legittimamente criticare Trump su ogni social possibile, pare che non sia possibile godere della stessa libertà se si intende esprimere un giudizio negativo su Obama o su candidati democratici come Kamala Harris.

Sui siti conservatori statunitensi rimbalza in questi giorni la storia di John Tieso, docente alla Catholic University of America, che ha recentemente perso il posto per una polemica montata sulla base di alcuni suoi tweets su politici democratici.

Nel dettaglio ha, ad esempio, definito Kamala Harris una “ex prostituta”, facendo riferimento ai rumors che spiegano la sua carriera con alcuni atteggiamenti equivoci (all’inizio della sua carriera ebbe una relazione con un potente politico molto più anziano di lei e sposato; relazione che secondo i detrattori le avrebbe permesso di scalare più rapidamente il partito). Sicuramente di cattivo gusto, ma nulla di così grave da perdere il posto di lavoro considerato ad esempio il tenore degli insulti che Trump riceve ogni giorno. Il Professor Tieso ha poi scritto, in una seconda occasione, che Obama – in quel momento in Africa per tenere un discorso – sarebbe un “incapace vanitoso che dovrebbe considerare la possibilità di restare in Africa e dare il proprio denaro ai bisognosi”; niente di scandaloso evidentemente. Un puro giudizio personale.

La stampa locale lo ha preso di mira e fatto pressione all’Università chiedendone sostanzialmente la testa; il tutto, si badi bene, senza che mai nessuno studente del professore, neppure chiaramente quelli di origine afroamericana, abbia mai mosso una singola rimostranza o lamentale sul comportamento del docente. L’Università ha prima chiesto al Docente di cancellare il proprio profilo twitter e poi ha sospeso il professore che, ovviamente, ora valuta di procedere a tutelare i propri diritti tramite vie legali.

Come evolverà la storia non lo sappiamo; quel che è certo è che l’incredibile grado di cattiva fede ed inquinamento nel dibattito sul tema razziale negli USA ha raggiunto nuove vette di conformismo e censura. Chiaro che tale censura può essere esercitata solo a senso unico e che se si dovesse sospendere ogni docente si sia esposto su twitter insultando Trump, ad esempio in quanto bianco “suprematista” o chiamandolo in qualunque altro modo ridicolo e falso, le università americane rimarrebbero vuote.

C’è davvero molto da fare ancora nell’affrontare la questione razziale, ma probabilmente non nella direzione in cui i progressisti credono.

Guido Taietti

Scrive su "Il Primato Nazionale" di geopolitica ed intelligence. Si occupa inoltre  di Comunicazione politica e marketing elettorale, avendo seguito  decine di campagne elettorali locali e nazione ecollaborato alla stesura di strategie comunicative per ONG in Italia e all'estero. Autore del saggio Trattato sul Sovranismo.