In un momento di difficoltà del popolo italiano, in lotta con la pandemia del Coronavirus, associata alla continua tracimazione di Bergoglio nella politica del potere temporale, unita all’insensata prassi dei porti aperti ed abbinata alla delirante incapacità di un Governo “guelfo” nel gestire l’attuale crisi, si giunge alla perfetta sintesi del naufragio della “barca di Pietro”. Ogni giorno assistiamo al trionfo della nuova “religione” che, attraverso il totalitarismo liberista e pseudodemocratico di un Governo lontano dagli elettori, ha trascinato lo spirito dell’Uomo a disconoscere la differenza delle diversità ed a celebrare l’indifferenza verso qualsivoglia verità.

Oggi è la civiltà economica che condiziona, nel tentativo di livellamento monocromatico dei popoli o – come dice il papa – nel meticciato universale, il futuro del pianeta. Rappresentanti del mondo cristiano, dalla chiesa evangelica tedesca al corpo episcopale cattolico, con la malcelata giustificazione di combattere discriminazioni e repressioni, tentano di limitare la libertà dei cittadini a favore di un “nuovo ordine mondiale”, spalleggiando una visione monolitica fatta di economie capitalistiche, libertà di costume e orientamento sessuale, con tanto di globalizzante benedizione papale. Un’ingerenza dell’autorità spirituale che si allontana dal suo mandato e si getta nella politica sociale, manifestando un’ipocrita tolleranza per pericolosi speculatori “alla Soros”, favorevoli all’uso dell’arma di migrazione di massa, alla legalizzazione delle droghe e dell’eutanasia attraverso le fondazioni e le ONG.

In atto c’è il tentativo di rimodellare la realtà dei popoli in qualcosa di differente, convinti che le ricette liberali possano cambiare la natura dei popoli. La Chiesa di Bergoglio, di concerto con i governi guelfi e con il concorso esterno delle grandi multinazionali, cerca di realizzare una mutazione antropologica della società. E quella parte della società che ancora si oppone a tutto questo è accusata di blasfemia attraverso i crimini etico-religiosi del razzismo, del fascismo, del populismo e con queste colpe è condannata al rogo dalla rinnovata Inquisizione. Ma l’attuale pandemia ha intaccato queste sicurezze dogmatiche, producendo una nuova spinta antiglobalista, di stampo ghibellino.

Di fronte all’identificazione del credo della sinistra in un mondo senza frontiere, panacea di tutti i mali ed infinito serbatoio di opportunità e prosperità, agli “aperitivi solidali” ed alle incredibili sottovalutazioni del Governo nel gestire il diffondersi del Covid-19, si fa sempre più strada l’oggettiva critica al dogma dell’infallibilità del pontefice, riscoprendo i valori di una società laica, anticlericale e fortemente radicata alla Tradizione esistenziale che ha il proprio humus nella differenza e nell’identità dei popoli europei. Nasce quindi un problema di base che riguarda quei valori tipici che debbono dar forma ad un determinato tipo umano. Poiché l’opera formatrice della società è oggi rivendicata sia dalla Chiesa che da ogni Stato sovrano, si deve vedere se dal nostro punto di vista ci sono delle incompatibilità.

È opportuno distinguere fra cristianesimo evangelico ed approccio bergogliano del Cattolicesimo, indicando le riserve d’obbligo per quel che concerne la formula di “cristianizzare la politica” o di “dare un fondamento cristiano” allo Stato. È evidente che i principi del cristianesimo puro, in larga misura, se possono avere valore sul piano di uno speciale tipo di ascesi, nella politica esercitano invece un’azione per lo meno problematica: possono, sì, attenuare certe durezze della vita nei termini di una specie di assistenzialismo, ma non certo promuovere l’ethos più adatto per chi si trova su posizioni di responsabilità governativa, soprattutto quando si tratta di tutelare gli interessi nazionali. Non vale infatti nascondere l’antitesi esistente fra la pura morale cristiana dell’amore, della remissione, dell’umiltà, dell’umanitarismo mistico e valori etico-politici come quelli della giustizia, dell’onore, della differenza, di una spiritualità che non sia l’opposto della potenza, ma della quale la potenza sia il normale attributo.

Al precetto cristiano di ricambiare il male col bene si deve contrapporre il principio di colpire l’ingiusto, di perdonare ed essere generosi sì, ma col nemico vinto, non con quello che si mantiene in piedi, forte nella sua ingiustizia. In un ordinamento virile, quale presuppone l’ideale ghibellino di uno Stato sovrano, vi è poco posto per l’amore nel senso di un bisogno di comunicare, di abbracciarsi e di prendersi premure per chi può anche non chiederle. Possono, sì, concepirsi rapporti di pari a pari, sulla base di lealtà, di riconoscimento e rispetto reciproco, ognuno mantenendo la propria dignità. Sono sotto gli occhi di tutti le conseguenze che abbiamo politicamente laddove si è preso alla lettera insegnamenti evangelici come quelli cui si riferiscono le parabole dei “gigli della valle” e “degli uccelli del cielo”, insieme a tutti gli altri, più o meno nichilistici, che si fondano sul capovolgimento dei valori terreni e sull’idea dell’imminente avvento del Regnum. Un dualismo del tipo “Stato cristiano” o “politica cristianizzata” pregiudica la sintesi propria alla concezione ghibellina e all’accennata Tradizione universale nella quale tale concezione rientra; non perché i valori cristiani siano “troppo alti” per la vita reale, bensì per via della loro speciale natura che solo in parte, e nel compromesso del “Date a Cesare quel che è di Cesare”, consente un’assunzione spirituale dei valori politici.

Se, oltre ai princìpi, si considera la funzione che il Cattolicesimo ha nei partiti di sinistra, il deprecabile aggiornamento modernista della Chiesa bergogliana induce a prendere le distanze da questo Cattolicesimo ove si tratti della visione del mondo e dello stile di vita per i quali si deve combattere. Per essi, in effetti, potrà bastare il riferimento ad una realtà e ad un ordine trascendente, ad un al di là da quanto sia soltanto umano e che valga in termini di semplice esistenza terrena individuale; riferimento che non dovrà propiziare evasioni pietistiche, ma come dice Evola “avrà da servire per l’innesto di un’altra forza delle forze umane, per attirare una invisibile consacrazione su un nuovo mondo articolato di uomini e di capi di uomini”.


Nicola De Felice, Ammiraglio di divisione (ris.), è Senior Fellow del Centro Studi Machiavelli.

Nicola De Felice

Senior Fellow del Centro Studi Machiavelli. Ammiraglio di divisione (ris.), già comandante di cacciatorpediniere e fregate, ha svolto importanti incarichi diplomatici, finanziari, tecnici e strategici per gli Stati Maggiori della Difesa e della Marina Militare, sia in Patria sia all’estero, in mare e a terra, perseguendo l'applicazione di capacità tese a rendere efficace la politica di difesa e di sicurezza italiana.