Il boia dei miti progressisti si chiama Coronavirus | CAPOZZI


Da “abbraccia un cinese” e “Porti aperti” all’apologia della quarantena sotto uno Stato di polizia: possiamo già affermare che l’impatto traumatico dell’epidemia/pandemia da Coronavirus in Italia, come pure nel resto del continente europeo, non è confinabile alla sfera della salute pubblica, ma assume un evidente significato politico. Tra le altre cose, esso rappresenta evidentemente la fine di un’epoca nel rapporto tra la cultura politica del vecchio continente e i processi di globalizzazione: in cui l’Italia, che oggi è il paese più colpito dal virus, non a caso gioca un ruolo centrale.

La pandemia attuale può essere letta infatti anche come la “nemesi” dell’ideologia dominante nel nostro paese e in Europa nell’ultimo ventennio: un progressismo relativista/multiculturalista fondato sulla contrapposizione tra una globalizzazione “cattiva” e una “buona”: la prima caratterizzata dal “disciplinamento” operato dai grandi centri del potere economico-finanziario, la seconda caratterizzata da un felice “meticciato”, una fusione tra le diverse culture senza gerarchie prestabilite.

Questa visione è maturata essenzialmente, tra anni Novanta e anni Duemila, attraverso una sintesi tra la categoria foucaultiana di “biopotere” e alcuni filoni del liberalismo anglosassone e tedesco. I suoi riferimenti filosofici principali sono stati, oltre agli scritti di Negri e Hardt, da un lato opere come Immunitas di Roberto Esposito, sulla cui importanza ha richiamato l’attenzione recentemente in un articolo Corrado Ocone (2002) o Homo sacer di Giorgio Agamben (una serie di volumi pubblicati tra il 1995 e il 2014), dall’altro scritti come La cittadinanza multiculturale di Will Kymlika (1995) o Che cos’è la globalizzazione (1997) di Ulrich Beck, combinati a riletture semplicistiche dell’idea popperiana di “società aperta“.

La varia convergenza tra quelle due visioni del mondo produce, nel mainstream della sinistra europea, il passaggio dal sentimento “no global” prevalente nei tardi anni Novanta – imperniata sull’opposizione al “McWorld” (dal titolo del libro del 1995 di Benjamin Barber Jihad vs McWorld) in nome delle culture minacciate dal dominio del mercato – e la repentina rivalutazione della globalizzazione maturata nei decenni successivi, quando essa sarebbe stata interpretata essenzialmente come superamento dell’egemonia occidentale e avvento del multiculturalismo.

Il progressismo relativista post-moderno comincia, infatti, ad associare l’emergere delle economie asiatiche e le ondate migratorie provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente in un unico grande processo di “contaminazione”: inteso, in senso positivo, come “caduta dei muri”, rottura dell’isolamento “immunitario” del “primo mondo” e dei suoi privilegi, provvidenziale catarsi da disuguaglianze e discriminazioni attraverso l’educazione ad una sana convivenza interculturale e all’accettazione della diversità.

La grande recessione del 2008 ha intaccato queste sicurezze dogmatiche, producendo una nuova spinta antiglobalista: che però è stata ben presto pressoché monopolizzata dalle nuove destre sovraniste e nazional-conservatrici. La cultura politica di sinistra si è così ulteriormente arroccato nell’identificazione tra progresso e modernità “liquida” del mondo “no borders”, dipinto con toni sempre più panglossiani come infinito serbatoio di opportunità e prosperità. Fino agli “aperitivi solidali” e alle sottovalutazioni irresponsabili delle sue classi dirigenti che hanno contribuito significativamente ad aprire le porte al contagio da Covid-19.


Eugenio Capozzi, professore ordinario di Storia contemporanea, è Consigliere Scientifico del Centro Studi Machiavelli.