Come l’Arizona sfida la dittatura del politicamente corretto nei college | CAPOZZI


In Arizona il deputato repubblicano Anthony Kern ha appena presentato un progetto di legge che istituirebbe, in ogni università dello Stato, un “Office of public policy events” con il compito di assicurare il pluralismo e la libera espressione di opinioni differenti negli eventi di rilevanza politica organizzati dall’ateneo.

Se il progetto, come è probabile, verrà approvato si tratterà della prima sfida ufficiale lanciata, negli Stati Uniti, al vero e proprio monopolio delle opinioni politiche progressiste all’interno dei college universitari, e alla ferrea censura praticata quasi ovunque – da parte delle autorità universitarie o delle associazioni studentesche radicali – verso intellettuali e gruppi di studenti conservatori.

È davvero curioso, ma un indicativo segno dei tempi, che la bandiera del “free speech” nelle università – che negli anni Sessanta fu uno dei primi cavalli di battaglia del movimento di contestazione studentesca – sia ora diventato un argomento agitato quasi esclusivamente da destra.

Ma nel frattempo gli atenei nordamericani (così come, in misura e modi diversi, le istituzioni educative in tutto l’Occidente) si sono trasformati nella roccaforte del progressismo “politicamente corretto”, abbracciato dalla stragrande maggioranza dei docenti e dalle frange studentesche organizzate. È diventato praticamente obbligatorio rendere omaggio al multiculturalismo relativista, all’ideologia genderista, ora anche all’ecologismo “gretista”, e condividere il disprezzo verso Donald Trump, e verso tutti i leader conservatori, additati come fascisti, razzisti, sessisti, etc.

La legge proposta in Arizona potrà essere davvero il primo segno di un ritorno al confronto dialettico senza pregiudizi e scomuniche tra tesi politiche in contrasto?

Lo vedremo. Ma è lecito, in proposito, nutrire qualche dubbio. In tutto l’Occidente, infatti, la Sinistra si è ormai quasi del tutto trasformata nella rappresentanza politica delle élite neo-borghesi metropolitane, arroccate intorno all’establishment intellettuale e mediatico, all’alta burocrazia, ai vertici della finanza e dell’economia hi tech. Le università – soprattutto quelle prestigiose dove solo le classi dominanti possono mandare i loro figli – sono il centro del loro potere, ed è fondamentale per loro che esse servano anche – se non principalmente – da “scuola di formazione politica” per motivare le loro nuove generazioni alla difesa del “sistema”.

La lotta benemerita del deputato Kern, e in generale dei Repubblicani statunitensi, contro la dittatura ideologica potrebbe essere destinata a rimanere una volenterosa testimonianza, invalidata però regolarmente ogni volta che al governo di Stati e Unione ci sarà un esponente Dem. Per non parlare del resto dell’Occidente, dove quel monopolio non viene nemmeno sfidato.

Al vero pluralismo si arriverà, probabilmente, soltanto se la cultura conservatrice sarà capace di attrarre finanziamenti privati per costruire scuole, atenei, istituzioni di ricerca competitivi per la loro qualità, in grado di imporsi come controparti di quelli dominati dell’ideologia “leftist“.


Eugenio Capozzi, Professore ordinario di Storia contemporanea, è Consigliere Scientifico del Centro Studi Machiavelli.