Il test elettorale del prossimo 6 settembre in Sassonia-Anhalt, il terzo dall’inizio dell’anno in Germania, sembra di poco conto se comparato a quelli tenutisi alla fine dell’inverno (Baden-Württemberg e Renania-Palatinato) e a quelli che si terranno alla fine di settembre (quelle regionali di Berlino, Turingia e Meclemburgo-Pomerania Anteriore), tuttavia la sua importanza potrebbe essere stata sottovalutata, soprattutto all’estero.

Mai come quest’anno un voto locale in un Land esteso ma poco importante come quello della Sassonia-Anhalt, potrebbe avere ricadute inattese a livello continentale, come il classico fiocco di neve che innesca la valanga. Terra da sempre di orientamento conservatore, questo poco conosciuto angolo di Germania è, fin dalla riunificazione, bastione dei cristiano-democratici della CDU. Questo non ha tuttavia impedito la nascita di esecutivi locali di larghe intese, in particolare tra CDU e Socialdemocratici (SPD), ai quali nel 2016 si sono aggiunti anche i Verdi, a seguito dell’exploit dei populisti di AfD, che passarono dallo zero al 24,2%.

Un Land “povero” e poco popoloso

La Sassonia-Anhalt, come ricordato, è assai poco conosciuta fuori dalla Germania. Land molto esteso ma poco popolato, è grande quanto la ricca Assia, ma ha meno di un terzo dei suoi abitanti, appena 2.186.000. Appartenne alla Repubblica Democratica Tedesca (DDR) prima di venire riunificata con il resto della Repubblica Federale nel 1991 e condivide con il resto dell’Europa centrale e orientale tutte le problematiche eredità dei sistemi politici socialisti. Si tratta di una regione a vocazione prevalentemente agricola, coperta in gran parte da foreste, campi e piccoli villaggi, dove la città più popolosa, Halle an der Saale, non arriva a 240 mila abitanti. Il Land è tagliato fuori dai grandi flussi turistici che giungono in Germania, diretti prevalentemente in Baviera, valle del Reno e Berlino. La sua capitale, la piccola Magdeburgo, è pressoché ignota all’estero. Il prodotto regionale lordo del Land è tra i più bassi della Repubblica Federale, e si ferma a 62,6 miliardi di euro contro i 281 dell’Assia, i 610 della Baviera ed i 697 del Nordreno-Westfalia. Nel 2019 la Sassonia-Anhalt era inoltre l’ultimo tra i Länder tedeschi per PIL pro capite, con 28.800 euro pro capite (l’equivalente di quello della Liguria), contro i 39.678 del Nordreno-Westfalia, 46.923 dell’Assia ed i 48.323 della Baviera.

A causa dello scarso sviluppo dovuto al suo passato all’interno del Patto di Varsavia, come tutti i Länder della ex DDR la Sassonia-Anhalt ha dovuto soggiacere, ed in parte ancora soggiace, ad un drammatico spopolamento. Dal 1990 il Land ha visto un vero e proprio esodo verso le regioni più ricche della Germania occidentale, portando queste zone vicine al tracollo demografico. Per vent’anni, dopo l’unificazione, il Land ha perduto oltre 130 mila residenti ogni quinquennio, e solo nel 2010 si è riusciti a contenere il calo sotto le centomila unità. La popolazione della regione è scesa, principalmente per emigrazione, di 680 mila unità dalla caduta del Muro fino ad oggi. In poche parole, dal momento della venuta meno della Cortina di Ferro, un residente su quattro ha fatto le valigie e non è più tornato. Un esodo drammatico che in parte continua ancora oggi, dato che nonostante imponenti piani di aiuti, spesso mal digeriti ad Ovest dell’Elba, il lavoro continua a scarseggiare ed il potere d’acquisto a rimanere basso, in particolare a seguito della devastante inflazione che sta colpendo il Paese a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina lo scorso 2022.

Anche per queste ragioni la Sassonia-Anhalt, come tutti i Länder dell’ex DDR ad eccezione della città-stato di Berlino, ha un tasso molto basso di popolazione con cittadinanza straniera, appena il 5,5% degli abitanti (principalmente est-europei), contro il 14,9% della Baviera, il 15,4% del Nordreno-Westfalia ed il 18,1% dell’Assia. Il tasso di natalità rimane basso e si ritiene con ragionevole probabilità che non oltre il 2030 la popolazione del Land scenderà sotto i due milioni di abitanti, una cifra inferiore a quella degli abitanti di Amburgo.

Un bastione centrista. Fino ad ora

La combinazione di questi fattori ha fatto sì, in Sassonia-Anhalt ma non solo, che i partiti antisistema trovassero terreno fertile per affermarsi. L’Ostalgia, il fenomeno di nostalgia per il vecchio ordinamento comunista della DDR, benché molto sopravvalutato fuori dalla Germania, ha sempre trovato consensi da queste parti. Esattamente quindici anni fa, alle elezioni regionali del 2011, Die Linke, il partito post-comunista discendente della vecchia SED della Germania Est, convinceva ancora un elettore su quattro, portando il candidato Wulf Gallert al secondo posto dietro il locale ras della CDU Reiner Haseloff, imprendibile al 36,2%, mentre i neonazisti della NPD ballavano attorno alla soglia di sbarramento del 5%. Col tempo il consenso della Linke è andato però erodendosi, in parte verso altre formazioni di sinistra (principalmente i Verdi), in parte verso la destra dell’AfD, che qui spopola e che secondo i sondaggi è partito egemone, come ormai in gran parte della Germania.

Come già ricordato, proprio qui Alternative für Deutschland registrò una delle sue migliori prestazioni, esattamente dieci anni fa, quando l’ultranazionalista Andrè Poggenburg, poi uscito dal partito, riuscì a portare l’AfD in seconda posizione, togliendo molti voti alla stessa CDU e costringendo Haseloff ad imbarcare anche gli ambientalisti (e cinque anni dopo anche la FDP) nella sua coalizione. Qui, inoltre, nella Rittergut di Schnellroda, poco distante da Halle, aveva sede l’Institut für Staatspolitik (IfS), a lungo thinktank ideologico di riferimento per l’AfD diretto dall’editore Götz Kubitschek, responsabile anche della casa editrice del think-tank, Verlag Antaios, popolarissima in tutta la destra tedesca e che non ha mancato di piazzare alcune sue pubblicazioni nelle classifiche dei libri più venduti in Germania.

Se ad ovest i populisti di destra hanno visto aumentare i loro consensi soltanto di recente, nell’area ex comunista del paese, egemonizzata da tempo dalla corrente identitaria dell’AfD, denominata Der Flügel e diretta dal nazionalista identitario Björn Höcke, l’egemonia azzurra è ben consolidata. Le tornate elettorali degli scorsi anni hanno infatti evidenziato un dato: laddove l’AfD si moderava, ed è accaduto principalmente nelle regioni occidentali egemonizzate dalla corrente liberalconservatrice del partito, i voti sono andati calando, laddove il partito è rimasto ancorato alle sue origini radicalmente di destra (sebbene non neonaziste), i consensi sono aumentati o quantomeno rimasti stabili. Questo fatto, ha poi portato alla definitiva egemonia della corrente identitaria höckiana all’interno del partito, evento che ha spianato la strada per il decollo del partito anche a ovest dell’Elba, mutandolo da “Lega Est” a vero partito a vocazione federale. Le scissioni, che pure vi sono state, hanno dimostrato di non portare da nessuna parte. Sono state di lezione, a questo proposito, le sorti di due sigle, entrambe sparite nel nulla: il moderato Blaue Partei (Partito Blu), scissione liberale della ex leader Frauke Petry, e Aufbruch Deutscher Patrioten (L’alba dei patrioti tedeschi) scissione ultranazionalista fondata proprio dall’ex candidato in Sassonia-Anhalt, Andrè Poggenburg.

I candidati

Fino ad oggi, nonostante la tumultuosa crescita dell’AfD, la Sassonia-Anhalt non era mai stata realmente in discussione. Feudo sicuro della CDU, il Land è stato presieduto, fino allo scorso gennaio, da Reiner Haseloff, popolare ras locale centrista in carica fin dal 2011, che lo scorso gennaio, dopo essersi dimesso, ha passato il testimone al suo quarantasettenne delfino Sven Schulze, incaricandolo di terminare gli ultimi otto mesi di mandato e, possibilmente, di vincere le prossime elezioni. Come è ovvio, l’eredità di un nome “pesante” come quello di Haseloff si è configurata fin da subito come molto difficile da raccogliere, e il forte esodo di consensi centristi verso destra, debitamente registrato dai sondaggi, non ha potuto che certificarlo.

A contrapporsi a Schulze l’AfD ha chiamato l’imprenditore e popolare tiktoker trentacinquenne Ulrich Siegmund, già co-presidente del partito nel Land e volto in ascesa della grande sigla populista di destra. Terzo candidato di rilievo sarà certamente l’esponente della sinistra radicale (Die Linke) Eva von Angern, avvocato cinquantenne di Magdeburgo, esponente degli ultimissimi quadri della SED, la cui formazione terminò quasi in contemporanea con la caduta del Muro.

Il Brandmauer ormai pericolante

I sondaggi indicano che Siegmund potrebbe ottenere un ottimo, per non dire roboante risultato, superando ampiamente quello del suo predecessore Oliver Kirchner cinque anni fa. Secondo l’ultimo sondaggio INSA, l’AfD passerebbe dal 21% del 2021 al 42%, raddoppiando i consensi, mentre la CDU che oltre al ritiro di Haseloff paga anche per un governo federale ai minimi storici in termini di popolarità, passerebbe dal 37% al 22%. Die Linke totalizzerebbe circa il 13% dei consensi, due punti in più rispetto a cinque anni fa, mentre la SPD, socia di minoranza del governo federale a Berlino, agonizza al 6%, appena un punto sopra la soglia di sbarramento. Tutti gli altri partiti, dai Verdi ai liberali della FDP sarebbero fuori dal Landtag, il parlamento locale, sotto la fatidica soglia di sbarramento del 5%, che invece potrebbe essere raggiunta per il rotto della cuffia dal BSW della “rossobruna” Sahra Wagenknecht, i cui due candidati Claudia Wittig e Thomas Schulze potrebbero risultare decisivi per un vero e proprio cambio di regime a Magdeburgo.

Se i numeri dell’INSA fossero confermati si tratterebbe di un terremoto in quanto il Brandmauer, ovvero il cordone sanitario volto a escludere, a prescindere, qualsiasi governo con partiti a destra della CDU tramite improbabili e poco popolari “coalizioni antifasciste” (in questo caso tra CDU, SPD e Linke) , sarebbe un punto sotto l’AfD. In questo caso, l’unico modo di dare un governo al Land sarebbe la costruzione di una coalizione di destra-centro tra AfD e CDU. Ipotesi da sempre tabù per molti centristi tedeschi, nell’ex Land della DDR essa raccoglie però pareri più possibilisti. Interpellato dal canale MDR sulla sua disponibilità a governare con l’AfD, il candidato della CDU Schulze ha risposto con un laconico “vedremo”, una risposta che ha raggelato la dirigenza del partito a Berlino e che ha immediatamente messo in agitazione le sinistre in tutto il Paese.

Ancora più grave si presenterebbe il quadro se la SPD dovesse mancare l’accesso al Landtag; a quel punto una già probabile coalizione tra AfD e CDU, con il partito del cancelliere Merz come socio di minoranza, sarebbe inevitabile, con conseguenze difficilmente prevedibili anche per l’esecutivo federale. La situazione è ulteriormente complicata dalla peculiare posizione di Sahra Wagenknecht, che si è già detta disponibile a governare con l’AfD, se a questa mancasse qualche punto percentuale per raggiungere la maggioranza assoluta nel parlamento regionale. In questo senso, l’unica mossa che la CDU potrebbe tentare per calciare il barattolo e salvare il Brandmauer potrebbe essere l’appello al voto utile rivolto alle sinistre (in particolare a SPD e Verdi), invitandole a non disperdere il voto in partiti vicini o sotto alla soglia di sbarramento per convergere invece sulla Linke, con la quale governare più tardi, ma è poco probabile che il già perplesso elettorato centrista gradirebbe vedere il proprio candidato fare campagna elettorale per un ex membro della SED, e il rischio concreto sarebbe quello di portare ancora più voti ad AfD, e non solo in Sassonia-Anhalt. Proprio per evitare di perdere voti a destra, Schulze continua ad escludere di voler collaborare con la Linke, anche se occorrerà verificare le sue posizioni una volta chiuse le urne.

Le conseguenze a livello federale

Se davvero dovesse concretizzarsi un governo di condominio tra AfD e CDU le conseguenze a Berlino potrebbero essere molto pesanti, e non solo perché il Brandmauer è stato, almeno fino ad oggi, il patto implicito sul quale si sono retti ottantuno anni di Germania postbellica, ma anche per le sue conseguenze nella composizione stessa del Bundestag. Se da un lato vi è sempre stata, soprattutto nella sua componente tedesco-orientale, una parte di CDU pronta a collaborare con l’AfD, dall’altro permane maggioritaria una componente di irriducibili, vicini soprattutto all’ancora influente Angela Merkel, che piuttosto che governare con i populisti di destra preferirebbe accasarsi con gli eredi di Honecker e del socialismo reale. Lo spettro, di cui si parla a mezza bocca negli uffici della Klingelhöferstraße, è quello della scissione, sia che ad uscire fossero i moderati sia che fossero i non pochi disponibili al dialogo con la destra. Il governo a Berlino rischierebbe seriamente di perdere la maggioranza nel Bundestag, sia per l’esodo dei centristi sia per la probabile indisponibilità della SPD, anch’essa in crisi nera e mai riavutasi dalla batosta delle ultime elezioni federali, a coabitare con un partito amico della destra. Tutto questo mentre la Germania si appresta a creare, tra non poche polemiche, il più poderoso esercito d’Europa e mentre l’inflazione morde le classi basse e medie (+36% per i generi alimentari, +124% per il gasolio da riscaldamento, +94% per il gas, +36% per l’energia elettrica; dati Statistisches Bundesamt) e mentre si discute di coscrizione obbligatoria dopo il clamoroso fallimento della nuova leva volontaria (530 arruolamenti su circa 20.000 preventivati). Quali conseguenze potrebbero ricadere, a cascata, sull’Unione Europea e le istituzioni comunitarie è piuttosto facile da immaginare.

[foto: Olaf2 CC 4.0 sa by]

Marco Malaguti
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Ricercatore del Centro Studi Machiavelli. Studioso di filosofia, si occupa da anni del tema della rivalutazione del nichilismo e della grande filosofia romantica tedesca.