In Italia, cento giorni sono di solito il tempo utile per il primo bilancio dei primissimi giorni di un governo, di un Presidente della Repubblica, e più in generale di un nuovo corso. A poco più di cento giorni dall’ascesa al potere di Péter Magyar in Ungheria, con il sipario dei grandi media europei ormai definitivamente calato sul Paese, si può tentare un piccolo riassunto di cosa è accaduto nella politica magiara nei mesi di questa caldissima estate ormai quasi conclusa.
Cambio di governo o cambio di regime?
Nella politica di oggi, come si sa, il lessico ricopre sempre un’importanza peculiare ed ogni cambiamento radicale che si pretenda tale si annuncia sempre a cominciare dalla comunicazione, ancor prima che dai provvedimenti effettivamente (ed eventualmente) presi. Da questo punto di vista l’ascesa al potere di Magyar e della sua nuovissimo Partito del Rispetto e della Libertà (TISZA), non ha fatto eccezione. La sera del 12 aprile, con le urne chiuse da poco più di un’ora e con la situazione ormai molto chiara, rivolto ad una folla in delirio sul lungofiume di Budapest, Magyar ha parlato della sua vittoria elettorale come di “un cambio di regime”. La fine dell’Era Orbán, che durava ininterrottamente dal 2010 (dopo una prima esperienza di governo dal 1998 al 2002), veniva quindi presentata non un con avvicendamento tra due forze politiche alla guida del Paese ma come un ritorno alla democrazia in Ungheria e del ritorno di quest’ultima allo status di “Paese normale”.
Per la verità, la retorica del regime change aveva ampiamente permeato la retorica di TISZA già durante la combattuta ma tutto sommato corretta campagna elettorale, con lo slogan Most vagy soha! (“Ora o mai più!”) preso di peso da quello della Rivoluzione anti-asburgica del 1848, quando il poeta nazionale Sándor Petőfi lo inserì nell’inno patriottico Nemzeti dal (Canto Nazionale) per chiamare alle armi la popolazione magiara contro l’occupante straniero e le deboli istituzioni locali che collaboravano con Vienna. Lo slogan, parte fondante – come tutto il Nemzeti dal – del patrimonio culturale e storico ungherese, era stato peraltro riutilizzato durante la rivolta anticomunista del 1956, quando assieme al meno noto Ruszkik háza (“Russi a casa!”, anch’esso riutilizzato da Magyar contro alla politica da lui definita “filorussa” di Orbán) veniva gridato dalle barricate in fiamme di Budapest, Csepel e Mosonmagyaróvár.
Parlare di regime change, inoltre, ha permesso a Magyar, oltre che di riallacciarsi a due eventi capitali della storia nazionale, anche di riannodare i fili con eventi ben più prossimi alla nostra epoca, in particolare le rivolte pacifiche che hanno segnato l’inizio della fine del Patto di Varsavia, come quelle in Germania Est tra il 1989 e il 1991 e la Rivoluzione di Velluto in Cecoslovacchia del 1989, eventi per noi cronologicamente lontani ma invero ancora molto sentiti al di là della vecchia cortina di ferro. Mentre Orbán e FIDESZ si presentavano come i garanti della tranquillità e della continuità, Magyar è riuscito a presentarsi, anche grazie ad un’immagine e ad una strategia comunicativa molto efficiente, come una vera alternativa a quello che fino a un paio d’anni prima era stato il suo stesso partito.
Nuova Costituzione o nuova Ungheria?
Ma parlare di cambio di regime anziché di cambio di governo è una scelta lessicale il cui peso va molto oltre quello della mera vittoria elettorale, comunque arrivata con numeri inequivocabili. Cambiare regime significa infatti, oltre che ricoprire la carica del capo deposto, fondare un regime nuovo. Si badi bene che qui non si intende caricare la parola regime dei connotati spregiativi con cui spesso la si usa oggi: un regime può benissimo essere democratico, così come possono esisterne di autoritari. Se però si intende cambiare regime, sostituendone uno decrepito (o presupposto tale) con uno nuovo, diventa imperativo riformare lo Stato da cima a fondo, cambiandone radicalmente il volto sia nella forma assunta dalle istituzioni sia per quanto riguarda i dirigenti e i quadri che le fanno funzionare. Tutto questo è stato ed è – dichiaratamente – un obbiettivo del nuovo primo ministro magiaro.
In questo senso, va fatto presente che TISZA è riuscita a conquistare oltre i due terzi dei seggi del Országgyűlés, il parlamento nazionale ungherese, e avrebbe quindi, secondo la costituzione licenziata da Viktor Orbán del 2012, il potere di scriverne una nuova, impegno peraltro solennemente assunto da Magyar durante la sua vittoriosa campagna elettorale. La stesura di una nuova Legge Fondamentale (Magyarország Alaptörvénye) si è tuttavia allontanata in fretta dagli obbiettivi del nuovo governo, che aveva molto probabilmente supposto di poter vincere, ma senza una maggioranza così schiacciante. Secondo molte valutazioni, infatti, la stesura di una nuova carta costituzionale avrebbe richiesto una quantità di lavoro tale che non avrebbe concesso al nuovo governo di occuparsi di altro, convincendo così Magyar a lavorare soltanto su alcuni punti ritenuti critici della “Costituzione Orbán” senza però riscriverla daccapo. Se da un lato questo approccio può sembrare smentire la retorica del cambio di regime, bisogna altresì ricordare che l’Ungheria, Paese arrivato alla democrazia solo nel 1989, riuscì a trasformarsi in uno Stato democratico emendando soltanto alcune parti della vecchia costituzione controfirmata da Stalin nel 1949, continuando a mantenere in vigore quest’ultima per altri ventitré anni. Per i cambiamenti più radicali – secondo Tisza – ci sarà tempo più avanti.
Democrazia militante, l’esempio polacco
Quando si viene a parlare di cambiamenti effettivi, per quanto riguarda la nuova Ungheria di Magyar, la sensazione è quella di aver posto la domanda troppo presto. La domanda a cui ci si riferisce in questo caso è “cosa è cambiato?”. A poco più di cento giorni dalla salita al potere di un nuovo esecutivo la risposta più consueta (e più giusta) è quella che invita a lasciar lavorare i governanti e a tornare a fare la medesima domanda più tardi. Sostenere che però in Ungheria, negli ultimi mesi, non sia cambiato nulla, sarebbe falso. Se infatti non sono cambiate le cose, è senz’altro vero che sono cambiate molte facce, e questo è senz’altro degno di nota, sia per i fatti in sé sia – soprattutto – per i modi. Come già ricordato, la retorica del cambio di regime, specie se benedetta da una forte affermazione elettorale, consente ad un governo un’agibilità ed una disinvoltura tale da rendere attuabili, e soprattutto giustificabili, operazioni al confine della legalità o talvolta anche al di là di esso. Si tratta del protocollo polacco definito dal primo ministro di Varsavia Donald Tusk come “democrazia militante”, ovvero una pratica democratica che, costretta dall’emergenza di dover emendare in fretta e furia un “regime” (in Polonia sia parlava del PiS dell’anziano Jarosław Kaczyński e del suo all’epoca delfino Mateusz Morawiecki) non poteva attardarsi a rispettare tutte le farraginose pastoie imposte dallo Stato di diritto.
In tal senso, va ricordato che la Polonia governata dalla piattaforma liberal-progressista Koalicja Obywatelska e dai suoi alleati di sinistra è stata fin da subito la vera sponsor di Péter Magyar, con quest’ultimo che ha più volte visitato, già prima del voto, la capitale polacca per chiedere consigli al primo ministro locale, e che ha effettuato proprio a Varsavia, dopo la vittoria, la sua prima visita di Stato da primo ministro in carica.
Avvicendamento o vae victis?
Dal punto di vista delle retoriche, ciò che oggi si vede a Budapest ricorda da vicino ciò che si vede a Varsavia da qualche anno. La sensazione di assistere ad una versione goulash dell’affermazione di Tusk è, da parte di un osservatore esterno, molto forte. Dal punto di vista dei valori fondanti delle nazioni di riferimento, né Tusk né Magyar hanno infatti promesso, né attuato, grandi stravolgimenti. Quella che in Italia ma non soltanto è stata sbandierata come una vittoria woke e arcobaleno su di un’autocrazia identitaria e di destra è, molto semplicemente, un’immagine falsa. Nulla è cambiato a Varsavia, né cambierà a Budapest, per quanto riguarda immigrazione, educazione patriottica e, più in generale, “sentire nazionale”, ma tutto invece deve cambiare per quanto riguarda, come già accennato, i volti dei protagonisti. Da questo punto di vista, sia Varsavia che Budapest sono capitali allergiche ai gattopardismi trasformistici a cui la politica italiana ci ha abituati fin dai tempi della conquista dell’indipendenza, e se certamente è vero e normale che un governo sostituisca gli esponenti del partito egemone precedente, è certamente meno consueto che ciò avvenga anche fuori dalle istituzioni elettive canoniche, colpendo chiunque in passato si sia dimostrato amico o generico simpatizzante del partito del predecessore.
In Ungheria le danze si sono aperte colpendo nientemeno che il presidente della Repubblica Tamás Sulyok, in carica dal 2024, e considerato da Magyar come un amico del regime “corrotto e autocratico” di Orbán. Pur non avendo terminato il proprio mandato, e pur non essendo stato giudicato colpevole di alcun reato, Sulyok è stato rimosso (e sostituito con l’ex giudice della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo András Bálint Baka) senza una regolare procedura di impeachment, che la costituzione ungherese obbligherebbe ad attuare in questo caso, ma con un semplice decreto che stabiliva la fine immediata del suo mandato; procedura, questa ben oltre i limiti della legalità e criticata addirittura da Amnesty International, ONG certamente non facilmente accusabile di vicinanza al sistema Orbán.
Proprio l’ex primo ministro è stato destinatario di una nuovissima legge ad personam, la quale impedisce anche retroattivamente di candidarsi a chi abbia già ricoperto la carica di Primo Ministro per più di due mandati consecutivi. Dal momento che l’unica personalità politica ungherese a rispondere a tale identikit è proprio Viktor Orbán, la legge è stata ribattezzata in “Lex Orbán”. Ma quella che Magyar ha roboantemente ribattezzato Operazione Purgatorio non si ferma certo qui. Con una retorica “anticorruzione” che all’osservatore italiano ricorda molto il Movimento Cinque Stelle dei primordi, TISZA intende far piazza pulita di gran parte dei parlamentari più esperti di FIDESZ, approvando una nuova legge che imponga un limite di due mandati per i parlamentari, ai quali è stato peraltro quasi dimezzato lo stipendio; trattandosi TISZA di un partito nuovissimo e con pochissimi tesserati effettivi (non più di tremila) è forte il sospetto di trovarsi davanti, più che a una norma anticorruzione, ad una Lex FIDESZ.
Lo scioglimento dei media
Anche i media non sono, né saranno, immuni all’Operazione Purgatorio. Magyar aveva infatti dichiarato fin da subito che la radiotelevisione pubblica ed i portali online dei media statali erano compromessi con Orbán e, in quanto tali, andavano privatizzati o quantomeno profondamente riformati. Per capire cosa si intenda con riforma, in questa sede, bisogna nuovamente andare a Varsavia, dove i media pubblici sono stati più o meno “liberati” dai volti sgraditi a Tusk in quanto sospettati di vicinanza al partito conservatore Diritto e Giustizia (PiS). Portali come hirado.hu sono stati oscurati e al loro posto appare un messaggio che recita:
Gentile visitatore,
Il nostro compito è quello di esaminare in modo esaustivo il servizio di notizie online dei media pubblici.
Le chiediamo comprensione e pazienza in questo periodo, mentre lavoriamo per creare media pubblici indipendenti e credibili. Grazie
Il tutto mentre Duna Media, l’equivalente radiotelevisiva ungherese della RAI, è stata prima oscurata e poi sciolta per decreto, destinata a venire rimpiazzata il prossimo ottobre con la nuova Radio e Televisione Ungherese (Magyar Rádió és Televízió). Le modalità teatrali dell’oscuramento, avvenuto lo scorso 7 luglio, con una schermata nera, apparsa all’improvviso, ed un messaggio di scuse per aver fino ad allora riportato informazioni false e tendenziose, è peraltro una copia esatta dell’identico provvedimento polacco adottato dal governo di Varsavia nel dicembre del 2023.

A sinistra la schermata apparsa sulla televisione nazionale polacca nel dicembre 2023, con il messaggio “Il Sejm ha approvato una risoluzione sulla restaurazione dello Stato di diritto e sull’indipendenza e l’affidabilità dei media pubblici.”, a destra quella apparsa il 7 luglio sulla televisione nazionale ungherese col messaggio “I media pubblici non possono mentire. Ci scusiamo per averlo fatto per molti anni! I media pubblici stanno ora cambiando, affinché in futuro siano indipendenti e credibili. Il servizio di informazione è temporaneamente sospeso”.
Giustizia: rinnovamento o epurazione?
Medesimo trattamento subiranno, e in parte stanno già subendo, organizzazioni non governative, think-tank e centri studi ritenuti vicini a FIDESZ e all’ex primo ministro. A tutti costoro, ritenuti “complici” del “regime caduto” sono stati azzerati tutti i finanziamenti pubblici di cui godevano, per altri arriverà lo scioglimento mentre per i più fortunati, come ad esempio l’organizzazione umanitaria statale Hungary Helps che assiste i cristiani perseguitati nel mondo, si assisterà “solo” alla sostituzione di tutti i quadri dirigenti.
La magistratura, dal canto suo, non starà a guardare. Molte di queste organizzazioni sono infatti sotto indagine alla ricerca di prove per la presunta corruzione di cui avrebbero goduto (o di cui sarebbero state strumento) nei sedici anni dell’appena conclusa “Era Orbán”. In tal senso molte indagini sono già cominciate, in un atteggiamento definito intimidatorio dai destinatari, come la nota intellettuale e scrittrice conservatrice Mária Schmidt, direttrice del Museo del Terrore di Budapest (dedicato alla memoria delle vittime delle atrocità comuniste e delle Croci Frecciate), che ha recentemente denunciato una visita intimidatoria delle forze dell’ordine negli uffici della struttura dopo una segnalazione anonima.
La stessa Corte Costituzionale non è rimasta immune: quattro giudici dell’alta corte, incluso il suo presidente Péter Polt, sono infatti stati dichiarati decaduti dopo che una nuova legge licenziata dall’esecutivo ha stabilito che per gli ermellini dell’alta corte di Budapest il ritiro dalla professione debba arrivare obbligatoriamente al compimento dei settant’anni. Un martellamento, quello del governo, contro FIDESZ e i suoi simpatizzanti, che ha portato lo stesso partito conservatore, a lungo riferimento per tutti i conservatori europei, a chiedersi se non sia meglio sciogliersi e ripresentarsi con una nuova sigla, per difendersi meglio dagli attacchi e rinnovare la propria immagine.
Tante sfide ancora da vincere
Alle prese con l’Operazione Purgatorio, l’attuale governo ungherese ha avuto poco tempo per occuparsi di tutti gli altri temi e la critica estate che va concludendosi lo ha testimoniato. L’Ungheria è stata infatti, al pari della Spagna, della Francia e dell’Italia, uno dei paesi più fortemente colpiti dalle cinque ondate di calore susseguitesi negli ultimi tre mesi, con la secca del Danubio che ha imposto lo stop anche alla centrale nucleare di Paks (produttrice del 47% dell’energia elettrica nazionale) lasciando conseguentemente importanti aree del Paese senza energia elettrica per condizionatori e illuminazione.
In conclusione, per accertarsi se ci troveremo al cospetto di una nuova Ungheria o se invece ci troveremo in una riedizione, con qualche volto nuovo, di quella vecchia, occorrerà aspettare più tempo. Le premesse, per quanto riguarda stato di diritto e pluralismo, potrebbero però essere più incoraggianti.
[foto © UE, 2026 CC BY 4.0]
Ricercatore del Centro Studi Machiavelli. Studioso di filosofia, si occupa da anni del tema della rivalutazione del nichilismo e della grande filosofia romantica tedesca.




