Dai manifesti francesi per le Olimpiadi in cui spariscono le croci su Montmartre alle insegne di squadre calcistiche fino alla recente proposta di demolire la croce monumentale che sovrasta la Valle dei Caduti in Spagna, in Europa occidentale l’ondata di scristianizzazione continua ad avanzare, variamente giustificata come “apertura alla multiculturalità” ma più spesso con alle spalle un retroterra di anticlericalismo feroce e intollerante.

Più sorprendente, dal punto di vista occidentale, è che fenomeni analoghi sembrano verificarsi anche in un paese come la Russia, dove dopo la caduta del regime comunista con il suo ateismo di Stato, c’era stato un vero e proprio ritorno di fiamma dell’identità religiosa, principalmente, ma non solo, ortodossa.

Negli ultimi due anni, in diverse località della Federazione Russa sono stati segnalati episodi che alcuni osservatori hanno definito casi di krestopad (in russo “krest” significa “croce”, mentre “pad” deriva dal verbo “padat‘”, “cadere”), ovvero di rimozione od omissione delle croci dalla raffigurazione di edifici religiosi cristiano-ortodossi in contesti pubblici, culturali o promozionali. Questi avvenimenti hanno attirato l’attenzione di media, commentatori, cittadini, fedeli e attivisti ortodossi, dando origine a un dibattito pubblico sul significato e sulle possibili implicazioni di queste scelte iconografiche.

Nell’aprile di quest’anno, a Sergiev Posad, in una bottega situata presso la Laura della Santa Trinità di San Sergio, è stato messo in vendita un souvenir raffigurante l’immagine del complesso monastico, in cui le cupole erano prive di croce. Il negozio risultava registrato a una società che, secondo quanto riportato, era stata formalmente liquidata pochi giorni prima. Сirca un anno fa, a Vladimir, accanto alla Cattedrale dell’Assunzione, è stata collocata una riproduzione tattile dell’edificio destinata a persone con disabilità visive la quale, nonostante fosse progettata per riprodurne fedelmente l’architettura, presentava cupole prive di croci. Tale progetto è stato realizzato con il supporto del Ministero della Cultura della Federazione Russa e dell’agenzia TASS. Nel marzo di quest’anno è stato segnalato che in un manuale per l’Esame Statale Unificato (ЕГЭ, EGE) “Feniks”, casa editrice russa attiva nel settore scolastico, le immagini delle chiese ortodosse contenute nel volume non presentavano croci. Data la risonanza mediatica dello stupore generale, il Centro Russo per le Esportazioni (РЭЦ, REC) poco dopo ha modificato alcuni materiali promozionali in cui era raffigurata una chiesa senza croce, includendo il simbolo religioso.

Un altro caso di due anni fa ha riguardato la banconota da 1.000 rubli emessa dalla Banca Centrale della Federazione Russa. In una dichiarazione ufficiale, l’istituto ha precisato che la scelta di escludere simboli religiosi dalle nuove emissioni è motivata dalla necessità di rappresentare in modo equilibrato la diversità culturale e confessionale del Paese. La banconota – poi modificata – includeva elementi architettonici della città di Kazan‘, tra cui la torre Sjujumbike sormontata, a differenza delle chiese, del rispettivo simbolo religioso, ossia la mezzaluna. Il 4 novembre 2024, in occasione del Giorno dell’Unità Nazionale, nella città di Ulan-Ude è stata diffusa un’immagine della Cattedrale di San Basilio in cui le cupole apparivano prive di croce. Molti commentatori e attivisti hanno notato che lo stesso giorno il programma ufficiale delle celebrazioni includeva un festival culinario che prevedeva la distribuzione di plov uzbeko. Nello stesso mese, a Kotel‘niki, su un cartellone affisso in occasione della festa cittadina, l’immagine della Chiesa della Madonna di Kazan‘ del 1680 era stata raffigurata senza croce. Dopo i commenti e le reazioni dei cittadini, l’immagine è stata corretta e il simbolo è stato reinserito.

Il 17 novembre 2024, a Pskov, l’opinionista Anna Šafran ha denunciato la presenza di immagini di chiese senza croce su alcuni autobus utilizzati presso l’aeroporto locale. La segnalazione è avvenuta subito dopo la partecipazione della giornalista a un convegno culturale dedicato alla figura di Alexander Nevskij in cui ha rivolto un appello alle autorità regionali per ripristinare la rappresentazione dei simboli religiosi tradizionali. I dibattiti relativi a questi fenomeni di “krestopoval” o “krestofobia” nel corso del 2025 si sono estesi alla sfera istituzionale e giuridica, con l’ipotesi avanzata da alcuni osservatori di ricorrere all’articolo 148 del Codice Penale della Federazione Russa che tutela la libertà religiosa e sanziona l’offesa ai sentimenti dei credenti. Allo stesso tempo, varie personalità pubbliche hanno sollecitato una maggiore attenzione nella progettazione e diffusione di immagini religiose, richiedendo un modus operandi in linea con il patrimonio storico-culturale della nazione.

Multiculturalismo e politicamente corretto in Russia

Il conflitto ucraino ha consolidato l’utilizzo della categoria del “nazionalismo” per descrivere e spiegare le dinamiche interne ed esterne del paese. Per mezzo del richiamo alla versione mediatica di alcune note teorie di Umberto Eco sull'(Ur)-fascismo, nella fattispecie il nazionalismo o, in generale, qualunque eccesso politico, è, ovviamente, ricondotto alla “destra”. Nel caso della Federazione russa tale lettura è profondamente superficiale e inesatta. La sua critica non comporta necessariamente l’accettazione di discorsi propagandistici alternativi, ma serve piuttosto a fare chiarezza.

La “durezza” attribuita alla società e al sistema politico russo invero riguarda valori che, per apparente ironia della sorte, corrispondono grossomodo a quelli condivisi dagli attuali partiti italiani e statunitensi d’opposizione, cioè dalle formazioni progressiste, dai liberali di sinistra. L’unica differenza è espressa dal (recente) diniego delle richieste e delle pretese LGBT che, per il resto, non impedisce alla Russia di essere molto più all’avanguardia in materia di maternità surrogata e pratiche riproduttologiche. Tale matrice politica si spiega con la necessità di rispondere alle ardue sfide geopolitiche e demografiche attuali, promuovendo, come nel periodo post-bellico e, in minor misura, brežneviano, un certo conservatorismo sociale erroneamente inteso da molti come “tradizionale” o, in generale, di “destra”. Al netto di tali precisazioni, i dibattiti pubblici russi e gli ideali che muovono la maggior parte dei politici e della società sono affini a quelli nostrani: multiculturalismo, difesa delle minoranze, lotta alle discriminazioni etc. Questi valori, naturalmente, sono positivi: nella fattispecie è considerata e criticata la loro interpretazione di sinistra, che unisce progressisti nostrani e nostalgici sovietici, neosovietici, eurasiatisti e (pseudo)conservatori russi.

L’ideologicità di questo approccio non è nemmeno riconducibile alla necessità di tenere unito, soprattutto nella congiuntura odierna, un paese eterogeneo come la Russia. Quotidianamente è possibile assistere a dibattiti che ripropongono le stesse formazioni e proporzioni occidentali: la maggioranza degli analisti è incline ad accusare di nazionalismo o razzismo chiunque sia critico nei confronti della gestione dei processi migratori o, sul versante interno, delle “diaspore”. Il corrispettivo russo di tale accusa è l’incitamento alla discordia interetnica (razžiganie mežnacional‘noj rozni) volta a minare l’unità del paese. Il multiculturalismo invece è inteso a partire dai valori sovietici di “amicizia e fratellanza dei popoli” caratterizzanti le rispettive politiche nazionali. Infatti, le misure di indigenizzazione (korenizacija) si proponevano di creare nuove identità nazionali da sostituire a quelle “tradizionali”, retaggio di “secoli di ingiustizia”: tale è il senso della costituzione delle “repubbliche nazionali”.

Dopo la cancellazione a tutti i livelli della realtà precedente, la necessità di creare e dare ai popoli nuove leggi, lingue, letterature, arti, storie e filosofie nazionali divenne urgentissima: esse avrebbero dovuto accompagnarli marxisticamente e leninisticamente dalla fase del socialismo all’avvento del comunismo. Perciò, le culture e i confini delle repubbliche sovietiche si rivelarono astratti, artificiali. L’esempio più attuale, tragico e divisivo è quello ucraino: le ucrainizzazioni forzate del periodo sovietico non devono essere intese come l’imposizione dell’elemento nazionale precisamente ucraino alle altre anime (russa, polacca, ungherese, romena) dell’USSR (la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina), ma di un’ucrainicità astratta, artificiale e profondamente ideologica che poco ha a che fare con il rispettivo sostrato popolare. L’“amicizia” e la “fratellenza” uniscono quindi i “nuovi popoli”, quelli sovietici e socialisti, accomunati da culture nazionali asettiche private di qualsiasi valenza realmente nazional-popolare.

Tale multiculturalismo è fortemente ideologico perché presuppone la prospettiva sovietica, o in senso lato di sinistra, come esclusiva e si basa su aspetti culturali meramente esteriori e grossolanamente pratico-materiali (in primis, cucina e abbigliamento). Per tutti questi motivi, per delineare la specificità delle iniziative e della politica culturale del paese, molto attenta al tema della multietnicità e multiculturalità dei suoi popoli e della sua storia, nel dibattito russo si utilizza, in senso negativo, l’espressione “festival del plov” (il plov è un piatto tradizionale uzbeko molto diffuso nei paesi ex sovietici). In formulazioni più elaborate questa critica si rifà al concetto di oicofobia elaborato dal filosofo britannico Roger Scruton che indica il ripudio e la demonizzazione della propria cultura. Secondo molti, tale impostazione del dialogo interculturale va a discapito di (alcune) culture nazionali, venendo a mancare il presupposto essenziale di ogni “dialogo”. Così come nell’Europa occidentale (si pensi alla questione dell’esposizione dei crocifissi nei luoghi pubblici), il fenomeno del krestopad non si spiega con l’esistenza di un piano o un complotto, e nemmeno con il cedimento a insistenti richieste “esterne”: esso semmai conferma la presa di un atteggiamento, un automatismo culturale degli autoctoni ormai abituati e, perciò, inconsapevolmente inclini a relativizzare o rinunciare alle proprie prerogative in nome di ideali terzi non necessariamente condivisi dagli altri attori coinvolti. L’ideologicità dell’approccio criticato è evidente nel caso della promozione di iniziative culturali o concorsi dedicati a tematiche più nazionali: essendo esse intese come esclusive e nazionalistiche, si cerca sempre di introdurre un richiamo alla multiculturalità, alla compatibilità delle idee e dei valori promulgati dall’evento in questione con la missione “internazionalistica” da molti attribuita alla Russia, la quale sarebbe votata alla realizzazione dell’unione ideale e culturale dei popoli. Tale prerogativa è primaria e costituisce il fondamento del dibattito culturale e politico del paese.

La limitatezza delle critiche e l’assenza di proposte concrete

D’altro canto, è doveroso rilevare che nel contesto russo la tematizzazione di questo tipo di dinamiche nella maggior parte dei casi rimane più o meno volutamente superficiale, perdendo di vista la condivisione generale, anche inconsapevole, dell’approccio sopradescritto che, conseguentemente, viene limitato e criticato solo in relazione all’avvenimento discusso. In questo modo, il krestopad è inteso come una deviazione e non una manifestazione della norma. Stando a molte delle argomentazioni dei suoi critici, sembra che la maggior parte della popolazione tradizionalmente ortodossa sia credente e praticante e che le “eccezioni” debbano essere spiegate solo facendo riferimento a cause di altro tipo (politiche, economiche). Considerata la specificità della secolarizzazione sovietica, oggi la società russa nel suo complesso non solo è più né credente né praticante, ma, a differenza dei popoli europei occidentali, spesso non pratica la religione nemmeno a livello di automatismo o abitudine culturale.

Pertanto, la facilità con cui si cercano dei “colpevoli” o si “invocano” delle misure punitive e preventive ricorda molto i toni sovietici poiché implica che la risoluzione di uno o alcuni casi particolari sia sufficiente per estirpare totalmente un fenomeno, ossia una tendenza generale giudicata negativamente. Le reazioni ufficiali vanno nella stessa direzione: a inizio aprile presso l’Assemblea Legislativa di San Pietroburgo è stato preparato un disegno di legge secondo il quale le chiese dovranno essere rappresentate con la rispettiva simbologia religiosa, mentre a fine maggio la stessa cosa è avvenuta alla Duma di Stato. L’insistenza sui valori tradizionali e la religione degli ultimi anni di primo acchito farebbe pensare alla tendenza opposta. In realtà, ciò deve essere contestualizzato. La secolarizzazione europea occidentale ha condotto a versioni immanentistiche e/o laiche della visione cristiana del mondo che, nei fatti, differiscono solo per la negazione della propria origine religiosa e trascendente e per il rifiuto del concetto di Dio. Nel caso russo, invece, ciò che oggi viene chiamato “laico” corrisponde a ciò che ieri era definito “ateo”: la Weltanschauung russa non riflette più la prospettiva cristiana, da questo punto di vista essa ha subito un taglio netto e deciso. Sarebbe sbagliato interpretare l’ateismo sovietico come un fenomeno puramente politico nel senso strumentale del termine. Al contrario, esso ha influenzato e plasmato la vita dei singoli e dei popoli, abituando tutti (anche all’estero) all’idea che gli individui, le famiglie, le società, le culture e gli Stati siano mezzi da utilizzare per la realizzazione del socialismo e del comunismo.

Per quanto riguarda la religione, anche il potere sovietico avvertì l’esigenza di riproporre elementi e simboli risalenti alla cultura nazional-popolare prerivoluzionaria: si pensi alla sovietizzazione della figura del principe Aleksandr Nevskij espressa dall’omonimo film del 1938 di Ejzenštejn. Ciò, ovviamente, non significa che religione e socialismo siano compatibili, ma che la prima possa essere piegata alle esigenze del secondo. In altre parole, molti critici del krestopad e, più in generale, del passato sovietico limitano la propria analisi al contenuto, non preoccupandosi della natura degli argomenti adoperati: in questo modo, spesso ripropongono schemi e impostazioni sovietiche, sostituendo il crocifisso alla falce e martello. Tale politicizzazione della religione è riconosciuta, essendo valutata positivamente come ritorno alla valenza del cristianesimo ortodosso nella società e nella politica. Oltre a quanto già notato, si deve aggiungere che l’entusiasmo generalizzato per questi fenomeni dipende altresì dal loro carattere di novità rispetto il passato socialista e il periodo ultraliberale el‘ciniano. Una conferma delle nostre affermazioni arriva appunto dagli esponenti della Chiesa Ortodossa Russa i quali, sempre più spesso, smorzano i toni, reindirizzano o, addirittura, troncano i dibattiti pubblici relativi alla posizione religiosa: commentando il caso di krestopad relativo alla banconota da 1.000 rubli, il vicepresidente del Dipartimento sinodale per i rapporti della Chiesa con la società e i media del Patriarcato di Mosca, Vachtang Kipšidze, ha fatto notare che il fatto non sussiste poiché l’edificio raffigurato non è più una chiesa, ma un museo.

Le opinioni espresse negli articoli del Belfablog sono quelle dei rispettivi autori e potrebbero non rispecchiare le posizioni del Centro Studi Machiavelli.

Foto: la Cattedrale dell’Assunzione di Kolomna (cc 4.0 sa by Anthony.anisimov)

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Sacha Cepparulo è nato nel 1996 a Magenta (MI). Ha studiato Filosofia e Letteratura russa a Milano e San Pietroburgo, dove risiede tuttora. Da anni collabora con diverse testate giornalistiche e riviste sia italiane sia russe tra cui Limes, Studi Evoliani, Il Borghese, Dimensione Cosmica, STOL. Ha tradotto dal russo il romanzo Ul‘tranornal‘nost‘ e ha pubblicato un libro, La Russia allo specchio.