di Emanuel Pietrobon

È dai tempi del diplomatico Gan Ying e dell’avventuriero Maes Titianus, i precursori dimenticati e meno conosciuti di Marco Polo, Ibn Battuta e Matteo Ricci, che l’Asia centrale è il punto di congiunzione tra le due sponde dell’Eurasia.

L’importanza di questa regione biogeografica è aumentata nel corso del tempo, di pari passo con la trasformazione del mondo in villaggio globale e con l’intensificazione degli scambi intracontinentali. Il risultato è che la storica stazione centrale dell’antichissima Via della seta è, oggi, il crocevia di una pluralità di rotte commerciali che attraversano l’Eurasia da nord a sud, da ovest a est, unendo i mercati dei quattro punti cardinali. Motivi che impongono all’Italia di approfondire la sua presenza nell’area e di forgiare un “piano Marco Polo”.

L’Asia centrale in numeri

Più di dieci sono le grandi rotte commerciali internazionali che prevedono almeno una fermata in Asia centrale e la maggior parte di esse passa da quello che è il motore economico della regione: il Kazakistan. Le rotte più importanti, in termini di peso per l’import-export dell’Italia e dell’Unione Europea con Asia centrale ed Estremo Oriente, sono sicuramente le tratte inquadrate nella Belt and Road Initiative, la Transcaspica, la Transafghana, il Ponte ferroviario transiasatico, il Corridoio di mezzo e il Corridoio dei lapislazzuli.

Inviare prodotti da Shanghai all’Europa passando per Astana o Samarcanda, e da lì via Baku, permette in media un risparmio di dieci-quindici giorni rispetto ai tradizionali percorsi marittimi che passano da Suez e Malacca. Questa è una delle ragioni per cui l’Asia centrale è al centro della politica estera di un numero crescente di attori ed è entrata a far parte di progetti di integrazione e interconnessione come la Belt and Road Initiative della Cina, l’Unione Economica Eurasiatica e l’Organizzazione degli Stati Turchi.

Ma a parte la geografia, che rende l’Asia centrale un punto di attraversamento inaggirabile per chiunque voglia accorciare le distanze tra ponente e levante, c’è di più: la geoeconomia. Nel suolo e nel sottosuolo dell’Asia centrale, infatti, sono contenuti alcuni dei tesori più ricercati della nostra epoca: 825,8 trilioni di metri cubi di gas, 31,4 miliardi di barili di petrolio, più di un milione di tonnellate di uranio, oltre ventiduemila tonnellate di oro, due quarti del manganese di tutto il pianeta, un terzo di tutto il cromo, un quinto di tutto il piombo, il 12,6% dello zinco, l’8,7% del titanio, il 6% del rame, del cadmio e dell’alluminio, il 5% del cobalto e del molibdeno. Numeri e percentuali parziali, sicuramente inferiori alla realtà, perché nuovi depositi attendono di essere scoperti nei cinque -stan e quasi tutto è da mappare in Afghanistan.

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La transizione energetica passa dall’Asia centrale. In particolare dal Kazakistan che esporta uranio per le centrali nucleari e cromo per le turbine eoliche, che ha le quinte riserve mondiali di zinco, che figura nella top-dieci delle più grandi concentrazioni geologiche del pianeta e che è nella top-venti per depositi di rame, cadmio e bauxite.

L’Italia e l’Asia centrale

All’Italia serve un Piano Polo per l’Asia centrale, regione che geologia e geografia rendono strategica nei contesti della competizione tra grandi potenze, della globalizzazione e della corsa alla transizione verde. Sarebbe la fermata ideale, ma non il capolinea, di un percorso iniziato nel 2019 con la formazione del dialogo 5+1.

L’Italia, fino a questo momento, ha operato in Asia centrale in maniera disordinata, limitandosi a raccogliere quanto seminato in autonomia da diplomatici e imprenditori negli anni della nostra decada perdida – il periodo 2011-21. Una cabina di regia potrebbe dare maggiori lungimiranza e stabilità alle relazioni Italia-Asia centrale, dunque garantire più risultati da un punto di vista quanti-qualitativo.

(Foto: Ferrovia a Bajkonur, in Kazakistan – NASA/Bill Ingalls, pubblico dominio)

emanuel pietrobon

Analista geopolitico, consulente di politica estera e scrittore. Laureato in Area and global studies for international cooperation (Università di Torino), si è formato tra Italia, Polonia, Portogallo e Russia. Specializzato in guerra ibride, questioni latinoamericane e spazio post-sovietico.