La Nuova Via della Seta e il 5G. Gli obiettivi della Cina e i rischi per l’Italia è il nuovo Dossier del Machiavelli, redatto da Francesco Bechis e Rebecca Mieli.

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SOMMARIO ESECUTIVO

  • La Nuova Via della Seta costituisce un gigantesco progetto internazionale con cui Pechino può ambire non soltanto a mettere in discussione il primato geoeconomico USA nel mondo, ma anche ad ottenere concessioni strategiche dalla comunità internazionale, in particolare usando la «trappola del debito» grazie alle ingenti risorse finanziare di cui dispone.
  • Il 5G, rete di quinta generazione destinata a rivoluzionare tutto il comparto tecnologico (dalle telecomunicazioni fino ai sistemi idrico ed elettrico), rappresenta un campo estremamente sensibile per la dimensione della sicurezza, considerata l’estrema vulnerabilità alle intercettazioni e allo spionaggio di tutte le informazioni sensibili che ha allarmato numerosi Paesi occidentali a causa dell’attivismo di Pechino in questo settore.
  • Tenuto conto che il rapporto con gli Stati Uniti e la solidità delle relazioni transatlantiche restano un vettore ineludibile della politica estera e della collocazione internazionale dell’Italia, è auspicabile che i timori espressi a più riprese dagli alleati rappresentino il perimetro di scelte concertate entro cui valorizzare l’interesse nazionale dell’Italia, senza mai dimenticare che la sicurezza e la privacy dei cittadini costituiscono un bene non negoziabile.

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VERSIONE SOLO TESTO

[showhide type=”testo” more_text=”Mostra di più” less_text=”Mostra di meno”]I. LA BELT AND ROAD INITIATIVE: UN PIANO INFRASTRUTTURALE E POLITICO

L’iniziativa One Belt and One Road (OBOR) è una strategia economica e geopolitica che progetta una serie di investimenti di massa nell’ambito delle infrastrutture di collegamento tra Eurasia e Cina. Presentato nel 2013 dal presidente cinese Xi Jinping, il disegno di una «Nuova Via della Seta» ha coinvolto in sei anni 71 Paesi (pari a metà della popolazione e un quarto del Pil mondiale), in un traffico di investimenti che supera il trilione dollari. L’immensa rete di collegamento terrestre (Belt) e marittima (Road) ideata da Pechino, che si avvarrà della realizzazione di ferrovie e reti preferenziali marittime, ha come scopo quello di sostenere l’enorme traffico di merci che dalla Repubblica Popolare Cinese giungono in Europa. Gli Stati occidentali, in particolar modo gli Stati Uniti, temono che un’espansione della Belt and Road Initiative (BRI) possa tradursi in un imperialismo cinese condotto con mezzi economici, un progetto che conferirebbe a Pechino eccessiva influenza sulle nazioni coinvolte, specialmente quelle più piccole e meno sviluppate. Questa preoccupazione è avallata anche dal fatto che l’ambizioso programma voluto da Xi è stato inserito nello statuto del Partito Comunista Cinese, rendendolo così una questione strategica di primaria importanza per Pechino. Ma l’aspetto più notevole dell’iniziativa non è la sua portata o il suo livello di investimento, quanto piuttosto la sfida che il leader cinese si è prefissato. La BRI rappresenta un approccio olistico, progettato per dare il via a un gigantesco circolo auto-rinforzante di prosperità crescente, investimenti, sviluppo del mercato e progresso tecnologico, il tutto mirato a trasformare la Cina in una potenza globale. I dilemmi e le preoccupazioni che circondano l’adesione di vari Paesi (tra cui l’Italia) alla BRI riguardano tre fattori principali: la Debt Diplomacy, i rapporti con gli Stati Uniti e la delicata questione della sicurezza nazionale. Per quanto riguarda il primo timore – l’unico che al momento ha avuto un riscontro concreto nel caso del porto di Hambantota nello Ski Lanka – i critici temono che la Cina possa usare la «diplomazia delle trappole di debito» per ricavare concessioni strategiche alla comunità internazionale – come all’interno delle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale, o il silenzio sulle numerose violazioni dei diritti umani. Inoltre, la nuova Via della Seta include, seppur in via non ufficiale, un fattore di criticità particolarmente rischioso perché si coniuga dal punto di vista strategico con il progetto di una nuova Via della Seta digitale5, ovvero in quel Quinto Dominio che rappresenta uno dei terreni di scontro tra Stati Uniti e Cina.

II. LA POSIZIONE AMERICANA DI FRONTE ALLA OBOR

L’attuale amministrazione statunitense, dopo aver concesso un’apertura di credito al progetto BRI, ha negli ultimi mesi invertito il giudizio sottolineandone criticità e rischi per gli alleati. La decisione da parte del presidente Trump di inviare una delegazione statunitense al Belt and Road Forum, evento di lancio del piano infrastrutturale cinese tenutosi a Pechino il 14-15 maggio 2017 con la partecipazione di 29 capi di Stato e di governo esteri, sembrava poter inaugurare una nuova stagione di cooperazione con il governo cinese. Il secondo anno di mandato di Trump alla Casa Bianca ha visto tuttavia un lento e progressivo cambiamento nell’approccio americano alla BRI. Durante una visita ufficiale a Panama nell’ottobre 2018, il segretario di Stato Mike Pompeo ha pubblicamente criticato il modello di investimento cinese e in particolare le aziende di Stato «che si presentano in modo chiaramente non trasparente e non orientate al mercato». Una più esplicita presa di posizione dell’amministrazione Trump contro la BRI si è avuta in occasione del summit per la cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC) a Port Moresby, Papua Nuova Guinea, il 17-18 novembre 2018. Il vicepresidente USA Mike Pence ha infatti sottolineato di fronte agli alleati regionali come gli Stati Uniti non offrano «una cintura costrittiva o una via a senso unico», con riferimento non esplicito ma piuttosto eloquente alla nuova Via della Seta di Xi. La posizione critica sul progetto infrastrutturale cinese si è riflessa anche sul piano legislativo. A inizio ottobre il Congresso americano ha trasformato in legge con un amplissimo margine di approvazione il Better Utilisation of Investment Leading to Development (BUILD) Act, che ha istituito nell’ambito dell’agenzia federale Overseas Private Investment Corporation (OPIC) una nuova agenzia di sostegno ai Paesi esteri in via di Sviluppo, ovvero l’International Development Finance Corporation (USDFC), dotata di un budget iniziale di 60 miliardi di dollari e pronta a divenire operativa entro il 2019. Sebbene l’entità economica dell’agenzia non sia lontanamente paragonabile alla portata del piano BRI, diversi analisti hanno rinvenuto nella decisione di Trump di rivitalizzare un’agenzia apparentemente come l’OPIC un’aperta sfida al modello di sviluppo proposto dal governo cinese. Una lettura confermata dal segretario di Stato Pompeo, secondo cui l’iniziativa «offre una migliore alternativa agli investimenti diretti dallo Stato e fa avanzare i nostri obiettivi di politica estera». Nonostante l’amministrazione Trump non abbia ancora articolato una risposta coerente e univoca alla via della Seta cinese né abbia ancora steso una strategia per limitarne gli effetti sulla presenza militare degli Stati Uniti in Eurasia, a questa fa indirettamente riferimento la Strategia per la sicurezza nazionale presentata allo scadere del primo anno di mandato. Il documento, che definisce la Cina un «competitore strategico» avente l’obiettivo di sfidare «il potere, l’influenza e gli interessi americani e di erodere la sicurezza e prosperità americane», sottolinea senza nominare esplicitamente la Nuova Via della Seta il ruolo cinese in Europa ottenuto «espandendo le sue scorrette pratiche commerciali e gli investimenti nelle industrie chiave, nelle tecnologie sensibili e nelle infrastrutture».

III. IL RESPONSO EUROPEO

Lo studio di eventuali forme di cooperazione con la Cina sul progetto BRI è stato posto all’attenzione dei policymakers europei negli ultimi anni. La posizione dell’Unione Europea è stata inevitabilmente soggetta a mutamenti e differenze di vedute tra i 28 Stati membri. La centralità del dibattito nell’agenda pubblica europea non stupisce. L’Europa costituisce la destinazione primaria degli investimenti cinesi nella nuova Via della Seta. Sebbene una parte consistente di questi investimenti non sia direttamente collegabile al piano BRI, è tuttavia innegabile che esso abbia dato uno slancio notevole agli investimenti diretti cinesi nel Vecchio Continente. Alcuni di questi sono consistiti nella privatizzazione di importanti infrastrutture dei Paesi membri. È da ricordare a tal proposito l’accordo da 368,5 milioni di euro con cui la China Cosco Shipping Corporation ha acquistato nel 2016 il porto del Pireo, la più grande infrastruttura portuale della Grecia.
L’UE ha negli ultimi anni assunto una posizione marcatamente critica del piano infrastrutturale cinese. Nell’aprile 2018 un documento sottoscritto da tutti gli ambasciatori degli Stati membri a Pechino fatta eccezione per quello ungherese ha espresso scetticismo sulla BRI, che, recita il testo, «va contro l’agenda europea per la liberalizzazione del commercio e sposta l’equilibrio di potere a favore delle aziende cinesi sussidiate»9. Il 19 settembre 2018 l’UE, tramite l’Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini, ha annunciato una nuova strategia per collegare Europa e Asia. L’iniziativa denominata «Connessione Europa-Asia – Elementi essenziali per una strategia dell’UE» è stata approvata dal Consiglio nella seduta del 15 ottobre. Il documento approvato all’unanimità delinea un piano per una «connettività sostenibile» attraverso la promozione dell’apertura dei mercati e di un framework regolamentare che favorisca gli investimenti fra i due continenti. Benché la Mogherini abbia smentito ogni correlazione fra la strategia europea e la BRI, il tempismo con cui il documento è stato approvato, a pochi giorni dal meeting annuale UE-Asia (ASEM), ha fatto pensare a una presa di posizione pubblica dell’Ue sul piano infrastrutturale cinese. Il 5 marzo 2019 inoltre il Consiglio UE ha approvato un nuovo regolamento che istituisce un sistema di controllo degli investimenti diretti esteri (IDE). Pur in assenza di una esplicita indicazione sulla BRI, il riferimento agli «investimenti provenienti da società statali opache legate a governi in settori critici e tecnologie» non sembra avulso dal contesto cinese»10. La posizione apparentemente coesa assunta dalle istituzioni europee ha dovuto però fare i conti con diversi orientamenti degli Stati membri. Secondo fonti europee riportate dalla stampa internazionale nel marzo 2019 sarebbero già tredici i Paesi UE ad aver firmato un memorandum di intesa con il governo cinese sull’adesione alla BRI: Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia. Più defilata la posizione di Francia, Germania e Regno Unito. Il governo britannico presieduto da Theresa May ha rifiutato di dare un pubblico endorsement al piano infrastrutturale cinese, mentre i governi francese e tedesco hanno espresso pubblico scetticismo sugli investimenti cinesi nelle infrastrutture critiche. Durante una visita di Stato in Cina nel gennaio 2018, il presidente francese Emmanuel Macron ha spiegato che non ci può essere una sola via per «l’egemonia, che trasformerebbe in sudditi chi la attraversa». Simili critiche sono state avanzate dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, che nel febbraio del medesimo anno ha dubitato dello «spirito del libero commercio»sotteso alla via della Seta cinese.

IV. L’ITALIA SULLA VIA DELLA SETA

Già con il governo presieduto da Paolo Gentiloni sul finire della XVIII legislatura l’Italia ha manifestato interesse ad aderire alla BRI. Nel maggio del 2017 Gentiloni è stato l’unico capo di un governo G7 a prendere ufficialmente parte al Belt and Road Forum di Pechino. L’Italia rappresenta un tassello fondamentale del piano di investimenti cinesi, soprattutto per alcune sue infrastrutture portuali nel mare Adriatico come i porti di Trieste e Ravenna che fungerebbero da terminale ideale delle merci cinesi in Europa. Un meccanismo così spiegato dal direttore de La Stampa Maurizio Molinari: «Per realizzare la nuova Via della Seta la Cina ha bisogno di porti che ospitino i container e le merci. Specialmente i porti europei: l’accordo stretto due anni fa con il porto del Pireo in Grecia si sta dimostrando poco utile, perché da lì i container devono attraversare i Balcani e non ci sono le ferrovie. Per questo ora i cinesi puntano l’Adriatico, più vicino del Tirreno per raggiungere l’Europa centrale». I negoziati per una possibile adesione italiana al piano BRI hanno subito un’accelerazione con il governo Conte sostenuto da Lega e Cinque Stelle. A inizio marzo 2019 il Financial Times ha dato in anteprima la notizia di un memorandum d’intesa sulla BRI che il governo italiano si è impegnato a firmare in occasione della visita del presidente cinese Xi Jinping a Roma il 23 marzo. La bozza di cinque pagine del documento pubblicata dal Financial Times fa riferimento a diversi fronti di cooperazione fra governo italiano e governo cinese. Un punto critico rivelato dal quotidiano finanziario britannico concerne il coinvolgimento della Banca Asiatica degli Investimenti (AIIB) nella collaborazione fra Italia e Cina nel progetto BRI. Recita il testo: «Le controparti lavoreranno assieme alla Banca di Investimento Asiatica per le Infrastrutture (AIIB) per favorire la connettività nel rispetto delle finalità e delle funzioni della Banca». Il riferimento alla AIIB nella bozza di memorandum secondo molti osservatori è da interpretare come un passo del governo italiano nei confronti dell’UE, che aveva avanzato dubbi sulla conformità alle norme internazionali dei prestiti connessi alla BRI. La AIIB difatti eroga prestiti in conformità alle norme internazionali e alla normativa europea sulle gare d’appalto e l’impatto ambientale.
Un altro punto cruciale della bozza di memorandum è dedicato al settore delle «telecomunicazioni»: «Le Parti collaboreranno nello sviluppo della connettività infrastrutturale, compresi aspetti quali le modalità di finanziamento, l’interoperabilità e la logistica, in settori di reciproco interesse (quali strade, ferrovie, ponti, aviazione civile, porti, energia – incluse le energie rinnovabili e il gas naturale – e telecomunicazioni)». Il passaggio avrebbe spinto il governo statunitense a esprimere pubblica preoccupazione sul memorandum invitando il governo italiano a non firmarlo durante la visita di Xi a Roma. Al centro dei timori ci sarebbe la possibilità che il memorandum apra la strada alle aziende hi-tech cinesi presenti nel mercato italiano delle telecomunicazioni e pronte a contribuire alla fornitura della rete 5G. In particolare, è il termine «interoperabilità» ad aver attirato le preoccupazioni di molti addetti ai lavori e di Paesi alleati, perché creare una rete di telecomunicazioni interoperabile con quella cinese significa permettere un «travaso» di dati che metterebbe potenzialmente a rischio la sicurezza delle comunicazioni. Il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Garrett Marquis ha a tal proposito dichiarato che «la Cina sembra credere che l’Italia sia economicamente vulnerabile o politicamente manipolabile» sottolineando le conseguenze che la firma del memorandum potrebbe avere «per l’interoperabilità dell’Alleanza (Atlantica), in particolare per quanto riguarda le comunicazioni e le infrastrutture critiche usate per sostenere le nostre iniziative militari congiunte»16. Il monito è riecheggiato nelle parole del segretario di Stato Mike Pompeo, che tramite un portavoce ha definito ai microfoni dell’Agi «opaco» il memorandum e ha esortato l’Italia «a fare attenzione» prima di firmare atti che potrebbero risultare contrari al «rispetto della sovranità e dello Stato di diritto». Sebbene Lega (molto critica) e Cinque Stelle (favorevole) abbiano manifestato non poche divergenze sul tema, il governo italiano ha infine confermato che firmerà il memorandum durante la visita di Xi Jinping a Roma. Oltre al presidente del Consiglio Conte, sul tema della firma è intervenuto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che dopo aver ricevuto per un colloquio il presidente del Consiglio e i due vicepresidenti Luigi Di Maio e Matteo Salvini ha preteso che il 5G restasse fuori dall’accordo e ha rassicurato gli alleati sulla natura del memorandum, definito da fonti del Quirinale «molto meno pregnante di documenti analoghi stipulati da altri Paesi europei».

V. 5G: IDENTITÀ E CRITICITÀ

Quanto al 5G, ovvero la rete mobile di «quinta generazione», questa è stata progettata per rivoluzionare la connettività su scala globale, e i suoi possibili impieghi sono numerosi e totalmente innovativi. Dalle auto senza pilota fino alla chirurgia robotica, tutto il comparto delle tecnologie in fase di sviluppo nei prossimi dieci anni necessiterà di questa struttura, rendendo lo sviluppo della stessa una questione di vitale importanza per i colossi tecnologici mondiali. Un aumento così consistente nella velocità di trasmissione (circa cento volte più veloce del 4G) e nella larghezza della banda sarà indispensabile a soddisfare la domanda di connettività aggiuntiva proveniente da dispositivi che fino ad ora non avevano avuto bisogno di una rete internet: non solo automobili e elettrodomestici, ma anche infrastrutture critiche, come i sistemi idrico ed elettrico19. I fornitori di servizi mobili sono attualmente alla ricerca dei brevetti che catalizzeranno gli standard nel settore, nonché di quelle aziende tecnologiche che hanno già iniziato ad elaborare delle infrastrutture per diffondere la rete stessa. Assieme all’elevata competitività tra coloro che si aggiudicheranno gli appalti pubblici nelle varie nazioni, si sono accentuate anche le rivalità tra quelle nazioni che vorrebbero vedersi attribuire il primato nello sviluppo di questa rete innovativa. Per la prima volta nella storia la Cina, grazie alla sua impresa di punta del settore Huawei, potrebbe essere il principale fornitore di questa rete su scala globale. La Huawei non è solo un colosso tecnologico mondiale, ma è anche un’azienda a partecipazione nazionale (sebbene sia formalmente privata), che dispone di 21 istituti di ricerca dislocati in tutto il mondo (tra cui Canada, Stati Uniti e Regno Unito) oltre a numerosi altri Paesi dell’Unione Europea, nonché ampi collegamenti con decine di dipartimenti IT universitari. Il 5G non viene utilizzato, al momento, per la telefonia mobile, in quanto esige apparecchiature e telefoni adatti a supportarlo, ciononostante la Huawei ha dichiarato di avere già diverse decine di contratti con operatori wireless per testare le sue apparecchiature20. Per avere un’idea su quanto peserà questo cambiamento nel nostro Paese, secondo il Cisco Mobile Visual Networking Index21, il traffico dati sulle reti mobili quadruplicherà entro il 2022, un periodo nel quale passeremo da 97 milioni di dispositivi connessi (nel 2017) fino a 165 milioni. Crescendo il numero di device e di connessioni, crescerà anche il volume del traffico dati, che in qualche anno potrebbe raggiungere un volume di 489 petabyte al mese (l’equivalente del contenuto registrabile su 122 milioni di DVD. Un cambiamento non indifferente se si pensa che in Italia, tra tre anni, avremo potenzialmente oltre sette milioni di dispositivi connessi alla rete 5G. Il dibattito sul ruolo cinese nello sviluppo della rete ultraveloce ha coinvolto negli ultimi mesi politici e funzionari di intelligence di ogni parte del mondo. Molti di questi indicano la Cina come uno dei rivali più temibili degli Stati Uniti, in particolare l’unico rivale di Washington nella supremazia tecnologica. Xi Jinping, come fautore principale di queste aspirazioni ambiziose, ha elaborato una serie di dottrine e programmi per inaugurare una nuova idea di Cina, non solo presente nei mercati ma leader degli stessi, attraverso un’economia capitalista che non intacchi la preponderanza del regime all’interno della stessa. Una di queste strategie – che accompagna l’ancor più il progetto del «One Belt One Road» – è il piano «Made in China 2025», all’interno del quale Pechino sottolinea la volontà di dominare il settore tecnologico in tutte le nuove fasi di ricerca e sviluppo. Essenzialmente, Made in China 2025 mira a trasformare la Cina in una «superpotenza manifatturiera». Gli obiettivi della Cina in tal senso sono la robotica, l’intelligenza artificiale, le apparecchiature aviotrasportate, la biofarmaceutica, la nuova generazione di tecnologie per l’aviazione, i sistemi di guida senza pilota e le nuove reti di telecomunicazioni23. Il raggiungimento di un primato in settori come le tecnologie emergenti è considerato da Pechino un mezzo fondamentale non solo per sostenere e migliorare la crescita economica, ma uno strumento vitale per garantire la competitività futura sullo sfondo di una nuova rivoluzione industriale. La Cina presenta un modello economico che forza l’intervento statale nelle attività private, un fattore che gli consente di concentrare, tra l’altro, numerose risorse in progetti ambiziosi, tramite un’attenta pianificazione economica. Il modello americano, più decentralizzato e orientato al mercato, non ha però intenzione di cedere il primato della rete internet Made in USA, sia per evidenti ragioni economiche e commerciali (in quanto queste tecnologie presentano un enorme potenziale impiegabile nell’aumento della produttività nazionale, nell’ambito della competitività, delle informazioni, delle comunicazioni e delle industrie tecnologiche), sia perché consapevole della possibilità di perdere il primato tecnologico a favore di un regime autocratico. La rete mobile è vista, attualmente, come un’infrastruttura critica, e sta emergendo un sempre più profondo interesse dei governi nel tentare di proteggerne la sicurezza e l’affidabilità.

VI. LA STRATEGIA CYBER DEL DRAGONE

Nell’ambito di un imponente conflitto geostrategico ed economico tra Cina e Stati Uniti, la questione del 5G sta acquisendo un’importanza primaria, soprattutto per quanto concerne i presunti rischi alla sicurezza nazionale americana e dell’area atlantica. Oltre alle tensioni che circondano lo sviluppo della rete ultraveloce, negli ultimi mesi si sono sollevate anche numerosi voci circa i rischi della catena di approvvigionamento globale delle telecomunicazioni, in particolare dalle agenzie di intelligence americane, come la National Security Agency. Questi dubbi circondano in primo luogo le compagnie di telecomunicazioni cinesi più importanti, ovvero Huawei e ZTE (la seconda di proprietà statale), le quali secondo quanto contenuto dell’articolo 7 della legge cinese sull’intelligence emanata nel 2007, hanno – come tutte le aziende – l’obbligo di fornire ai servizi segreti di Pechino qualsiasi informazione ottenuta nell’esercizio del proprio lavoro all’estero. Gli Stati Uniti in particolare temono una rete globale o in larga parte controllata dalla Cina, considerandola un forte rischio per la propria sicurezza nazionale e per quella dei propri alleati. In primo luogo, dopo la scoperta di alcune backdoor inserite dai produttori cinesi nelle supply chain di alcuni prodotti della Super Micro28, dal quale vengono assemblati devices di notissimi colossi tech USA, Washington ha accusato la Cina di perpetrare attività di spionaggio attraverso dispositivi tecnologici. Per questa ragione – a prescindere dallo sviluppo della rete 5G – le tecnologie hardware prodotte dai colosso tech cinesi sono state vietate da qualsiasi utilizzo istituzionale e governativo, nonché agli appaltatori governativi. Oltre alla questione dello spionaggio politico perpetrato attraverso backdoor, una delle maggiori critiche mosse all’affidabilità delle aziende cinesi nell’area delle telecomunicazioni è il fatto che il progetto della rete di nuova generazione collegherà centinaia di dispositivi contemporaneamente, andando senza dubbio ad aumentare le vulnerabilità degli stessi. Il dibattito sta coinvolgendo progressivamente sempre più Stati, dai Paesi in via di sviluppo (che grazie ai bassi costi delle aziende cinesi hanno l’opportunità di abbracciare queste nuove tecnologie) fino alle grandi potenze mondiali, europee e non, interessate a proficue collaborazioni con la Cina, ma allo stesso tempo preoccupate per la propria sicurezza nazionale. Non sono da sottovalutare le remore statunitensi circa il traffico di dati sensibili che si ritroverebbero a viaggiare su una rete internet di progettazione cinese. Nei Paesi NATO (soprattutto Italia e Germania) queste preoccupazioni si accentuano a causa della presenza di basi militari e statunitensi e dell’Alleanza. Comunicazioni riguardanti informazioni militari o di intelligence potrebbero essere messe a rischio da una rete vulnerabile, un rischio che gli Stati Uniti (soprattutto secondo quanto dichiarato dal segretario di Stato Mike Pompeo) non sono intenzionati a correre e che si potrebbe tradurre nell’interruzione dei rapporti informativi tra funzionari militari e di intelligence. L’approccio end-to-end della Huawei al 5G, ovvero quello per il quale l’azienda si propone di fornire sia componenti hardware sia software, rende l’azienda cinese attraente dal punto di vista del prezzo, ma problematica dal punto di vista delle vulnerabilità. A tal proposito, rientrerebbero nelle sue competenze anche aggiornamenti e patch attraverso il quale – anche tramite backdoor – la Repubblica Popolare potrebbe prelevare un imponente flusso di informazioni. Ciò potrebbe costituire un grosso problema, soprattutto dopo le numerose accuse di furto di proprietà intellettuale, spionaggio economico e industriale. Alcune nazioni occidentali si stanno trovando di fronte all’eventualità di implementare una tecnologia estremamente rilevante e invasiva tutta completamente ideata e gestita dalla Cina, e questa circostanza potrebbe tradursi in un prezzo da pagare in termini di sicurezza nazionale. A tal proposito, attraverso la rete 5G, la Huawei potrebbe avere accesso anche ai dati sensibili di milioni di cittadini in tutto il mondo. La sicurezza dei dati e la privacy dei cittadini, altro grande pilastro della sicurezza dei Paesi occidentali, andrebbe a scontrarsi inevitabilmente – secondo i più critici – con la preponderanza assoluta della legge sull’intelligence cinese. Le aziende che – come Huawei – si faranno promotrici di una rete internet ultraveloce «Made in China», andrebbero quindi non solo a disporre della capacità di estrarre informazioni classificate nei confronti dell’Alleanza Atlantica e dei suoi Stati Membri, ma anche di dati e informazioni sensibili riguardanti la cittadinanza qualora richieste dai Servizi segreti cinesi.

VII. USA VS AZIENDE CINESI

Sebbene con l’amministrazione Trump il pressing degli Stati Uniti per convincere i Paesi alleati ad escludere la Huawei e la ZTE dalla realizzazione della rete 5G sia notevolmente aumentato, già con l’amministrazione Obama le agenzie di intelligence americane avevano messo nel mirino le due aziende cinesi, accusate a più riprese di spionaggio e furto di proprietà intellettuale. Una prima avvisaglia si era verificata nel 2011, quando su pressione del Cfius (Comitato per gli investimenti stranieri negli Stati Uniti), organo incaricato di valutare l’impatto degli investimenti esteri sulla sicurezza nazionale, la Huawei aveva volontariamente fatto un passo indietro dall’acquisizione dell’azienda di server 3Leaf. Un anno dopo, nel 2012, un report della Commissione Intelligence del Congresso indagava sui legami fra le due aziende cinesi e il Partito Comunista Cinese, rinfacciando in particolare alla Huawei di aver rifiutato «di fornire dettagli sulle sue operazioni commerciali negli Stati Uniti, sui suoi accordi con l’esercito e l’intelligence cinese e di non aver dato risposte chiare sui suoi processi decisionali». Lo scrutinio su Huawei e ZTE da parte del governo statunitense ha subito un’accelerazione durante il secondo anno di mandato della presidenza Trump. In un’audizione di fronte alla Commissione Intelligence del Senato nel febbraio 2018 sei alti funzionari, fra cui l’allora direttore dell’NSA Michael Rogers, il direttore del FBI Chris Wray, l’allora direttore della CIA Mike Pompeo e il direttore della National Intelligence Dan Coats hanno espresso preoccupazione per la presenza di Huawei e ZTE nel mercato americano delle telecomunicazioni. Wray ha sottolineato il rischio «di permettere a qualsiasi compagnia o entità di proprietà di governi stranieri che non condividono i nostri valori di guadagnare posizioni di potere dentro alla nostra rete di telecomunicazioni». Tra gli elementi di preoccupazione citati dai vertici delle agenzie la Legge nazionale sull’intelligence cinese approvata nel 2017, che prevede espressamente il dovere per le organizzazioni e i cittadini cinesi di «sostenere, cooperare e collaborare al lavoro di intelligence nazionale»36. Accuse prontamente smentite dai vertici Huawei, che tuttavia hanno attirato l’attenzione dei legislatori. Nell’agosto 2018 il Congresso ha approvato, nell’ambito del più ampio Defense Authorization Act, un pacchetto di misure volte a vietare l’uso di dispositivi Huawei e ZTE per i dipendenti del governo federale e i suoi fornitori. È nel novembre del 2018 che il governo statunitense tiene i primi colloqui informali con rappresentanti dei Paesi alleati chiedendo di escludere le compagnie cinesi dalla fornitura della rete 5G. A destare particolare preoccupazione, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, la presenza dei cinesi nel mercato delle telecomunicazioni di Paesi alleati che ospitano basi americane come Italia, Giappone e Germania. Le frizioni fra il governo americano e l’azienda di Shenzen si sono trasformate in aperto scontro con l’arresto a Vancouver, Canada, il 1° dicembre, di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria dell’azienda e figlia del fondatore Ren Zhengfei, ex ufficiale dell’esercito popolare di liberazione cinese. L’imprenditrice è stata accusata di frode bancaria e telematica e di aver utilizzato una società di comodo di Hong Kong, la Skycom, per vendere all’Iran prodotti con componenti americane in violazione delle sanzioni imposte dal governo degli Stati Uniti al governo iraniano. Il 2 marzo 2019 il ministero della Giustizia canadese ha avviato le pratiche per l’estradizione della Meng negli Stati Uniti. Pur non essendo formalmente collegato alle indagini dell’intelligence USA sull’operato della Huawei, l’arresto in Canada della Meng, lo stesso giorno in cui il presidente Trump e il presidente Xi Jinping erano impegnati in un bilaterale al G20 di Buenos Aires, ha segnato una brusca accelerazione della crisi diplomatica fra Stati Uniti e Cina. Sull’evento è intervenuto il fondatore della Huawei e padre di Meng Ren Zhengfei, definendo in un’intervista alla BBC l’arresto della figlia un gesto «inaccettabile» e spiegando che «non c’è modo che gli Stati Uniti possano fermare la Huawei».

VIII. LA COALIZIONE DEI FIVE EYES

Gli appelli del governo americano a tener fuori dalla fornitura della banda ultralarga le aziende cinesi hanno finora trovato alterna fortuna fra Paesi alleati e non. Fra gli alleati una prima schiera di Paesi che ha dato ascolto ai moniti statunitensi, sia pur con esiti diversi, è costituita dai cosiddetti Five Eyes, una coalizione di Paesi anglofoni basata sulla condivisione di intelligence nata nel dopoguerra e formata da Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Il continuo pressing del governo americano sugli altri, iniziato nell’autunno del 2018, ha alla base anzitutto ragioni tecniche. Dal momento che i cinque Paesi sono legati da un accordo di condivisione di intelligence, la scelta da parte di un solo Paese membro di affidare a compagnie straniere la rete 5G potrebbe compromettere la sicurezza dei dati di tutti i Five Eyes, che correrebbero così il rischio di venire intercettati. Una prima riunione fra alti funzionari dell’intelligence del gruppo si sarebbe tenuta il 12 ottobre e avrebbe avuto a tema, come riportato da Reuters, le interferenze estere e in particolare lo studio di una risposta «alla strategia internazionale assertiva della Cina». Fra i Paesi membri della coalizione l’Australia è stata il primo a dare seguito ai moniti statunitensi. Già nel febbraio 2018 la stampa dava conto di un briefing fra l’allora primo ministro Michael Turnbull e alti funzionari dell’intelligence americana che avrebbero chiesto al governo australiano di bandire dalla fornitura del 5G le aziende cinesi sospettate di legami con il governo comunista. Il 23 agosto 2018 il governo australiano ha messo al bando le compagnie cinesi dalla costruzione della rete 5G. Pur non citando esplicitamente Huawei e ZTE, con un comunicato il governo ha annunciato che la normativa prevista dalla Riforma sulla sicurezza del settore delle telecomunicazioni (TSSR) introdotta l’anno precedente sarebbe stata applicata anche ai fornitori di accessori, previa esclusione di qualunque azienda che «sia sospettata di essere soggetta alla direzione extragiudiziale di un Governo straniero, in conflitto con la legge australiana». Il bando australiano, definito della Huawei «politicamente motivato», ha di fatto minato la partecipazione del colosso hi-tech cinese allo stesso mercato della telefonia mobile. Il 29 gennaio 2019 Tpg Telecom ha fatto sapere che il provvedimento del governo rischia di compromettere il piano di investimento da 2 miliardi di dollari con cui la compagnia si è impegnata a costruire la quarta rete 4G australiana dopo Telstra, Optus e Vodafone. Il secondo Paese ad accogliere gli appelli di Washington è stato la Nuova Zelanda. Nel novembre 2018 la compagnia di telecomunicazioni neozelandese Spark ha annunciato di dover rinunciare all’uso dei dispositivi Huawei per la costruzione della rete 5G a causa di un intervento del Government Communication Security Bureau (GCSB). Una legge del 2013, il Telecommunications Interception Capability and Security Act (TICSA), prevede l’obbligo per gli operatori di informare l’intelligence della sicurezza dei network. Secondo il GSCB infatti le infrastrutture delle telecomunicazioni possono divenire «un obiettivo altamente attrattivo per Stati impegnati in operazioni di spionaggio, sabotaggio o interferenze estere, o per attori criminali in cerca di sfruttare attività commerciali e individui neozelandesi». Il direttore generale del GSCB Andrew Hampton ha rivelato che l’agenzia governativa ha individuato «un rischio significativo per la sicurezza del network» nei piani della Spark. La decisione del governo ha attirato critiche da Spark e Huawei, che fra l’altro hanno sottolineato la compromissione delle comuni attività di ricerca e sviluppo nei laboratori Spark ad Auckland. Dopo essersi unito alle remore degli alleati Five Eyes, il Regno Unito ha invece concluso che l’esclusione delle aziende cinesi dalla fornitura della rete 5G non è al momento necessaria per tutelare la sicurezza nazionale. In un discorso all’Università di St. Andrews del 3 dicembre 2018 Alex Younger, il direttore dell’MI6, i servizi segreti britannici, aveva espresso dubbi sulla presenza di aziende cinesi in questo campo, sottolineando l’urgenza di decidere se accettare «la proprietà cinese di queste tecnologie e piattaforme in un ambiente in cui alcuni dei nostri alleati hanno preso decisioni molto diverse». Lo scorso febbraio tuttavia il National Cyber Security Center, ente per la sicurezza controllato dal GCHQ (Government communication Headquarters), ha compilato un rapporto in cui sostiene che i rischi per la sicurezza derivanti dalla presenza di Huawei nella rete 5G «sono controllabili». Una posizione già sostenuta dall’ex direttore del GHCQ Robert Hannigan in un editoriale per il Financial Times dove ha definito «completamente insensato» considerare la presenza di tecnologia made in China nella rete 5G un rischio per la sicurezza nazionale. L’apparente passo indietro del Regno Unito, che peraltro non si è ancora espresso in via definitiva sull’esclusione delle aziende cinesi dalle gare per la costruzione delle reti 5G previste per il prossimo aprile, non stupisce se letto alla luce dei consolidati rapporti fra governo britannico e Huawei. Un rapporto iniziato nel 2005, quando la British Telecom ha firmato un contratto di fornitura con l’azienda di Shenzen, il primo di dimensioni rilevanti in un Paese occidentale. Lo scrutinio del governo britannico sulle attività e i prodotti dell’azienda cinese ha trovato una sua formalizzazione nel 2010. Allora, come ha spiegato in un’intervista a Formiche.net Stefano Mele, avvocato esperto in diritto delle tecnologie e presidente della Commissione sicurezza cibernetica del Comitato Atlantico Italiano, Londra chiese a Huawei «di istituire all’interno del Regno Unito un centro di verifica dei propri prodotti, il Huawei Cyber Security Evaluation Centre, all’interno del quale operano a stretto contatto i dipendenti dell’azienda e il personale dell’intelligence britannica». È peraltro un alto dirigente del GHCQ a detenere la presidenza del comitato di sorveglianza del centro Huawei. L’operato dell’azienda è dunque sottoposto a un continuo controllo da parte dei Servizi britannici. Spiega Mele: «Ogni anno il governo inglese, attraverso il Huawei Cyber Security Evaluation Centre, svolge degli audit su quelle che crede essere le tecnologie di Huawei di maggiore interesse per la propria sicurezza nazionale. Entro lo stesso anno, il colosso cinese prende l’impegno di sanare eventuali lacune o vulnerabilità segnalate e di indicare le modalità di intervento attraverso un report dedicato». Rimane in bilico anche in Canada il destino delle aziende cinesi. Il governo di Canberra, complice la crisi diplomatica con Pechino innescata dall’arresto di Meng a Vancouver, non ha ancora dischiuso i suoi piani per il 5G. Durante una conferenza ad Ottawa lo scorso gennaio, l’ambasciatore cinese in Canada Lu Shaye ha avvisato che «ci saranno ripercussioni» se il governo canadese opterà per l’esclusione delle compagnie hi-tech cinesi.

IX. LE RISPOSTE DEGLI ALLEATI EUROPEI
Anche nei Paesi europei e membri della NATO la presenza di aziende cinesi legate al governo e i rischi per la sicurezza nazionale segnalati dall’intelligence americana sono state di recente poste all’attenzione del decisore pubblico. Come all’interno della coalizione Five Eyes, così in Europa non c’è stata una reazione univoca ai moniti americani. Particolarmente assertiva la posizione adottata da Repubblica Ceca e Polonia nei confronti di Huawei e ZTE. Il governo di Praga ha lanciato un primo allarme lo scorso 18 dicembre tramite il Nukib, l’agenzia ceca per la cyber security, circa il rischio posto dall’utilizzo di dispositivi Huawei e ZTE alla luce della legge sull’intelligence nazionale cinese approvata dal Congresso del popolo nel giugno 2017 che (v. supra) che prevede l’obbligo per le compagnie cinesi di cooperare se richieste con le agenzie di intelligence. Il governo polacco, dopo aver disposto l’11 gennaio l’arresto di un ex direttore regionale cinese della Huawei con l’accusa di spionaggio, ha invitato la NATO e l’Unione Europea ad assumere una «posizione unita» sulla presenza di Huawei nei mercati dei Paesi alleati. Più defilata invece la posizione di Francia e Germania. Il 6 febbraio il Senato francese ha respinto un emendamento di proposta governativa volto a introdurre l’obbligo per gli operatori telefonici di richiedere l’assenso formale del governo prima di adottare equipaggiamento particolarmente sensibile al rischio spionaggio e sabotaggio. A dispetto dei rumors della stampa tedesca in direzione contraria, la Germania ha infine optato per non escludere le compagnie cinesi dall’asta per il 5G. Il catalogo per la sicurezza recentemente elaborato dall’autorità federale delle telecomunicazioni (BNetzA) con il supporto del dipartimento per la sicurezza informatica (BSI) stabilisce che possono essere acquistati dispositivi per le telecomunicazioni solo da venditori «che rispettano inequivocabilmente le norme sulla sicurezza nazionale» senza però fare esplicito riferimento alle aziende cinesi. In una lettera al governo di Angela Merkel pubblicata dal Wall Street Journal l’ambasciatore degli Stati Uniti a Berlino Richard Grenell ha spiegato che l’ammissione di Huawei nella costruzione della rete 5G tedesca ridurrà la collaborazione di intelligence con il governo americano. Il medesimo avvertimento è stato lanciato il 13 marzo dal generale statunitense Curtis Scaparrotti, allora ancora comandante supremo delle forze alleate in Europa, che ha delineato il rischio per la comunicazione con le forze NATO derivante dall’adozione di tecnologie della Huawei per lo sviluppo della rete 5G in Germania. Rimane incerto invece il futuro ruolo di Huawei e ZTE nella fornitura della rete 5G in Italia. La Huawei opera in Italia dal 2004 e vanta diverse partnership con le principali compagnie di telecomunicazioni. Tra quelle più recenti spicca l’investimento da 60 milioni di euro in 4 anni assieme a Tim e Fastweb per il progetto BariMatera5G e la partecipazione nella veste di fornitore al progetto 5GMilano da 90 milioni di euro in 4 anni finanziato da Vodafone. ZTE ha invece avviato un centro di sperimentazione 5G all’Aquila assieme a Wind Tre e Open Fiber ed è attiva nella realizzazione di una parte della rete Wind Tre. Il 7 febbraio 2019 un comunicato del Mise (Ministero dello sviluppo economico) ha smentito voci di stampa secondo cui il governo sarebbe stato pronto a escludere Huawei e ZTE dal 5G. L’asta per le frequenze del 5G, conclusasi il 2 ottobre 2018 con un incasso record per lo Stato di 6 miliardi e 550,42 milioni di euro entro il 2022, aveva visto Tim e Vodafone vincere rispettivamente i lotti specifici da 80 Mhz e Iliad e Wind Tre ottenere i lotti generici da 20 Mhz. Attualmente dunque Huawei e ZTE sono ancora in corsa per la fase delle implementazioni finali e potrebbero partecipare come fornitori al completamento dei core network e all’ammodernamento delle antenne. In questo contesto, mentre si scrive il Consiglio dei ministri si appresterebbe a varare un ampliamento della Golden Power «anche agli acquisti da parte di imprese, pubbliche o private, aventi ad oggetto beni o servizi relativi alla progettazione, alla realizzazione, alla manutenzione ed alla gestione delle reti di comunicazione elettronica basate sulla tecnologia 5G, quando posti in essere con soggetti esterni all’Unione europea» per ragioni di sicurezza nazionale e per venire parzialmente incontro ai già citati timori degli alleati.

X. CONCLUSIONI

La Cina considera la battaglia per il raggiungimento della governance sul quinto dominio – quello delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nonché di aree correlate come l’intelligenza artificiale – fondamentale sia per i suoi programmi di sviluppo economico e tecnologico, sia per dare attuazione alle aspirazioni espresse nella grande strategia One Belt One Road. Alcuni Paesi europei sono combattuti tra i tradizionali legami con gli Stati Uniti e le opportunità economiche che la One Belt and One Road promette di dare. Diverse nazioni dell’Europa centrale e orientale hanno accettato – senza riflettere troppo sulle conseguenze di lungo periodo – i finanziamenti provenienti da Pechino motivati dalla necessità di colmare evidenti carenze infrastrutturali. Una decisione legittima di Paesi sovrani, dicono i sostenitori di questa linea, che tuttavia – rilevano altrettanti osservatori – porta con sé un elevato prezzo strategico. Nel caso italiano, come lo stesso governo americano ha lasciato intendere, la firma di un memorandum ad ampio spettro con il governo cinese sul progetto BRI potrebbe avere diverse conseguenze sulle relazioni transatlantiche (come una riduzione dello scambio informativo sensibile tra alleati). Prima ancora dunque delle implicazioni economiche e finanziarie che il coinvolgimento di aziende controllate dal governo cinese nelle infrastrutture critiche italiane può avere sull’ecosistema politico, un timore riguarda le conseguenze strategiche al centro dell’attenzione di Washington. L’escalation di moniti giunti da oltreoceano deve essere inquadrata nel più ampio contesto di uno scontro commerciale, diplomatico e di sicurezza di portata globale fra Stati Uniti e Cina, che ha trovato nuova linfa con l’amministrazione Trump e un riconoscimento formale nella strategia per la sicurezza nazionale. Alle concrete conseguenze sulla sicurezza delle informazioni e dell’interoperabilità delle infrastrutture dell’Alleanza Atlantica derivanti dal coinvolgimento nella fornitura e implementazione della rete 5G di aziende cinesi e dall’adesione del governo italiano alla BRI devono dunque, pertanto, essere sommate le non indifferenti implicazioni geopolitiche. Gli USA, che hanno sin dalla scorsa amministrazione Obama concentrato sempre più la loro attenzione sul versante pacifico proprio in un’ottica di contenimento di Pechino, non hanno fatto mistero di considerare queste decisioni alla stregua di una legittimazione da parte del governo italiano – una delle potenze del G7 nonché una delle prime dieci economie al mondo e la seconda nazione manifatturiera in Europa – del cosiddetto Beijing Consensus nel Vecchio Continente. Un approccio che secondo l’amministrazione americana trova il suo fondamento nell’autoritarismo politico e nella crescita economica coadiuvata dall’intervento diretto dello Stato e dunque non compatibile con il modello economico liberale e la dottrina orientata al mercato su cui si fondano gli Stati Uniti, l’Unione europea e più in generale il mondo occidentale. [/showhide]
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Redattore di "Formiche.net".

Direttrice di The Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence.