La sfida con l’Iran vista da Israele. Motivazioni, azioni e prossime mosse di Gerusalemme è il nuovo Dossier del Machiavelli, realizzato da Rebecca Mieli, analista indipendente.

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SOMMARIO ESECUTIVO

  • La rivalità tra Iran e Israele si è intensificata a seguito delle attività logistiche e della crescente influenza di Teheran in Siria.
  • Oltre alla preoccupazione sul programma nucleare iraniano, i dirigenti israeliani hanno chiarito che Gerusalemme non permetterà all’Iran di costituire roccaforti militari nei pressi del Golan.
  • Per scongiurare uno scontro diretto, Israele ha rafforzato il dialogo con i principali attori della regione (Giordania ed Egitto) e con i Paesi del Golfo, che condividono le sue preoccupazioni circa le aspirazioni egemoniche dell’Iran.
  • Le relazioni tra Israele e Stati Uniti si sono rafforzate ulteriormente a seguito dell’uscita di Washington dal Jcpoa, l’accordo sul nucleare iraniano a cui Gerusalemme si è opposta sin dall’inizio.
  • Nel contempo, la dirigenza di Israele considera la Russia l’unico attore capace di dialogare e negoziare con l’Iran. Di conseguenza lo Stato ebraico si è appellato a Mosca per promuovere un’opzione diplomatica, laddove l’ipotesi di scontro armato appare sempre più concreta.


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[showhide type=”testo” more_text=”Mostra di più” less_text=”Mostra di meno”] La rivalità tra Israele e Iran, che ha caratterizzato la scomposizione dei vecchi equilibri geopolitici del Medio Oriente, presenta radici profonde, di natura storica, culturale, religiosa e politica che esulano i più semplici interessi dei rispettivi leader. Sebbene la Rivoluzione Islamica del 1979 avesse dato il via alla profonda spaccatura tra Iran e Occidente, e sebbene la dottrina “Velayat-e Faqih” del nuovo leader Khomeini prevedesse non solo la preminenza della sharia sulle leggi nazionali (attraverso il controllo del Faqih, il giurista islamico) ma anche la necessità di sottomettere (con la forza) le altre correnti islamiche, Israele non accantonò per almeno un altro decennio l’ipotesi di dialogare con Teheran. L’Iran, oltre ad un retaggio di buoni rapporti con Israele, infatti, era uno dei tre pilastri della “Dottrina Periferica” di Ben Gurion, che Israele abbandonò con fatica solo numerosi anni dopo la Rivoluzione. Nonostante la dichiarata ostilità della nuova Repubblica verso Gerusalemme, nonché la ferma contrarietà alla sua stessa esistenza, l’idea che Israele dovesse controbilanciare la presenza dei vicini Stati nemici stringendo alleanze con le potenze non arabe del Medio Oriente (Iran, Etiopia e Turchia) ebbe la meglio sulla rivalità ideologica che divideva Teheran e Gerusalemme. Non a caso, seppur in modo velato e nascosto, Gerusalemme sostenne l’Iran durante il lungo e sanguinoso conflitto contro l’Iraq di Saddam Hussein, anche attraverso azioni militari dirette – ad esempio la distruzione della centrale nucleare irachena di Osirak. Nel corso degli anni, l’ascesa di numerose correnti di radicalismo islamico e la nascita di gruppi paramilitari destabilizzanti all’interno degli Stati arabi ha consolidato la possibilità di un dialogo tra i moderati in seno a questi ultimi e Israele. La costruzione di relazioni stabili con Egitto e Giordania e l’apertura di un dialogo con alcune nazioni del Golfo (in particolar modo l’Arabia Saudita), unite all’inflessibile retorica anti-israeliana e anti-semita di Teheran, hanno contribuito a far crollare la Dottrina Periferica. Il regime teocratico di Teheran e l’ideale khomenista di “esportazione” della rivoluzione non accettano in alcun modo il diritto di Israele ad esistere in una regione considerata sacra per l’Islam. Oltre ad una questione puramente religiosa, esistono anche ragioni ideologiche: la Rivoluzione Islamica in Iran è stata concepita per trasformare il paese nel capofila dell’intero mondo musulmano. A tale scopo, la bandiera della “battaglia” di Teheran contro l’oppressione passa, inevitabilmente, per l’appoggio alla causa palestinese. Senza questo appoggio, senza i principi di antiamericanismo (Westoxification) e le manifestazioni di evidente ostilità contro Israele, l’ideologia rivoluzionaria non avrebbe più motivo di esistere e, con essa, crollerebbero tutte le istituzioni che della rivoluzione fanno tutt’oggi il loro scopo principale.

Teheran e Gerusalemme: il conflitto che domina gli equilibri del Medio Oriente

Durante gli anni delle presidenze dei riformisti Rafsanjani e Khatami, l’Iran agli occhi di Israele era visto come un interlocutore credibile, seppur ostile. La vera spaccatura nasce, infatti, da due questioni apparentemente separate: in primo luogo, lo sviluppo del programma nucleare iraniano, sorto sia dalla volontà della Repubblica di possedere una maggiore indipendenza politica, economica ed energetica, sia dall’interesse della stessa di aumentare il proprio prestigio con l’avanzamento tecnologico. A tal proposito, è bene sottolineare che, durante gli otto anni di governo di Ahmadinejad, la comunità internazionale è diventata consapevole delle capacità acquisite da Teheran per l’arricchimento dell’uranio tramite le centrifughe installate a Natanz, del progetto di un reattore ad acqua pesante da implementare ad Arak, dell’esistenza di un secondo impianto di arricchimento dell’uranio a Fordow e, dato ben più importante, del raggiungimento del livello di arricchimento dello stesso pari al 19,8% – un livello sufficiente a costruire una testata nucleare. Il rafforzamento delle capacità belliche e del programma missilistico iraniano, uniti alla consapevolezza da parte di Israele che Teheran non stesse sviluppando un programma nucleare privo di scopi militari, si sono accompagnate con una dirimente retorica antisraeliana e antiebraica, tipica non solo dei discorsi di Ahmadinejad ma anche dell’Ayatollah Ali Khamenei. Inoltre, Ahmadinejad espresse in numerose occasioni il suo sostegno alla teoria negazionista dell’Olocausto. Insieme alle preoccupazioni relative alla questione nucleare, infine, la spaccatura tra i due Paesi è stata resa più indelebile dal sostegno finanziario e logistico dell’Iran alle milizie terroristiche impegnate contro Gerusalemme: Hamas, Jihad Islamica e Hezbollah. L’impegno dei P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania) sul fronte del programma nucleare ha creato un nuovo capitolo del conflitto israelo-iraniano. Le politiche moderate di Obama e Rohani hanno condotto al raggiungimento del Joint Comprehensive Plan Of Action, un accordo che Israele considera inadatto a ridimensionare le ambizioni atomiche di Teheran. Se dal punto di vista di Teheran l’accordo potrebbe essere considerato una grande vittoria diplomatica e se i pilastri del Piano d’Azione (eliminazione delle riserve di uranio a medio arricchimento, riduzione di quelle a basso arricchimento e lo smantellamento dei 2/3 delle centrifughe) hanno convinto l’Occidente di aver elaborato un accordo che avrebbe posto fine non solo al timore di un Iran militarmente nuclearizzato, ma anche alla rivalità che aveva alienato per decenni la Repubblica teocratica, per Israele il “deal” rappresenta esclusivamente un’occasione mancata. L’accordo non ha avuto l’effetto di rendere l’Iran un interlocutore più moderato rispetto a diritti umani e politiche regionali, nonostante l’amministrazione Obama sperasse proprio in questo esito. Il mancato inserimento di limiti al programma missilistico dell’Iran, nonché di una attenta valutazione circa il sostegno economico e logistico dell’Iran alle milizie che auspicano la distruzione di Israele, sono gravi errori che Gerusalemme rimprovera ai firmatari dell’accordo. Senza un cambio di policy nei confronti dell’Occidente, senza una diminuzione della retorica del “Grande e Piccolo Satana” nei confronti di Stati Uniti e Israele, e con l’abolizione delle sanzioni economiche, la spesa militare dell’Iran nonché la proiezione egemonica contro gli alleati americani sono cresciute a livello esponenziale. Con l’apparente dissoluzione dello Stato Islamico, seguita da un concreto impegno di Teheran a fianco della coalizione russo-siriana, infine, la Repubblica teocratica ha iniziato a perseguire l’obiettivo di creare una via di transito per armi e milizie sciite che arrivi al Mediterraneo. Questa aspirazione quasi egemonica nel contesto regionale preoccupa Israele, che vede le capacità belliche e missilistiche iraniane attraversare la regione fino a stabilirsi alle porte del Golan – già minacciato dal rafforzamento di Hezbollah. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, nonché una lunga lista di politici e membri dell’intelligence israeliana, hanno manifestato un’intenzione comune nell’impedire alla massiccia presenza iraniana di destabilizzare i confini di Israele. Proprio a Mosca, principale alleato di Teheran, il leader israeliano ha affermato alla presenza di Vladimir Putin che Gerusalemme osserva con preoccupazione due sviluppi. Il primo è il tentativo dell’Iran di stabilire basi militari in Siria e il secondo è quello di produrre armi di precisione ed avanzate che possano essere utilizzate contro Israele dal Libano. Il Primo Ministro ha ribadito, inoltre, che Gerusalemme non accetterà nessuno di questi sviluppi, e che agirà di conseguenza. In sede Onu, l’ambasciatore israeliano Danny Danon ha dichiarato che l’Iran controlla 82.000 combattenti in Siria (almeno 3000 uomini del corpo delle Guardie Rivoluzionarie, 9000 di Hezbollah, 10.000 miliziani reclutati tra Afghanistan, Pakistan e Iraq e 60.000 siriani) e che il Paese spende circa 35 miliardi di dollari l’anno nell’addestramento dell’armata siro-iraniana, nonché più di 23 miliardi di dollari in armi e missili. Dal 2015, anno della firma del P5+1 (o accordo sul nucleare iraniano), la spesa militare iraniana è, infatti, aumentata del 17%.

Prospettive regionali: un nuovo modo di intendere il conflitto

Oggi, e verosimilmente anche nel futuro prossimo, la rivalità strategica che contrappone Iran a Israele si giocherà attraverso strategie non convenzionali. In primo luogo, Israele sta tessendo una rete di alleanze con i principali alleati statunitensi della regione, in particolare l’Arabia Saudita. Il nuovo assetto di alleanze regionali, avallato dalla rigida posizione di Donald Trump nei confronti del Jcpoa, ha creato un fronte arabo-israeliano (sostenuto da Washington) contro quello sciita a sostegno delle minoranze della regione, comprese le milizie arabe in Palestina e i ribelli Houthi in Yemen. Dal punto di vista di Israele, l’appoggio a queste milizie risponde all’esigenza iraniana di disporre di appendici armate e sparse nella regione che siano al servizio del Corpo della Guardie Rivoluzionarie. Gerusalemme è decisa, tuttavia, a impedire che si possano creare le condizioni per una guerra convenzionale sponsorizzata dall’Iran; di conseguenza la leadership israeliana, come affermato dall’esperto Ely Karmon, si è assunta il compito di distruggere le roccaforti iraniane in Siria ed espellere le forze iraniane dalle immediate vicinanze di Israele. A tale scopo Gerusalemme ha iniziato ad attaccare in Siria numerose basi iraniane (T-4, Al Kiswah), depositi di armi e missili, convogli, droni iraniani e aeroporti militari (Hama, Homs, Damasco, Al-Nayrab). È verosimile credere che questi attacchi non cesseranno, in quanto il governo di Gerusalemme (ma anche l’opposizione), l’élite militare e i comparti di intelligence sono tutti d’accordo nel considerare il contrasto alla presenza iraniana in Siria una priorità assoluta. È evidente la riluttanza dell’Iran nell’avviare una guerra convenzionale contro Israele, ma posizionando queste milizie e gruppi terroristici al confine tra Siria e Israele, e sostenendole attraverso la presenza di Hezbollah, l’Iran sembra stia preparando il campo per una guerra asimmetrica. La strategia egemonica dell’Iran non passa però, solo, per il controllo (ufficioso) delle tre principali capitali della regione, ossia Baghdad, Damasco, Beirut. Dal punto di vista di Israele, la Repubblica Islamica non ha mai smesso di perseguire la strada del nucleare. Il Jcpoa, infatti, permette a Teheran di mantenere elementi chiave per poter, una volta terminato l’impegno preso con la comunità internazionale, assemblare un arsenale atomico. Le politiche aggressive e il continuo sviluppo di missili balistici vengono affiancati da una politica di ambiguità nucleare che permette al Paese sia di possedere uno strumento di deterrenza sia di non pagare il costo diplomatico (e bellico) che seguirebbe all’ufficializzazione di una prima bomba atomica. Questo strumento consiste nel raggiungimento di un insieme di conoscenze tecnologiche tali da acquisire la capacità di assemblare una prima testata atomica nel giro di un anno o poco più. In altre parole, l’Iran, nel giro di massimo quindici anni, sarà talmente prossimo al raggiungimento di una soglia nucleare militare, che questa condizione rappresenterà in sé un deterrente. Il verificarsi di questa condizione rappresenta una minaccia per lo Stato ebraico per più di una ragione: il timore di un attacco atomico (o condotto con bombe sporche), la diminuzione della percezione di sicurezza della popolazione, la proliferazione regionale come elemento di preoccupazione per l’intera comunità internazionale, la riduzione del qualitative military edge israeliano (garantito fino ad oggi dagli Stati Uniti) e tante altre. Oltre al ridimensionamento della presenza iraniana – nonché dei missili a lungo raggio – alle porte del Golan, Israele considera doveroso che la comunità internazionale riconsideri il Joint Comprehensive Plan Of Action e che negozi una soluzione differente basata su presupposti differenti. Gerusalemme chiede che lo smantellamento delle sanzioni contro Teheran segua, e non preceda, lo smantellamento totale del programma nucleare iraniano, compresi tutti i siti nucleari segreti. Propone, inoltre, una serie di severe restrizioni contro l’Iran finché il Paese non diminuirà l’aggressività delle politiche regionali, il sostegno al terrorismo su scala mondiale, nonché l’accanimento politico e militare che minaccia l’esistenza dello Stato di Israele. In un accordo considerato positivo da Israele, inoltre, dovrebbe essere prevista l’ispezione dei siti militari (oggi sottoposta all’approvazione del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano) come richiesto anche dall’ambasciatrice americana presso l’Onu Nikki Haley.

Gli scenari futuri e il possibile ruolo dell’Italia

Il futuro del conflitto tra Iran e Israele risiede in parte nella strategia che adotteranno gli stessi, e in parte nelle decisioni che interesseranno la comunità internazionale – in particolare i rispettivi alleati – circa la questione siriana e quella nucleare. L’attuale governo di Gerusalemme fa affidamento sull’alleanza con gli Stati Uniti di Donald Trump, rafforzata da quest’ultimo con lo spostamento dell’Ambasciata americana presso Gerusalemme e con l’uscita di Washington dal Jcpoa. Ciononostante, il governo Netanyahu ha mantenuto negli anni della guerra siriana un rapporto positivo con la Russia, uno dei principali alleati dell’Iran nella regione. Cementate attraverso una lunga sequenza di incontri, le relazioni tra Mosca e Gerusalemme potrebbero essere la chiave per convincere Teheran e Damasco a valutare alcune soluzioni che permetterebbero una maggiore sicurezza regionale, tra cui la proposta di una zona demilitarizzata larga quaranta km al confine con Israele. La presenza russa in Siria sarà un’arma a doppio taglio per Israele, perché Hezbollah potrebbe rafforzare la propria capacità bellica attraverso armi e logistica forniti da Mosca a Damasco, come i missili terra-aria P-800 e i missili cruise Yakhont. La presenza delle forze russe da un lato ostacola le manovre militari israeliane, dall’altro sembra essere l’unica a poter garantire il non verificarsi di un’escalation. Per lo stesso motivo, nonostante la storica rivalità tra Israele e Siria, Gerusalemme non promuoverà (anzi si augura non lo facciano nemmeno le nazioni occidentali) la fine del regime di Assad, la quale comporterebbe di certo un acutizzarsi dell’instabilità nonché il proliferare di gruppi jihadisti. Non c’è dubbio che Israele continuerà a colpire i proxy iraniani in Siria, il comparto militare e logistico che Teheran sta costruendo alle porte del Golan nonché il flusso di armi e milizie che interessa Siria e Iraq. Il Golan rappresenta la linea rossa oltre la quale Israele potrebbe decidere di intraprendere una guerra su larga scala: per questa ragione Gerusalemme vorrebbe vedersi riconosciuta dalla comunità internazionale la sovranità su questo territorio, che funge da barriera protettiva dai missili che Hezbollah utilizza contro Israele. La prospettiva di un “nuovo Libano” controllato da milizie filo-iraniane presso la zona di confine spaventa Israele, che osserva le alture del Golan come il confine ultimo che separa la rivoluzione islamica dal principale alleato occidentale in Medio Oriente. Israele si aspetta quindi, ragionevolmente, che oltre alle critiche mosse contro gli attacchi siro-iraniani, l’Europa prevenga una nuova escalation nucleare a partire dalla pressione diplomatica esercitabile contro l’Iran, e contrastando con ogni mezzo – anche quello delle sanzioni – il tentativo di Teheran di destabilizzare e sottomettere un’area del Medio Oriente. Le opzioni dello Stato ebraico per influenzare la situazione in Siria sono limitate e finalizzate ad un’azione diplomatica, non già militare, in quanto una guerra convenzionale rischierebbe di causare migliaia di morti tra i cittadini di Israele. In questo contesto di necessità diplomatiche, l’interesse dell’Unione Europea e dell’Italia alla stabilità della regione passa inevitabilmente per un impegno concreto volto a limitare le possibilità di conflagrazione bellica. Israele si aspetta che gli Stati europei comprendano che la preoccupazione relativa alla presenza iraniana in Siria è molto forte e non dipende dal colore del governo attuale. Il leader del partito di sinistra Meretz, Tamar Zandberg, ha infatti più volte rimarcato di avere una posizione simile al partito Likud circa la volontà di non permettere all’Iran di espandersi e minacciare il Paese dalla Siria. Nonostante la presenza iraniana in Siria non possa essere estirpata totalmente, Israele si augura che Roma, esentata dalle sanzioni Usa a Teheran, faccia pressioni sulla Russia e sull’Iran affinché la Repubblica Islamica diminuisca la massiccia presenza di armi e missili di ultima generazione alle porte del Golan. Gerusalemme continuerà ad impedire con ogni mezzo l’avanzamento della presenza militare iraniana in Siria, mentre una situazione simile a quella che ha preceduto la guerra civile, o anche uno scenario di rafforzamento esclusivamente della presenza economica dell’Iran in Siria, sarebbero considerati accettabili. Per quanto concerne la questione Jcpoa, l’uscita di Donald Trump dall’accordo aumenta vertiginosamente il peso del ruolo europeo nel dialogo con Teheran. Sarebbe auspicabile per Israele che le nazioni firmatarie dell’accordo lo rinegoziassero in un senso che impedisse realmente la nuclearizzazione della Repubblica nonché l’acuirsi dell’instabilità nella regione. Il perpetrarsi di una situazione di conflitto potrebbe, infatti, acutizzare la crisi umanitaria che influenza i flussi migratori diretti verso l’Europa. Le conseguenze di un accordo poco chiaro potrebbero ragionevolmente abbattersi anche su altre nazioni occidentali, che tra una decina di anni potrebbero doversi confrontare con uno Stato teocratico in possesso di un’arma atomica. Nonostante l’accordo sia considerato un grande successo diplomatico, in realtà vi è un latente stato di “dissonanza cognitiva” europea, che non consente di vedere con chiarezza l’aggressività regionale e la manifesta volontà di Teheran di sfruttare i benefit economici che sono seguiti alla caduta delle sanzioni, non già per migliorare la precaria situazione economico-sociale del Paese, bensì per rafforzare la propria capacità bellica e per mantenere in piedi un esercito di proxy che attaccano Israele. Per comprendere al meglio come questo conflitto asimmetrico influenzi la politica di Israele, l’Europa dovrebbe in primo luogo comprendere che, dal punto di vista di Gerusalemme, l’Iran è il principale finanziatore del terrorismo internazionale e l’unica nazione al mondo ad auspicarne pubblicamente la distruzione. Le potenze di maggiore peso nelle principali sedi della diplomazia internazionale dovrebbero assumersi dunque l’impegno di sviluppare una soluzione a lungo termine, che non si limiti ad un accordo non esaustivo, bensì si estenda ad una strategia più ampia che si traduca in un’azione efficace contro tutte le attività della Repubblica iraniana che rendono impraticabile la collaborazione occidentale. L’ambiguità del programma nucleare iraniano, nella situazione attuale, unita all’ostinazione con cui Teheran nega il diritto all’esistenza dello Stato ebraico e al perpetuarsi del suo sostegno economico e logistico alle milizie terroristiche anti-israeliane, frenano indubbiamente qualsiasi sviluppo diplomatico nella regione in assenza di una nuova presa di posizione europea. Diminuire la tensione tra le due nazioni e accelerare il processo di stabilizzazione dell’area siriana è possibile attraverso validi strumenti di diplomazia internazionale che richiedono, tuttavia, l’inflessibile impegno delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea, nonché dei vari Stati membri a non accettare passivamente non solo la proiezione egemonica e l’espansionismo che l’Iran porta avanti, ma anche il sostegno iraniano a organizzazioni terroristiche e il possibile raggiungimento di una seppur minima capacità nucleare che metterebbe definitivamente a rischio la regione. [/showhide]  

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Rebecca Mieli

Direttrice di The Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence.