di Emanuele Mastrangelo e Enrico Petrucci

Bentornati al consueto, rassegnato, appuntamento settimanale.

La psicopolizia della vecchia Inghilterra è sempre all’avanguardia come ci ricorda il Daily Mail che riporta la denuncia nei confronti di una donna avvocato dipendente di un ente pubblico, il Department for Environment Food & Rural Affairs, colpevole di “credere che solo le donne possano avere le mestruazioni.”

Notizia che ci dà il la per il fare il punto su tutte le nuove legislazioni “contro l’odio” che si stanno facendo largo nella giurisprudenza occidentale e che non sono solo una limitazione alla libertà di parola, il free spech per come intendono gli statunitensi il Primo emendamento. Ma di fatto rappresentano un attacco diretto alla libertà stessa di pensare, fornendo strumenti anche preventivi gettando le basi di una psicopolizia.

A partire dal 1° aprile entrerà in vigore in Scozia l’Hate Crime and Public Order Act, legge approvata tre anni orsono e che si pone in linea con l’analoga legge irlandese di cui ci siamo già occupati. In Scozia si va ad ampliare le fattispecie della legislazione contro l’odio razziale estendendola a «disabilità, religione, orientamento sessuale, età, identità transgender e “variazioni delle caratteristiche sessuali”».

Come nella legislazione irlandese c’è un blando spazio per tutelare la libertà religiosa. Ed entrambe le legislazioni traslano il concetto di lotta ai crimini d’odio in una forma di psicoreato: nel caso della legislazione irlandese è sufficiente il possesso di materiale qualificabile come “incitamento all’odio”. Nel caso scozzese è sufficiente esprimere qualcosa che possa essere qualificato come hate speech in privato per essere denunciati. Insomma non si tratta più del classico post su Twitter come nel caso delle lesbiche norvegesi di cui ci siamo già occupati. Scrive lo Spectator:

La legge non si applica solo ai post sui social media o agli articoli di giornale. Riguarda qualsiasi cosa venga detta, ovunque sia stata pronunciata, anche in casa propria. In teoria, i bambini potranno denunciare i propri genitori. Gli scozzesi possono fare la spia reciprocamente in modo anonimo, attraverso una rete ampliata di “centri di segnalazione terzi”. L’elenco dei centri comprende un numero impressionante di campus universitari, oltre a un sexy shop di Glasgow e a una fattoria di funghi di North Berwick.

Inquietante che l’hate speech possa essere denunciato non solo tramite la polizia ma anche tramite centri che si suppone possano essere sportelli gestiti da privati o peggio da attivisti ideologicamente connotati. Le discussioni critiche saranno ancora permesse (ma sappiamo bene che i SJW sono molto sensibili) e per i temi religiosi, ma solo quelli, sarà possibile manifestare “antipatia, disapprovazione, scherno o insulto”.

Al di là della legge in sé è evidente che la definizione di crimine d’odio lascia ampio spazio alle linee guida che intenderà adottare la polizia. E se anche Nicola Sturgeon è caduta in disgrazia da quando venne approvata questa legge, primo ministro attuale è proprio l’ex ministro della giustizia del governo Sturgeon, ovvero Humza Yousaf.

Inoltre anche qualora l’indagine sull’hate speech dovesse concludere che non si tratta di un crimine d’odio, verrà comunque mantenuta traccia come NCHI, non-crime hate incident. Non reato per la legge, atto degno di dossieraggio per il Ministero dell’Amore. E ovviamente visto che non siamo nel paese di Sylvanian Families, dove la polizia si occupa solo dei gatti sugli alberi, la gestione dei crimini d’odio andrà a ingolfare la polizia. E indovina chi avrà meno priorità?

Si stima che circa 24.000 reati l’anno non verranno più assegnati a un agente, ovvero ci si limiterà sostanzialmente ad archiviare la denuncia, directly filed. Si parla di piccoli furti e danneggiamenti. Il Telegraph ha richiesto informazioni alla polizia di Aberdeen in merito alla gestione dei crimini: 472, il 5 %, sono quelli direttamente archiviati. La polizia non ha fornito altri dettagli in quanto la divulgazione dei criteri di archiviazione potrebbe indirettamente favorire i criminali.

Ma nel mondo degli unicorni arcobaleno è sempre una dura lotta per il primato sul branco. E il Canada ci tiene a mantenere il suo posto in prima fila con una legge, ancora in fase di approvazione, che si pone come una vera avanguardia. Non è tecnicamente una legge contro i crimini d’odio, bensì una legge contro i pericoli di Internet: si tratta dell’Online Harms Act, o Bill 63. Ovviamente viene promossa con il classico “nessuno pensa ai bambini!”. Ma in realtà si ricade nell’hate speech perché mancano anche solo delle vaghe definizioni di cosa si intende per “discorso d’odio”, demandando la decisione alla Corte Suprema canadese.

Analogamente alla variante irlandese, è sufficiente il sospetto che possa essere perpetrato un crimine d’odio, ovvero l’hate speech online, per consentire a un magistrato di disporre l’arresto. Orwell, spostati proprio, come sottolinea nuovamente lo Spectator. Ma c’è di più: la legislazione sarà anche retroattiva! A denunciare i pericoli di questa legislazione non solo un campione del free speech come lo psicologo Jordan Peterson (qui il resoconto di quando è stato ospite del Machiavelli) ma perfino la scrittrice Margaret Atwood, non certo un personaggio “di destra”, ha scomodato Orwell. Fra gli altri dettagli c’è l’elevazione da cinque anni all’ergastolo per chi online compia il reato di “promozione di genocidio”. E visto che la definizione di “genocidio” da valutazione condivisa e storicizzata sta diventando un’arma politica dove quot capita quot sententiae, l’ombra della discrezionalità si allunga pericolosamente sul diritto di critica dei sudditi di Trudeaulandia. Come rimarca lo Spectator, “si può essere rinchiusi a vita per un ‘crimine’ la cui esistenza legale si regge sulla distinzione tra ‘avere antipatia’ e ‘detestare'”.

Ma se possibile c’è di peggio: nel caso di condanna la multa sarà di 50.000 dollari canadesi. E l’accusatore riceverà una taglia di 20.000 dollari. Praticamente un incentivo di Stato alla delazione.

Oramai l’hate speech sta letteralmente diventando il buco nero che inghiotte lo Stato di Diritto. Lo dimostra il caso dello Stato del Washington con la proposta di legge 5427, che introduce la fattispecie extralegale del cosiddetto “bias incident”. In sostanza, casi di “hate speech” che non possono essere considerati (almeno per ora) crimini e dunque essere punibili nell’ambito del diritto penale o civile. Ora questi potranno essere portati davanti al procuratore generale dello Stato il cui ufficio procederà ad esaminare il caso. Si potranno riconoscere fino a 2.000 $ di risarcimento per la “vittima” di questi “bias incident”. “Povera stella, ti sei sentito offeso? Eccoti duemila dollari estorti ai contribuenti per consolarti”…

Se vabbè gombloddoh…

A margine segnaliamo che il Concilio Etico Tedesco, organo con compiti di indirizzo per il Bundestag, ha messo nero su bianco in un documento ufficiale una delle fandonie più in voga tra i complottisti: e cioè che sarebbe stato possibile limitare le libertà individuali in caso di “crisi climatica”. Si noti bene, nella prima parte del documento si afferma che la cosa non si dovrebbe fare, ma poi concludono che a mali estremi, estremi rimedi. Se l’esercizio delle libertà individuali interferisse “con le generazioni future” (qualunque cosa ciò voglia dire), oppure con l’ambiente, il governo potrebbe limitare tali libertà e queste sarebbe eticamente accettabile. Una cosa che fa accapponare la pelle già di per sé, ma immaginatela combinata con una legislazione come quella canadese, scozzese o irlandese.

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Settimana scorsa avevamo parlato di un’applicazione troppo letterale del digiuno del Ramadan in una scuola di Francoforte per l’iniziativa di alcuni insegnanti. La vecchia Inghilterra ci tiene a non rimanere indietro su questo fronte. Anche a Londra sono state messe illuminazioni cittadine come a Francoforte, ma l’iniziativa che si è meritata più commenti è quella della stazione di King’s Cross che sui display hanno visualizzato un Hadith della Sunna che invitava al pentimento.

È arrivato subito un furioso backslash nei confronti della stazione che ha subito fatto ammenda, anche se la BBC tiene a precisare come sui social ci fossero anche molti messaggi d’apprezzamento.

Britannia rules

Sempre dall’Inghilterra un’altra notizia di come le wokkate mettano a dura prova i musei (cosa che inizia a succedere anche da noi, ancorché limitatamente ai musei e collezioni etnico-antropologico-coloniali). E dopo la volta del museo di Cambridge che spiega come la pittura di paesaggio sia fortemente nazionalista (vedi Bollettino 6) è il turno del museo di storia naturale che per essere più inclusivo, non disponendo di unicorni arcobaleno nei magazzini, si inventa che il mondo dei pennuti sia più queer e non binary di quanto mai avessimo immaginato. A diventare queer è la povera fagiana, che con l’età cambia piumaggio diventando più simile al maschio.

Come se non bastasse la fluidità di genere dei pennuti, il museo parla anche della storia LGBT dei dinosauri. La queerness non sta nel fatto che forse il piumaggio dei dinosauri fosse più comune di quanto si creda ma per colpa dei paleontologi, vecchi maschi bianchi maschilisti, che hanno dato ai dinosauri nomi poco democratici e inclusivi (vedi Bollettino 2) nonché hanno negato il diritto alle piume dei dinosauri. I dinosauri hanno inoltre una storia LGBT perché qualche paleontologo e scopritore di dinosauri è gay. Siamo nello stesso pattern del fatto che il Vallo di Adriano sia un simbolo della storia LGBT perché Adriano amava Antinoo (vedi Bollettino 4)

Ma non sono solo le istituzione pubbliche e statali a proporre wokkate. Anche la chiesa anglicana d’Inghilterra ci mette del suo grazie all’arcidiaconessa di Liverpool Miranda Threlfall-Homes, che su X ha scritto un sermone degno di un SJW: “Quindi sì, abbiamo l’anti-bianchezza e distruggiamo il patriarcato. Questo non è anti-bianco, o anti-maschio, è anti-oppressione”.

Raggiunta dal Telegraph, dopo le ovvie polemiche del caso, ha dichiarato:

forse non è il luogo migliore per un’argomentazione ricca di sfumature. Stavo contribuendo a un dibattito sulla visione del mondo, in cui la ‘bianchezza’ non si riferisce al colore della pelle in sé, ma a un modo di vedere il mondo in cui l’essere bianco è visto come ‘normale’ e tutto il resto è considerato diverso o inferiore.

Penitenziagite e check your privileges!

Altra notizia che arriva dall’Inghilterra. Non tutti l’hanno associata a una wokkata, ma vale la pena comunque di parlarne. Se in Italia, in uno di quei rari momenti patriottici, sul colletto della maglia dei calciatori ci sarà stampato “L’Italia chiamò”, per l’Inghilterra ci sarà una croce di San Giorgio in cui il rosso araldico verrà sostituito da tre sfumature di rosso in verticale e in orizzontale tre bande di colore blu, azzurro e viola. Ufficialmente pare sia una scelta degli sponsor che strizza l’occhio alle divise di allenamento del 1966 quando l’Inghilterra vinse i mondiali.

Il problema è che la combinazione di blu, viola, rosa e celeste può essere facilmente associata ad alcune bandiere dell’«orgoglio fluido»: bisessuale (blu, rosa e viola), non binary (lavanda, nero, giallo e bianco), transessuale (rosa, azzurro, bianco). Sulla stampa britannica qualcuno ha subito puntato il dito sulla deriva woke e qualche giocatore ha iniziato a coprire il simbolo. Di woke qui in realtà non ci sarebbe poi molto, ma il semplice fatto che alcune testate cercano di raccontare questa notizia senza entrare nel merito delle polemiche woke rende il tutto ancora più woke.

Per chiudere questo lungo spazio dedicato alla vecchia Inghilterra un’ultima wokkata in tema di cultura alta. Un progetto dell’università di Roehampton, finanziato per 800.000 sterline dalla Arts and Humanities Research Council con lo scopo di “mettere al centro comunità marginalizzate nelle performance moderne delle opere teatrali all’inizio dell’Età Moderna” ha evidenziato che Shakespeare ha avuto un successo sproporzionato grazie al nazionalismo e alla mascolinità tossica. Questo è quello che riferisce il Telegraph:

“La mascolinità e il nazionalismo sono stati fattori motivanti cruciali nell’ascesa di Shakespeare come arbitro della grandezza letteraria […] dobbiamo guardare con molto, molto più sospetto il posto di Shakespeare nel teatro contemporaneo”.

Invece di Shakespeare verrà portata in scena Galatea (1588) del meno noto John Lyly. Commedia d’ambientazione mitologica tutta incentrata sugli equivoci nati da due pastorelle che si travestono da uomini per evitare di essere sacrificate al dio Nettuno. Nel finale Venere ipotizza persino che una delle due protagoniste verrà trasformata in uomo per consentire il matrimonio tra le due! Festa grande fra I SJW perché questa – stranamente! – poco conosciuta commedia consentirà “an unparalleled affirmative and intersectional demographic, exploring feminist, queer, transgender and migrant lives”.

Il più puro che ti epura

Chiudiamo con una notizia che sembra scritta da un Chekov dei nostri tempi e che invece arriva dal New York Times. Riguarda una vicenda interna alla no-profit American Civil Liberties Union. Una donna avvocato che lavora per questo sindacato/associazione ha lamentato per anni sessismo e clima intimidatorio al reparto risorse umane. Com’è andata a finire? L’avvocato in questione è stato licenziato perché le sue denunce avrebbero contenuto… “stereotipi razzisti”. Infatti la donna si è sentita intimidita dai propri superiori che però sono afroamericani. E siccome lei è coreano-americana, nella matrice delle oppressioni “afroamericano” è “più oppresso” di “asiaticoamericano”. Intanto la faccenda è finita davanti a un tribunale… E noi la seguiremo per i lettori del Centro Studi Machiavelli.

Buona Pasqua a tutti.

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Redattore del blog del Centro Studi Machiavelli "Belfablog", Emanuele Mastrangelo è stato redattore capo di "Storia in Rete" dal 2006. Cartografo storico-militare, è autore di vari libri (con Enrico Petrucci, Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia e Wikipedia. L'enciclopedia libera e l'egemonia dell'informazione).

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Saggista e divulgatore, tra le sue pubblicazioni Alessandro Blasetti. Il padre dimenticato del cinema italiano (Idrovolante, 2023). E con Emanuele Mastrangelo Wikipedia. L’Enciclopedia libera e l’egemonia dell’in­formazione (Bietti, 2013) e Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia (Eclettica, 2020).