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Nel dibattito intorno al DDL Zan una dei pericoli su cui si è maggiormente insistito era la intrinseca vaghezza di talune definizioni, talvolta intese anche in maniera apparentemente contradditoria, come quella di genere e identità di genere. Una vaghezza pericolosa, come scrivevamo nel 2020, in quanto avrebbe consegnato “così di fatto alla magistratura il delicato compito di determinare cosa sia una discriminazione fondata sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”.

Quella vaghezza rappresentava la premessa di una legislazione pericolosa che avrebbe facilmente consentito la creazione di reati d’opinione totalmente slegati dalla realtà fattuale e dalla oggettività della biologia stessa. Situazioni che in maniera sempre più frequente si stanno creando negli ordinamenti dove sono state implementate queste legislazioni. Che per giunta nei fatti, anziché tutelare eventuali minoranze, vanno a perseguitare le stesse categorie che avrebbero dovuto difendere.

Dalla Gran Bretagna alla Norvegia, la criminalizzazione del dissenso

È quello che sta succedendo in Norvegia dove, a partire dal 1° gennaio 2021, è stato introdotto un aggiornamento al codice penale relativamente all’hate speech e i “crimini d’odio” basati sull’identità e sull’espressione di genere (notare come, se il DDL Zan si limitava a sesso, genere e identità di genere, nel codice norvegese compare l’ennesima fattispecie: la “espressione” di genere). Nuova legge che ha iniziato a mietere illustri vittime tra le femministe che si pongono in aperto contrasto contro una certa narrazione trans.

Parliamo della preminenza del sesso biologico e delle preferenze genitali. Elementi che nel Regno Unito sono già diventati oggetto del contendere in tribunale tra associazioni LGB non allineate e associazioni T(trans), e di gruppi femministi contro le interpretazioni molto “larghe” di cosa sia una donna da parte del governo scozzese.

Un dibattito accanito che, mentre nel Regno Unito è ancora legittimo, ancorché già destinato alle aule di tribunale, in Paesi più “avanzati” su quella china diventa esso stesso un “crimine del pensiero” (e della biologia). Lo dimostrano due casi che arrivano per l’appunto dalla Norvegia, dove la sua legislazione più restrittiva fa sì che dare preminenza al sesso biologico rispetto al “proprio sentire” diventi un reato. Come hanno scoperto due femministe (di cui una lesbica) nei mesi passati.

Il caso Ellingsen

Il primo caso è stato quello di Christina Ellingsen, femminista della Women’s Declaration International. La WDI è un’associazione nata nel 2018 per il riconoscimento dei diritti delle donne secondo la formula “sex based rights”, ossia basati sul sesso biologico. Associazione quindi in linea con la visione della LGB Alliance e delle femministe scozzesi di cui ci siamo già occupati. Ma associazione che, proprio perché riconosce la preminenza del sesso biologico, è stata definita transfobica e appellata con l’acronimo dispregiativo TERF (trans-exclusionary radical feminist, femminista radicale trans-escludente). Lo stesso con cui viene in genere appellata J. K. Rowling che, per le sue posizioni da femminista vecchio stampo, ponendosi in maniera estremamente critica contro i diritti delle “nuove donne” nate biologicamente maschi, è sempre al centro del mirino.

La WDI è vista come fumo negli occhi dagli attivisti trans britannici e scandinavi. Tanto da essere stata definita da parte della accademica (ovviamente sugli “studi di genere”) e attivista Elisabeth Lund Engebretsen, in un saggio ripreso anche da Wikipedia, “una complessa minaccia per la democrazia” che “costituisce una reazione populista contro i principi fondamentali dei diritti umani” e che cerca di “demonizzare la base stessa dell’esistenza delle persone transgender”.

Proprio nel quadro di questo dibattito, l’attivista trans Christine Jentoft (trans MtF, da maschio a femmina), esponente della FRI – foreningen for kjønns- og seksualitetsmangfold (Organizzazione norvegese per la diversità sessuale e di genere) ha denunciato Christina Ellingsen e la WDI. La denuncia di Christine Jentoft si è basata su una serie di tweet della Ellingsen (e della WDI) fatti nell’arco di alcuni mesi. E in cui si ribadivano quelle che un tempo erano ovvietà mentre adesso sono hate speech e crimini d’odio. Ossia tweet del tipo:

(“Una donna è una femmina umana adulta. È fisicamente impossibile cambiare sesso. L’identità di genere si riferisce alle convinzioni soggettive di una persona e perseguitare le donne perché si rifiutano di accettare convinzioni soggettive che non condividono è una violazione dei diritti umani”)

Da sottolineare il commento che fa la WDI sulla soggettività dell’identità di genere in uno dei suoi tweet, ossia che creando una legge basata su una convinzione soggettiva, di fatto riporta indietro la legislazione di qualche secolo: “L’identità di genere è per definizione un tipo specifico di convinzione soggettiva. L’introduzione delle convinzioni soggettive nel diritto penale è essenzialmente una reintroduzione delle leggi sulla blasfemia”.

Per questi tweet Christina Ellingsen rischiava fino a tre anni di carcere. Fortunatamente per la Ellingsen la polizia ha lasciato cadere il caso a dicembre.

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Il caso Gjevjon

Si potrebbe pensare che il buon senso alla fine abbia trionfato. Errore: nello stesso periodo un’altra attivista femminista, Tonje Gjevjon (lesbica dichiarata) è finita nel tritacarne della nuova legislazione norvegese. E stavolta la polizia si sarebbe mossa in maniera autonoma per perseguire la Gjevjon dopo un post su Facebook volutamente critico e polemico su Christine Jentoft. Non ci sarebbe stata nessuna denuncia da parte di Christine Jentoft, come dichiara l’attivista trans in un lungo e polemico post del 15 dicembre su Facebook, in norvegese e inglese, dove ha chiarito che la polizia si sarebbe mossa di sua iniziativa.

Pur essendosi le forze dell’ordine mosse in autonomia la situazione è la stessa del caso Christina Ellingsen, e anche Tonje Gjevjon rischia tre anni per un post Facebook. Certo un post volutamente polemico, dove prendendo di mira proprio Christine Jentoft, bollava gli uomini trans che si definiscono donne lesbiche come “feticisti perversi”.

Insistendo su come Christine Jentoft si fosse autodefinita in passato “lesbica e madre”. Azione provocatoria che per la Gjevjon si pone come un’azione artistica e performativa per portare attenzione contro la nuova legislazione dell’hate speech e dei crimini d’odio.

Il caso della Gjevjon dimostra come ormai possa diventare irrilevante o meno la presenza di una denuncia da parte di un’attivista di segno opposto per far muovere le forze dell’ordine là dove questi meccanismi siano ormai rodati.

E questo dovrebbe rappresentare un ulteriore campanello d’allarme anche per chi volesse derubricare queste denunce in un contesto “promozionale”. Certo, a bocce ferme, si potrebbe valutare che Ellingsen, Gjevjon e Jentoft, esponenti del terzo settore o artisti, presi singolarmente avrebbero potuto anche giovarsi di questi casi legali, sia come accusatori sia come vittime. Evidente che questa precisazione appaia irrilevante se la polizia si muove in autonomia nel perseguire questi casi di “hate speech”.

L’ideologia all’estremo: Jessica Yaniv

Sì è quindi ampiamente superata la fase della “attivista” canadese Jessica Yaniv, altro trans che si identifica come donna, che a partire dal 2018, approfittando della nuova legislazione canadese contro le discriminazioni, inanellò una serie di cause contro vari saloni di bellezza per sole donne che si rifiutavano di effettuarle una depilazione integrale delle parti intime (Yaniv ha ancora tutti gli organi sessuali maschili). Alcune di queste estetiste furono costrette a chiudere l’attività, anche se alla fine i tribunali iniziarono a dare torto a Jessica Yaniv. D’altronde Yaniv ha inforcato una serie di cause sempre più paradossali dove era arrivato a denunciare un ginecologo per essersi rifiutato di visitarlo!

Il personaggio Yaniv, assolutamente borderline, alla fine fu scaricato anche dalle stesse associazioni trans che all’inizio gli avevano dato pubblicità. Anche per una serie di iniziative che gli alienarono qualunque forma di simpatia. Come il famigerato “bagno in piscina inclusiva” dai 12 anni in su in cui erano invitate ragazzine che avrebbero potuto – visto l’ambiente… inclusivo – stare “in topless” a loro discrezione. Evento talmente inclusivo che avrebbe impedito la partecipazione di genitori e affidatari! L’evento al limite della pedofilia fu presto “rimandato a data indefinita” e la stella di Jessica Yaniv iniziò a eclissarsi.

Il rischio delle leggi ancorate alla soggettività

Ma se pure Jessica Yaniv alla fine fu ritenuto controproducente dagli stessi attivisti trans, il suo modo d’agire fu comunque “controproducente” anche per l’altro fronte. La cause contro le estetiste anziché essere prese come un campanello d’allarme degli effetti mostruosi e paradossali di simili legislazioni, alla fine furono derubricate come gli eccessi di uno squilibrato. Come se, in assenza di “mentalità” come quella di Jessica Yaniv, questo teatro dell’assurdo non si sarebbe mai verificato.

Ma proprio il caso norvegese delle attiviste finite nel mirino della giustizia per avere sottolineato il ruolo fondamentale del sesso biologico mostra come, una volta scollata la giurisprudenza dalla realtà materiale e oggettiva per agganciarla alla percezione soggettiva, non ci sia più una garanzia di un limite all’azione legale. Questo rappresenta quindi una nuova occasione per riflettere sul rischio intrinseco di certe legislazioni.

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Saggista e divulgatore, tra le sue pubblicazioni Alessandro Blasetti. Il padre dimenticato del cinema italiano (Idrovolante, 2023). E con Emanuele Mastrangelo Wikipedia. L’Enciclopedia libera e l’egemonia dell’in­formazione (Bietti, 2013) e Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia (Eclettica, 2020).