di Enrico Petrucci

What Is a Woman? Cos’è una donna? È il titolo di un geniale documentario di Matt Walsh, lucido e ironico analista politico della Destra americana, in cui ironizza su come, in ottemperanza alla’ideologia woke, alla gender theory ed ai principi intersezionali sia sempre più difficile rispondere alla apparentemente semplice domanda del titolo.

Documentario che sarebbe opportuno far arrivare anche da noi, perché nemmeno nella vecchia Europa la “definizione di donna” è ormai una cosa “semplice e alla portata di tutti”. Lo dimostra la Scozia, dove la questione di cosa sia legalmente una donna è finita in tribunale quando un gruppo di femministe vecchio stile ha citato in giudizio il governo scozzese.

Le attiviste di For Women Scotland contestavano un  disegno di legge per l’equilibrio di genere nei consigli di amministrazione. Equilibrio di genere che, secondo i legislatori, prevede che le persone trans identificatesi come donna rientrassero nella definizione di donna. Dopo il primo ricorso vinto nel 2022 le femministe hanno pensato che la strada fosse in discesa, insistendo che la legislazione scozzese perpetrasse la confusione tra sesso biologico e genere (come il DDL Zan). Ma la giudice Lady Shonda Haldane (nominata alla corte suprema scozzese nel febbraio 2021) ha dichiarato che la definizione di sesso “non è limitata al sesso biologico o di nascita”. Sostenendo, quindi, che la definizione di donna deve includere anche le persone con un certificato di “riconoscimento di genere” ottenuto dopo aver “cambiato” il loro sesso, in quanto sesso e riassegnazione di genere sono caratteristiche separate e distinte, ma non escludenti.

La decisione finale ha dato ragione al governo scozzese, riportando (come recita la BBC) “che il significato di sesso ai fini della legge del 2010 non è limitato al sesso biologico o di nascita, ma include coloro che sono in possesso di un certificato di riconoscimento di genere ottenuto in conformità con la legge del 2004 che dichiara il loro genere acquisito, e quindi il loro sesso”.

La questione finirebbe qui, se si applicasse la legislazione del 2010, che prevede un percorso piuttosto lungo per la “riassegnazione”. Ma fin dal 2018 è in corso in Scozia una febbrile attività per rendere più semplice la procedura a partire dal Gender Recognition Bill. Procedura che prevede l’abbandono di diagnosi mediche o certificazioni per passare di fatto a quella che è un’autocertificazione in cui si confermi il genere scelto nell’arco di tre mesi. La nuova legislazione sarebbe applicabile anche a individui di 16 e 17 anni, ma per loro si richiede un arco di tempo di 6 mesi. Proposta di legge che ha causato più di una polemica, tanto che la ministra Ash Regan, con l’incarico senza portafoglio alla Sicurezza della Comunità, si è dimessa in aperta polemica (il suo dicastero ha competenze specifiche anche in merito al contrasto di comportamenti antisociali e settarismo).

Tutta la questione di cosa sia una donna ruota quindi intorno ai nuovi certificati. E infatti, come riporta la BBC che ha intervistato Susan Smith (co-direttrice di For Women Scotland), la battaglia delle femministe (ovviamente trans-escludenti) si sposta su cosa “definisce il certificato” GRC (Gender Recognition Certificate). La Smith ha detto:

Non è mai stato chiarito cosa faccia un GRC. Abbiamo chiesto al governo scozzese se poteva darci la sua interpretazione di cosa significasse per qualcuno avere un GRC, e ci hanno risposto che si trattava di un semplice cambiamento amministrativo e che non faceva alcuna differenza. Poi sono andati in tribunale a sostenere il contrario e hanno vinto. Ma questo significa che hanno detto una cosa ai tribunali e un’altra al Parlamento.

È quindi il pezzo di carta a dire cos’è una donna? Anche perché intorno alla definizione legale di donna c’è in ballo l’Equality Act del 2010 e gli eventuali benefici riferiti in quella che prima era l’ovvietà del sesso biologico (come i posti nei consigli di amministrazione).

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Al solito, le associazioni dei diritti delle persone trans confermano che le “donne biologiche” non hanno nulla da temere. Questa la dichiarazione di Equality Network e Scottish Trans:

La sentenza conferma la posizione che noi e molti altri abbiamo assunto da oltre un decennio. Questa sentenza non influisce sulle eccezioni previste dalla legge sull’uguaglianza, in base alle quali i servizi monosessuali possono escludere le persone trans o riservare loro un trattamento meno favorevole se ciò costituisce un mezzo proporzionato per raggiungere un obiettivo legittimo. In breve, la sentenza conferma lo status quo e i diritti delle donne e delle persone trans che ne godono.

Ovvero presto tutti quelli che potranno farne richiesta con la nuova legge. Tanto basta “sentirsi donna” da almeno tre mesi.

E a confondere le acque ci si mette anche il dizionario di Cambridge, che ha recentemente cambiato le definizioni di “donna” e “uomo” per renderle più “inclusive”. Includendo quindi nella definizione di donna: “una persona adulta che vive e si identifica come femmina, anche se alla nascita potrebbe avere un sesso diverso”.

Tra un po’, alla provocatoria domanda di Matt Walsh (di cui raccomandiamo un adattamento italiano quanto prima: le battaglie culturali sono queste, non il giardinetto pubblico intitolato ad Almirante…) dovremo rispondere come l’allora candidata giudice alla corte suprema americana Ketanji Brown Jackson che, alla richiesta della senatrice Marsha Blackburn di fornire una definizione di donna, si è schermita: “Non sono una biologa”.

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Saggista e divulgatore, collabora con le testate "Storia in Rete", "Dimensione cosmica" e "Antarès". Co-autore con Emanuele Mastrangelo di Wikipedia. L’Enciclopedia libera e l’egemonia dell’in­formazione (Bietti, 2013) e tra i curatori dei collettanei Eroi. Ventidue storie dalla Grande guerra (Idrovolante, 2018) e Terra Benedetta (Idrovolante, 2020).