di Enrico Petrucci e Emanuele Mastrangelo

In ogni caso, vi sfidiamo a mungere un toro per avere latte…

La perla woke della settimana è già stata rilanciata da molte testate e riguarda il “latte maschile” per i lattanti. Attenzione la definizione è particolarmente ambigua, ma siamo nel mondo nuovo dell’ideologia woke dove tutto è estremamente scivoloso e sfuggente più di un lottatore tradizionale turco cosparso d’olio.

Non si parla di “latte maschile” nel senso di latte di persone nate donne biologiche ma autopercepite e transizionate maschio (come la foto che accompagna erroneamente alcuni articoli che rilanciano la notizia), quindi il latte di donne che prendono testosterone e che magari hanno un po’ di barba. E che sarebbe comunque “latte paterno” secondo la terminologia woke, latte maschile in quanto ad aver portato avanti la gravidanza è stato, sempre secondo la terminologia woke, un uomo. Come nel caso italiano di qualche settimana fa e su cui si alzarono diverse geremiadi per non esser stato trattato con l’opportuna proprietà di linguaggio. Si confrontino ad esempio due articoli che lamentano le forme di linguaggio usate e che vicendevolmente cozzano tra loro:

Perché la storia di Marco, uomo trans in gravidanza, dimostra che l’Italia non sa gestire le diversità

vs

Tutto quello che non ha funzionato nella storia di Marco, in transizione ma incinta

La notizia woke della settimana sul “latte maschile” parla proprio del latte prodotto da maschi biologici più o meno transizionati donna e sottoposti a dosaggi da cavallo (pardon, giumenta) di un ormone, il domperidone, che si utilizzerebbe normalmente per stimolare la produzione di prolattina e facilitare la produzione di latte sotto controllo medico. Nonostante come recita il Telegraph il bugiardino del farmaco riporti precauzionalmente:

Sono state rilevate piccole quantità nel latte materno. Il Motilium [domperidone NdR] può causare effetti collaterali indesiderati a carico del cuore in un bambino allattato al seno. Deve essere usato durante l’allattamento solo se il medico lo ritiene chiaramente necessario.

Nonostante questa premessa lo University of Sussex Hospitals NHS Trust ha dichiarato che il latte delle donne trans è comparabile a quello prodotto dalle donne biologiche dopo la gravidanza. Precisando anche che le percentuali di testosterone erano al di sotto dell’1% e nel monitoraggio non si ravvisavano effetti collaterali.

La nota del trust universitario che gestisce tre ospedali nel Sussex è nata in risposta a chi avocava in questi casi la preferenza per il latte in polvere. Ma il trust è uno di quegli enti che ha sposato fin da subito il treno woke: nelle sue linee guida è stato il primo nel Regno Unito a pensionare il termine breastfeeding per l’allattamento con il termine in neolingua chestfeeding (dall’allattamento al seno all’allattamento al torace). E ha voluto tenere il punto anche sull’“allattamento naturale”, ancorché di latte “maschile”. Basta trovare il giusto dosaggio di ormoni, più naturale di così!

Pure altre fazioni woke contestano del tutto la definizione di “allattamento al torace come naturale”. Vedi il caso di qualche settimana di un comunicato dell’American Academy of Pediatrics (la principale associazione del settore) che ha dichiarato:

Promuovere l’allattamento al seno come “naturale” può essere eticamente problematico e, cosa ancora più preoccupante, può rafforzare la convinzione che gli approcci “naturali” siano presumibilmente più sani. Questo potrebbe mettere in discussione gli obiettivi della sanità pubblica in altri contesti, in particolare la vaccinazione infantile.

Germania – Stunningusaurus bravius

Passiamo oltre. Altra wokkata foriera di meme e molto commentata anche la vicenda relativa alla paleontologia, ovvero che i paleontologi di una volta quando trovavano un fossile o uno scheletro di dinosauro tendevano a dare nomi in stile con le concezioni dell’epoca, quindi da vecchio maschio bianco. La prestigiosa Nature lancia l’anteprima di una ricerca (non ancora pubblicata) che ha visto analizzare i circa 1.500 nomi assegnati ai dinosauri, e nonostante sia ormai da tempo attiva la International Commission on Zoological Nomenclature, ICZN, la paleobiologa Emma Dunne e i suoi colleghi dell’Università di Erlangen Norimberga hanno rilevato che il 3% delle denominazioni emanano razzismo, sessismo, (o) che prendono il nome da contesti (neo)coloniali o da figure controverse».

Denominazione maschili (did you just assumed dinosaur gender?), denominazioni coloniali di località e quando si usavano le denominazioni locali spesso erano mal traslitterate. E soprattutto nel caso di spedizioni occidentali in terre lontane quasi mai gli occidentali (vecchi maschi bianchi) omaggiavano o riconoscevano lo sforzo delle comunità locali.

Per il momento è solo una presa d’atto, anche perché ridenominare una specie non è cosa immediata e facile. Quindi ancora per un po’ i bambini di tutto il mondo potranno continuare ad entusiasmarsi per i nomi vecchio stile dei dinosauri come il Tyrannosaurus rex, senza avere varianti woke tipo cittadinosaurus democraticus. Stunning and brave!

Regno Unito – Benefit aziendali? Manuali su come crescere figli trans

Altra spigolatura che arriva dall’UK, stavolta è il contenuto di un numero speciale di una rivista aziendale per i grandi magazzini John Lewis & Partner. Per l’LGBTQ+ History Month ha realizzato una rivista Identity piena zeppa di contenuti in tema. La rivista, indirizzata ai 70.000 dipendenti è una sorta di almanacco dello stato dell’arte delle tematiche queer-trans. Ma quello che ha fatto arrabbiare molti dipendenti dando vita alle polemiche è stato l’articolo Raising trans and non-binary children che da molto spazio all’associazione Mermaids.

Ma al di là delle polemiche sui famigerati chest-binders le fasce per schiacciare il seno di giovinette sessualmente confuse sulla propria identità, che al netto della propaganda gender hanno comunque effetti collaterali, l’oggetto del contendere è proprio l’approccio della rivista molto riverente nei confronti dell’associazione Mermaids. Associazione sempre al centro delle polemiche per il suo modo di fare spregiudicato, e come ricorda il Daily Mail sotto inchiesta da parte della Charity Commission “per stabilire se c’è stata una cattiva condotta o una cattiva gestione da parte degli amministratori”.

Italia /1 – Il denaro pubblico è sempre speso ottimamente

E in Italia? La rivoluzione della neolingua wokeista non sta mica a dormire e può contare sugli ultimi ritrovati della tecnologia. L’algoritmo, anzi l’intelligenza artificiale che corregge e ripulisce atti e comunicazioni pubbliche dal linguaggio poco inclusivo.

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Strumento che verrà utilizzato a partire dai prossimi mesi dalla Regione Emilia-Romagna (e dove sennò? Dal Veneto? Ah, non è una battuta). Già fantastichiamo inserimenti di schwa per chi è troppo pigro per usare i nuovi programmini per le tastiere inclusive che già permettono di configurare una tastiera in italiano inclusivo.

Italia \ 2 – Se fai il bravo papà ti dà un premio

Quanto ci vorrà a collegare simili software a delle app di credito sociale come quelle cinesi? Ma dai, in Italia? Chi introdurrebbe mai simili app in Italia? Bene, è appena uscita la notizia che Guido Bertolaso, assessore alla Sanità della Regione Lombardia, vorrebbe introdurre una tessera sanitaria a punti per premiare i comportamenti virtuosi. Ma per arrivare dai premi ai bravi bambini alle punizioni per quelli cattivi, ci vorrà tempo. Più o meno quello che occorre per dire “ma ti pare che in Italia lo faranno mai?”.

Italia / 3 – Wokeisti all’opera

Ma il wokeismo non è solo le magnifiche sorti e progressive dell’impavido mondo nuovo e delle AI correttrici di bozze inclusive. C’è anche tutta il filone della cancel culture e del tentativo di decostruire a colpi di cancellino. Come avevamo accennato nel precedente bollettino, il nuovo fronte caldo sembrerebbe quello dell’opera lirica, il 6 dicembre è diventata patrimonio immateriale dell’UNESCO. E se la lirica sembra resistere dopo l’affondo di Riccardo Muti sulla n word nel libretto di “Un Ballo in Maschera” di Verdi, vale la pena di tornare su quel “predatore seriale” che è il Don Giovanni di Mozart.

Apparentemente, se a sentire troppo Wagner si sa che fine si fa (sparare ai vietcong dagli elicotteri, che avete capito?) un eccesso di “Don Giovanni” chissà quali effetti collaterali potrà suscitare… E così la scrittrice e intellettuale Viola Ardone dalle pagine di La Repubblica azzarda un processo a Don Giovanni. Oggetto del contendere l’elenco delle conquiste del seduttore e si legge: «che quella lista di prede erotiche risulti sinistramente simile a quella che enumera le vittime di femminicidio?». Niente di meno.

Fortunatamente per il momento il destino del Don Giovanni è salvo, nel senso che fa già una brutta fine di suo da qualche secolo, e così ci evitano il finale modernista come per la povera Carmen. Comunque risponde alla Ardone Alberto Mattioli dalle pagine de Il Foglio, rilanciato da Dagospia. Quindi anche per questa settimana il fronte della lirica tiene.

Anche se stranamente non è stata occasione per rivangare la questione della sorella di Mozart, probabilmente più brava di lui, ma che si dovette accasare per colpa del patriarcato. E quindi ci ritrovammo con lo scarsissimo Wolfango e le sue piecé sessiste.

Alla prossima settimana, augurandoci come sempre che noi avremo meno da scrivere e voi meno da leggere.

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Saggista e divulgatore, tra le sue pubblicazioni Alessandro Blasetti. Il padre dimenticato del cinema italiano (Idrovolante, 2023). E con Emanuele Mastrangelo Wikipedia. L’Enciclopedia libera e l’egemonia dell’in­formazione (Bietti, 2013) e Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia (Eclettica, 2020).

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Redattore del blog del Centro Studi Machiavelli "Belfablog", Emanuele Mastrangelo è stato redattore capo di "Storia in Rete" dal 2006. Cartografo storico-militare, è autore di vari libri (con Enrico Petrucci, Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia e Wikipedia. L'enciclopedia libera e l'egemonia dell'informazione).