di Nicola De Felice

Prima del conflitto russo-ucraino l’attività diplomatica di quasi tutta la comunità internazionale ha avuto il massimo sviluppo nel tentativo di evitare che la situazione degenerasse. In questo quadro, lo strumento militare ha giocato un ruolo di primo piano a supporto della volontà e credibilità di entrambi i contendenti, in quanto esso risulta più efficace, rispetto ad altri, nell’azione di dissuasione portata avanti nei confronti dell’antagonista, cioè nel rendere evidente la sproporzionalità fra l’obiettivo da conseguire e il costo (sociale e materiale) della soluzione militare.

Ciò vale anche per l’Italia, in quanto è indubbio che una parte della gestione di una crisi è rappresentata proprio dalla prevenzione di un conflitto attraverso strategie politiche di dissuasione – quanto più possibile concordate con altri elementi internazionali – finalizzate al contenimento del confronto stesso.

Se è vero che la dissuasione è l’azione di prevenzione rivolta ad impedire un’azione indesiderata da parte dell’avversario, domandiamoci allora se l’Italia ha la capacità di tutelare gli interessi del suo popolo al momento dell’appropinquarsi di una qualunque minaccia. Domandiamoci se oggi l’Italia ha la capacità di dissuadere il suo potenziale avversario, da sostenere con forme efficaci di comunicazione strategica, dirette a provocare in quest’ultimo la percezione di tre effetti combinati tra loro: che i benefici attesi gli saranno comunque negati, che il costo imposto non sia sostenibile e che le condizioni alternative offerte siano accettabili. Domandiamoci se l’attuale autorità politica è consapevole del fatto che la dissuasione costituisce il principale strumento di gestione politica della sicurezza ai fini della stabilità internazionale; che un’efficace strategia di dissuasione nazionale non può prescindere dall’impiego coordinato di tutti gli strumenti del potere nazionale, chiamati ad individuare specifiche misure settoriali (ad es. misure di diplomazia, informazione mirata dell’opinione pubblica, restrizioni commerciali, aumento dello stato di allerta, utilizzo della flotta). Domandiamoci se l’Italia ha a disposizione uno strumento militare credibile agli occhi della parte avversa, se ha un sistema di intelligence basato su indicatori a più livelli, calibrato per le specifiche aree di crisi e degli strumenti di verifica o valutazione correlati.

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La verità è che l’Italia può considerarsi una nazione libera solo se è in possesso di un paniere integrato di possibili opzioni di intervento, di tempestivo fattore di decisione strategico, capace di influenzare nel senso voluto l’azione della parte avversa (ad es. scoraggiare il sostegno da parte dei vicini regionali ed isolare l’ostile). L’Italia è una nazione libera solo se sa applicare anche la coercizione verso l’avversario, inducendolo ad un comportamento che altrimenti non sarebbe scelto.

E se le attività di dissuasione dovessero fallire, l’Italia sarebbe capace di applicare – qualora necessario – l’uso ponderato della forza, come ultima risorsa della diplomazia? Una forza usata sia in forma diretta, per diminuire la capacità di agire dell’avversario, sia indiretta, in modo da incidere sulla sua capacità di prendere decisioni tempestive ed efficaci. Una forza mirata a creare confusione e disordine nell’avversario degradandone in particolare la capacità morale e fisica, al fine di limitarne la libertà di azione, provocarne la sconfitta attraverso l’abbattimento della volontà e capacità di combattere.

Solo con questa capacità l’Italia può considerarsi una nazione libera, indipendente, vera.

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Senior Fellow del Centro Studi Machiavelli. Ammiraglio di divisione (ris.), già comandante di cacciatorpediniere e fregate, ha svolto importanti incarichi diplomatici, finanziari, tecnici e strategici per gli Stati Maggiori della Difesa e della Marina Militare, sia in Patria sia all’estero, in mare e a terra, perseguendo l'applicazione di capacità tese a rendere efficace la politica di difesa e di sicurezza italiana.