di Marton Aron Kovacs

In centinaia di migliaia per ricordare il 1956

Centinaia di migliaia di persone si sono radunate a Budapest il 23 ottobre, 65esimo anniversario della Rivoluzione del 1956. In questa festività nazionale gli Ungheresi commemorano l’eroica lotta per la libertà. Quello del 1956 fu un evento sanguinoso nella storia magiara: migliaia furono gli uccisi e feriti, quasi un quarto di milione d’ungheresi abbandonò il Paese. La commemorazione non riguarda solo i brutali eventi del 1956, ma pure la successiva tirannia comunista.

“Mai più comunismo”

La Marcia della Pace, organizzata dal Forum Alleanza Civile (CÖF) – Fondazione Alleanza Civile Bene Pubblico (CÖKA), si è tenuta sabato pomeriggio. Presenti anche una delegazione polacca e una italiana. La folla ha ricordato non solo il 1956 ma pure la repressione poliziesca del 2006. László Csizmadia, capo di CÖF-CÖKA, ha gridato alla piazza d’essere tutti pronti a difendere, assieme, la civiltà europea giudaico-cristiana: “Mai più bolscevismo, mai più comunismo, mai più nazismo! E non vogliamo nemmeno l’estremismo liberale, non vogliamo la marcia ideologia della società aperta”. Con riferimento alle prossime elezioni, ha detto che “insieme vinceremo nel 2022”.

Il suo ricordo è andato ad eroi e martiri del ’56, a “le vittime della rappresaglia di Kádár” (János Kádár, il capo del partito comunista responsabile delle persecuzioni post-1956) e a come “il regime di Gyurcsány disonorò l’anniversario della rivoluzione nel 2006, facendo scorrere di nuovo il sangue per le strade di Pest”. Secondo Csizmadia è ora che Gyurcsány e i suoi si ritirino dalla politica.

Cosa era accaduto nel 50esimo anniversario

Nel 2006 Gyurcsány era primo ministro d’Ungheria coi colori del MSZP (già MSZMP, ossia il partito unico durante il regime comunista). Oggi è il leader di DK, formazione creata nel 2011 e parte della multiforme coalizione che spera di battere Orbán il prossimo anno.

Nel 2006, un mese dopo le elezioni parlamentari che lo avevano incoronato vincitore, Gyurcsány teneva un discorso a un incontro a porte chiuse presso Balatonőszöd. La registrazione di quel discorso filtrò all’esterno, provocando un terremoto nel Paese. “Ovviamente abbiamo mentito per tutto l’ultimo anno e mezzo o biennio. Era chiarissimo come non fosse vero ciò che dicevamo. […] Abbiamo combinato un casino. E bello grande! […] Abbiamo mentito mattina, pomeriggio e sera”. Queste parole fecero esplodere la resistenza al governo Gyurcsány. Dimostranti scesero in piazza a Budapest, chiedendo le dimissioni del Primo Ministro. Manifestazioni pacifiche si mischiarono ad altre più disordinate, suscitando la brutale repressione da parte di poliziotti in uniformi prive di identificativi.

2006: di nuovo terrore comunista

La giornalista Zsolt Varga ha raccolto storie scioccanti, con l’aiuto della deputata di Fidesz Ilona Ékes, che fu contattata dai genitori di numerosi ragazzi sequestrati. Una delle tante storie riguarda un gruppo d’amici che, mentre stava tornando a casa, fu brutalmente aggredito da agenti di polizia. Furono fatti inginocchiare nel cortile, umiliati verbalmente, quindi trasferiti in questura. Uno di essi ricorda: “Mi fu ordinato di abbassarmi i pantaloni e piegarmi in avanti, mentre sei poliziotti ridevano di me, prendendomi in giro”. Un suo compagno di cella fu costretto a dormire tra le proprie urine, emesse a seguito di un calcio infertogli alla vescica.

I poliziotti sotto il governo Gyurcsány miravano a privare della dignità i manifestanti. Ragazze di vent’anni furono costrette a spogliarsi e accovacciarsi, completamente nude, di fronte a tutti. Un universitario – che non aveva nulla a che vedere con le manifestazioni – si era nascosto dietro una porta della stazione di polizia: fu scoperto, trascinato via e, sistematicamente, gli furono fatti saltare i denti, uno ad uno.

Alcune delle vittime, consapevoli di stare difendendo la propria patria, seppero resistere a pestaggi e torture. Altri no. Alcuni videro distrutto il proprio matrimonio, incapaci di riprendersi dal trauma. Vi fu chi si suicidò, malgrado l’aiuto psicologico. Un padre ebbe un infarto quando vide il figlio ammanettato e ferito. Un altro uomo fu ucciso da una pallottola di gomma nel collo.

A tanti tornarono in mente le storie di famiglia sul 1956: la macchina che arrivava per portarsi via un familiare senza nemmeno dire il perché, l’impossibilità di denunciare il fatto a chicchessia. Giovani di quindici, venti o trent’anni furono distrutti dalla polizia, umiliati senza potersi difendere. Tante altre sono le orribili storie raccolte da Zsolt Varga.

Le parole di Viktor Orbán

Quella di quest’anno è stata la nona Marcia della Pace organizzata da CÖF e CÖKA per la sovranità ungherese e per sostenere il Governo Orbán. Lo stesso Viktor Orbán ha tenuto un discorso, avviato col benvenuto ai partecipanti ungheresi, polacchi e italiani e proseguito ricordando i giorni di 65 anni fa e quelli del 2006:

Quindici anni fa i giovani comunisti tramutarono il 23 ottobre in un 4 novembre [il 4 novembre del 1956 partì la repressione militare da parte dell’Armata Rossa, ndr]. Da un lato gas lacrimogeni, proiettili di gomma, manganelli, uniformi senza identificativi, idranti. Dall’altro la nazione ingannata e umiliata che, dopo cinquant’anni, si era sentita dire nuovamente che le erano state raccontate solo menzogne.

Proseguendo a parlare degli eventi del 2006 e del Governo Gyurcsány:

Nel 2006 la nuova generazione di comunisti andò un’altra volta contro l’Ungheria. Raggiunse il potere per mezzo delle menzogne. Ci accecò promettendo di tagliare le tasse e invece le aumentò. I costi sanitari schizzarono in alto. Levò la tredicesima sulle pensione e abolì i sussidi familiari. In collusione con le banche straniere, intrappolò centinaia di migliaia di famiglie in prestiti in valuta estera. La patria fu svenduta. Tutto fu venduto agli stranieri: aeroporti, compagnie energetiche, servizi pubblici. Una volta svuotato il Paese gli fece fare bancarotta, ponendolo sotto la sferza del Fondo Monetario Internazionale.

Un passaggio del discorso ricorda precisamente la repressione poliziesca:

Mentre facevamo sentire la nostra voce, risposero coi lacrimogeni, i proiettili di gomma e le cariche a cavallo. Ci fu chi perse un occhio. Donne e anziani inermi furono presi a manganellate. Nel luogo in cui siamo ora, quindici anni fa, le strade di Pest erano piene di violenza, sangue e lacrime. Tutto ciò accadeva nel cinquantesimo anniversario della Rivoluzione del 1956, sotto gli occhi del mondo. Lo voglio scandire lentamente, così che tutti capiscano: non dimenticheremo mai ciò che fecero!

Sul finire dell’intervento, Orbán ha voluto ricordare i valori che ispirano il Governo e i suoi sostenitori, come la famiglia, la nazione e un’Ungheria forte e indipendente:

La verità stava dalla parte dei combattenti per la libertà allora come ci sta oggi. Ci siamo conservati qui, nel cuore dell’Europa, grazie a questa verità: la verità degli Ungheresi. E per secoli – come nel ’56, come nel 2006, come oggi – abbiamo sempre desiderato la stessa cosa: giustizia per l’Ungheria! […] Ciascuno deve fare la propria parte nella battaglia che ci attende, se vogliamo difendere la libertà della nostra vita quotidiana: salvaguardare le nostre famiglie, i confini patri, il futuro dei nostri figli, i frutti del nostro lavoro, le pensioni e i salari, le agevolazioni nelle bollette energetiche, la nostra cultura, i nostri costumi, la nostra lingua.

Marton Aron Kovacs

MCC Fellow presso il Centro Studi Machiavelli. Studente di legge all'Università Cattolica Pázmány Péter, è project manager di "RoLink Biotechnology".