di Daniele Scalea

Acquisiti i dati delle elezioni locali del 3 e 4 ottobre, possiamo procedere a un’analisi del voto guardandolo, come nostro solito, da destra. Innanzi tutto ci chiederemo se, come sostengono molti commentatori, questa sia stata una sconfitta per la linea sovranista e critica del Green Pass. In secondo luogo, guarderemo alla prestazione garantita dai candidati civici. Come terza cosa affronteremo il discorso della dicotomia centro-periferia e di dove la Destra si debba collocare. In ultimo guarderemo al voto fuori dalle grandi città.

Una sconfitta del sovranismo?

Difficilmente si riesce a vivere un’elezione, che sia in Italia o all’estero, nazionale o locale, senza che i commentatori televisivi ci spieghino come essa sia una sconfitta del sovranismo. La smania che mostrano nel volergli celebrare il funerale conferma di quanto temuto sia dall’establishment il sovranismo e in generale il nazional-populismo. Rispondiamo perciò forte e chiaro: no, il sovranismo non è morto neppure questa volta. Si è trattato di elezioni locali, in cui francamente pochi elettori si sono recati al seggio pensando se il loro voto contribuirà a rendere l’Italia più o meno sovrana: le problematiche in testa sono altre e più terra-a-terra. Del resto nessuno dei candidati descritti dai media come “sovranisti” (Michetti soprattutto, ma anche Bernardo) ha fatto campagna elettorale sollevando il minimo argomento di natura sovranista.

Semmai bisognerebbe parlare del “voto di opinione”, ossia guidato dai valori e dallo spirito “militante”, per cui una persona vota, ad ogni livello, il partito o la persona che maggiormente incarnano il suo orientamento ideale. Esso è tanto più pesante quanto più alto è l’astensionismo, che in questa occasione è stato altissimo. La Sinistra è stata dunque aiutata dall’avere una più ampia base “militante”, di persone che si sentono decisamente di sinistra e sono pronte a manifestarlo ad ogni occasione elettorale. La Destra una base del genere ce l’ha meno numerosa e meno volenterosa, principalmente perché non si è mai interessata della “battaglia delle idee” con cui un simile zoccolo duro di sostenitori si crea. Risultati non entusiasmanti, come quelli scoperti lunedì, dovrebbero far riflettere su quanto sia scriteriato non impegnarsi in ambito culturale e metapolitico.

Hanno perso i “No Green Pass”?

L’altro refrain è questo: i consensi per il Centro-Destra sarebbero stati affossati da certe posizioni favorevoli alle istanze cosiddette “no vax” o “no Green Pass“. Ho forti dubbi che ciò abbia influito in negativo per la Lega o per Fratelli d’Italia, i due partiti che più hanno mostrato resistenza all’autoritarismo governativo. Crederei semmai al contrario.

Da un lato è vero che, almeno secondo i sondaggi, una chiara maggioranza della popolazione è favorevole al Green Pass. Dall’altro bisogna saper soppesare questo dato: non tutti gli elettori scelgono in base a un solo tema chi votare. La mia convinzione è che una piccola parte dei sostenitori del passaporto vaccinale lo ritenga così imprescindibile da votare avendo in mente che la sua scelta dovrà servire a perpetuarlo o renderlo ancora più oppressivo. I più credono che “il Green Pass è OK, alla fine io sono vaccinato quindi non mi dà fastidio”. Ci sono, ma sono pochi, quelli che smaniano desiderando un passaporto anche per andare al bagno di casa. E questi pochi, probabilmente, già votavano per il PD da prima. Al contrario, quelli ostili al Green Pass sono una minoranza ma, ritenendolo una gravissima limitazione della libertà personale, quasi tutti lo pongono in cima alle proprie preoccupazioni: ogni loro voto o azione sarà motivata dalla lotta al passaporto vaccinale.

Ecco perché, pur credendo che la maggioranza sia favorevole al Green Pass, penso che siano di più coloro che hanno scelto di votare (o non votare) per ostilità ad esso di quanti lo abbiano fatto per sostenerlo. L’atteggiamento favorevole, o comunque ambiguo, di buona parte del Centro-Destra verso il Green Pass può dunque aver contribuito all’astensionismo che ha favorito la Sinistra.

Come sono andati i civici?

A Torino Paolo Damilano, ottenendo il 38,9%, ha fatto un deciso passo avanti rispetto al complessivo 18,7% che misero assieme i tre candidati di Centro-Destra cinque anni fa, e bisogna tornare al 2001 (Rosso col 44,44%) per trovare un risultato migliore nel capoluogo piemontese. Di converso, il 31,97% racimolato da Luca Bernardo a Milano è molto lontano dal 48,3% che ottenne Stefano Parisi nel 2018 e costituisce un record storico negativo per il Centro-Destra nella “Seconda Repubblica”. Lo stesso avviene (se per il 1995 si sommano i voti dei vari candidati di centro-destra) con Fabio Battistini a Bologna, che col suo 29,64%, non si avvicina nemmeno al 45% preso da Lucia Borgonzoni cinque anni fa. E lo stesso avviene con Catello Maresca a Napoli, dove persino Alessandra Mussolini, candidata del MSI nel 1993, era arrivata al 31%: il magistrato prestato alla politica si è fermato molto più sotto, al 21,88%. A Roma, invece, Enrico Michetti ha ottenuto un risultato (il 30,14%) più o meno in linea con cinque anni fa, quando la somma dei voti della Meloni e di Marchini arrivava al 31,62%. Nel 2013 Alemanno, da sindaco uscente, aveva preso a sua volta il 30% dei consensi (anche allora c’era Marchini candidato, ma con un profilo più “neutrale”). L’anno che conquistò il Campidoglio, il 2008, si era qualificato al ballottaggio col 41%, ma si era ancora in epoca bipolare.

Tirando le somme, i cinque candidati civici hanno prodotto un ottimo risultato (quello di Damilano a Torino), una prestazione nella media (Michetti a Roma) e tre disastrosi record negativi (Bernardo a Milano, Battistini a Bologna, Maresca a Napoli). Si può cercare un’attenuante nel quadro sociologico che muta, rendendo le grandi città sempre più ostili alla Destra, ma un crollo così verticale non è giustificabile, né corrisponde al consenso attribuito ai partiti della coalizione dai sondaggi.

Il profilo del civico

Chi scrive nutriva già prima seri dubbi sulla recente moda di proporre candidati civici per le città. Non si tratta di un’ostilità preconcetta verso chi proviene dalla società civile, tutt’altro: sono convinto che la Destra politica dovrebbe ascoltare molto di più la parte di Paese che ne condivide i valori e che la vota. Il Centro Studi Machiavelli è nato proprio per favorire questa interlocuzione. Il fatto è che il valore aggiunto di un civico sta nel suo bagaglio di competenze e conoscenze, controbilanciato dal non avere il classico “serbatoio” di voti in mano invece al politico. Ecco perché un candidato civico avrebbe senso particolarmente in un listino bloccato di un’elezione nazionale: non dipenderebbe dalle preferenze ma porterebbe un concreto valore aggiunto una volta eletto. Cosa ben diversa per la scelta di un sindaco. Il “tecnico”, quando si parla di amministrare una città, è proprio il politico. Mestiere del politico è interfacciarsi coi cittadini, prenderne le istanze e tradurle in azione amministrativa. Il politico è il “tecnico” della cosa pubblica.

Il civismo, poi, non deve diventare un feticcio. Non basta prendere una persona (quasi) a caso, all’ultimo minuto, aspettandosi che il proprio elettorato la voti perché ha un bel curriculum. Un ottimo medico non è necessariamente un ottimo amministratore pubblico (se lo ricordano bene i romani con Ignazio Marino). Il candidato, anche se civico, deve essere carismatico, capace di rassicurare l’elettore sulle sue capacità ed intenzioni. A meno che sia già ampiamente noto al grande pubblico, il candidato civico deve essere fatto uscire allo scoperto con largo anticipo, per acquisire una visibilità e notorietà che di suo non ha, oltre che per prendere dimestichezza con la politica e la campagna elettorale. L’eccellente risultato di Damilano a Torino si spiega anche col fatto di aver annunciato la candidatura poco meno di un anno fa: ha richiesto dei mesi perché diventasse il cavallo ufficiale del Centro-Destra, ma nel frattempo si era già portato avanti da solo. Lo stesso Carlo Calenda può rivendicare un egregio risultato a Roma, avendo ottenuto il 20% (più della Sindaca uscente). Calenda aveva già una notorietà nazionale, ma ha costruito un consenso così esteso avviando la campagna elettorale un anno prima del giorno del voto.

Infine, merita una menzione la figura di Roberto Dipiazza, il sindaco (di cdx) di Trieste che partirà al ballottaggio con un ampio vantaggio sullo sfidante. Dipiazza è un imprenditore, un self-made man, che negli anni ’90, poco più che trentenne, si diede alla politica. Il suo cursus honorum è passato per l’amministrazione del comune di Muggia e ben tre mandati già espletati come sindaco di Trieste.

Moderati e di centro (storico): la ricetta per il successo?

A Torino Damilano, che ha un profilo decisamente “moderato” se non “bipartisan” – imprenditore di famiglia borghese, figlio di partigiano, vanta alcuni incarichi durante giunte di sinistra – ha garantito al Centro-Destra ottimi risultati nel Centro e nel quartiere residenziale “chic” di Borgo Po, ma in compenso si è vista una flessione sia nella periferia nord sia in quella sud. La fatidica “coperta corta”?

Viene inoltre da chiedersi se l’ottima prestazione di Damilano (lo rimane anche se i risultati sono deludenti rispetto ai sondaggi della vigilia) non dipenda dal suo carisma personale, più che dall’avere un profilo che può piacere anche a sinistra (dote di per sé preziosa in una città che da quasi 30 anni ha amministrazioni di sinistra). Molto difficilmente si potrebbe etichettare il candidato milanese Luca Bernardo come un “estremista” o un “sovranista”. Fatto salvo il noto riferimento alla pistola (che strizza l’occhio al “securitarismo”, e non è certo un tema imposto nell’agenda della Destra – e della Lega in particolare – dal sovranismo), Bernardo si è sempre sforzato nei suoi interventi di presentarsi come un moderato, lontano da qualsivoglia ideologia. Eppure la sua sconfitta a Milano è stata disastrosa. Stimato pediatra, non è riuscito a presentarsi come figura carismatica e credibile.

L’altra cosa da notare, della sfida Bernardo-Sala, è che il sindaco riconfermato ha fatto il pieno di voti nel Centro storico e ha particolarmente brillato in quartieri benestanti come Buenos Aires, Porta Genova, Washington o anche Lorenteggio. Di converso Bernardo ha ottenuto più consensi nel municipio 7, quello di Baggio e San Siro. Ciò potrebbe alimentare la narrativa che laddove la Destra trova consensi in periferia ma non al centro sia destinata a perdere. Tuttavia, a Napoli e Bologna, dove la sconfitta dei candidati di centro-destra è stata di enormi proporzioni, li si è visti far meglio nei quartieri centrali o residenziali “bene” (come i Colli bolognesi) piuttosto che nelle periferie. E c’è poi il caso Roma da tenere in conto.

A Roma il candidato Enrico Michetti è probabilmente, tra i civici, quello che maggiormente s’avvicina alla categoria del “populista”, sebbene più per i modi, il soprannome di “tribuno” e certa retorica “classicheggiante” che non per una precisa proposta programmatica. Non di meno il risultato di Michetti è stato in senso assoluto il migliore: è il solo dei cinque civici davanti al primo turno. E questo risultato è debitore del consenso ottenuto in periferia. Nella Capitale i municipi 1 (Centro Storico, Prati…) e 2 (Parioli, Trieste…), ossia quelli col maggiore reddito pro capite, hanno premiato Gualtieri e Calenda; Michetti e la Raggi hanno invece ottenuto i risultati migliori nel municipio 6 (Torrespaccata, Torre Maura …), ossia il più povero di tutta la città.

Le ragioni per guardare ancora verso le periferie

In sintesi, è difficile trarre dal voto nelle grandi città la conclusione che la Destra debba puntare su candidati moderati, preferibilmente civici, per conquistare i centri cittadini. Nelle cinque maggiori città al voto, in tre il Cdx è andato più forte nei quartieri benestanti (Torino, Bologna, Napoli), racimolando un ballottaggio e un paio di scoppole da capogiro; in due il Cdx ha avuto i risultati migliori in periferia (Milano, Roma) ottenendo un primo posto (da confermarsi al ballottaggio) e una sconfitta bruciante. Ci sono, ad avviso dello scrivente, almeno tre considerazioni che dovrebbero suggerire di puntare maggiormente sulle periferie che sui quartieri “alti”:

1) La sintonia coi ceti più favoriti e garantiti – che in genere sono quelli che abitano nei migliori quartieri delle grandi città – ce l’ha indubbiamente la Sinistra, che è la fazione dello status quo e dell’establishment. Inoltre, com’è logico (primum vivere deinde philosophari), i benestanti sono anche i più disposti a votare “per opinione”, ossia seguendo dei valori-guida. I ceti abbienti sono pure (almeno nella componente meno anziana) i più istruiti, e i ceti istruiti sono quelli che più risentono dell’egemonia culturale; egemonia culturale in mano alla Sinistra che dunque ne definisce i valori-guida. Per una Destra critica degli effetti dell’ordine globalizzato e finanziarizzato, nonché dell’ideologia progressista, conquistare fette di elettorato nei ceti abbienti e istruiti è decisamente difficoltoso. Il gioco varrà la candela?

2) La coperta, come si diceva sopra, è spesso corta, e a furia di corteggiare il centro si rischia di scoprire le periferie. In queste ultime c’è più sfiducia nella politica, meno voto d’opinione, una maggiore inclinazione all’astensionismo: servono stimoli forti per mobilitarle. Il premio è però ghiotto: non dimentichiamoci che i primi due municipi di Roma hanno 340mila abitanti, ma la Capitale ne annovera in tutto quasi 3 milioni. Ovviamente i restanti non si trovano tutti in periferie svantaggiate, ma si vuol rendere l’idea del potenziale numerico ridotto dei soli centri storici e quartieri “bene” – e i numeri in democrazia sono la cosa più importante. Il grosso problema, in questa due-giorni elettorale, è che si è avuto un minimo storico dell’affluenza. La partecipazione al voto è stata minima proprio nelle periferie. Non a caso, stima Roberto Weber dell’istituto “Ixé”, il rapporto degli astensionisti sarebbe di 4:1 tra chi gravita verso il cdx rispetto a chi lo fa verso il csx. Ciò che è mancato davvero è stata la mobilitazione del voto nei quartieri in cui vivono il ceto medio e quello operaio.

3) Bisogna, infine, guardare sempre al quadro complessivo, il cui culmine sono le elezioni politiche. Da un lato si pretende che le periferie votino in massa a destra quando si tratta di eleggere il Parlamento; dall’altro, però, quando tocca alle amministrative si propende per un candidato che guarda più al centro storico. Gli elettori potrebbero percepire l’incoerenza ed esserne scottati. Il rischio è che, per guadagnare (forse) qualche punto percentuale in un’elezione comunale, si finisca col perderne di decisivi in un’elezione nazionale.

Come è andata in provincia

È naturale che l’attenzione sia catturata da grandi città come Milano, Roma o Napoli, ma non deve abbacinare al punto da dimenticarsi che solo il 34% degli italiani vive nelle grandi città. L’Italia è ben al di sopra della media europea per quanto riguarda il peso dei centri medio-piccoli. Se sommiamo gli abitanti di città di provincia, sobborghi e campagne superiamo il 65%.

La Destra non ha brillato nelle grandi città, ma ciò era in qualche modo prevedibile visto come il voto sta sedimentandosi negli strati sociali del Paese. È comunque favorita per ottenere la riconferma nell’unico dei capoluoghi di regione in lizza dove già governava (Trieste) e ha una chance al ballottaggio in due dei quattro che non governava. Nell’unica regione al voto, la Calabria, ha riconfermato la presidenza. Risultati non entusiasmanti ma lontani dal disastro raccontato dai giornali. Vediamo come sono andati i candidati del Centro-Destra nelle (scusate il gioco di parole) maggiori delle città minori:

  • riconferma al primo turno a Busto Arsizio, Carmagnola, Gallarate, Grosseto, Limbiate, Montebelluna, Montevarchi, Novara, Oderzo, San Giovanni Lupatoto, San Giuliano Milanese, Trecate, Treviglio;
  • al ballottaggio, partendo con sindaco uscente, a Cisterna di Latina, Cosenza, Isernia, Massarosa*, Pavullo nel Frignano, San Benedetto del Tronto, Savona, Seveso*, Spoleto;
  • al ballottaggio, partendo dall’opposizione, a Alatri, Caserta, Cento, Desio, Formia, Francavilla al Mare, Ginosa, Lanciano, Latina, Marino, Massafra, Melito di Napoli, Peschiera Borromeo, Pinerolo, Roseto degli Abruzzi, Ruvo di Puglia, Varese, Vasto, Vimercate;
  • sconfitta, stando già all’opposizione, a Assisi, Benevento, Cerignola, Cesenatico, Ciriè, Città di Castello, Domodossola, Fasano, Frascati, Gallipoli, Grottaglie, Mentana, Minturno, Nichelino, Pioltello, Ravenna, Rimini, Rho, Santa Maria Capua Vetere, Salerno, Sesto Fiorentino, Sezze, Sulmona;
  • vittoria al primo turno, partendo dall’opposizione, a Chioggia;
  • sconfitta, partendo con sindaco uscente, a San Nicandro Garganico;
  • il cdx si è diviso e va a ballottaggio “interno” a Afragola e Conegliano.
    (* comuni nel frattempo commissariati)

Il Centro-Destra si riconferma direttamente in 13 comuni, andando a difenderne ulteriori 9 al ballottaggio; rimane ancora fuori dall’amministrazione di 23 comuni, andando a cercare di espugnarne 19 al ballottaggio. Gli avvicendamenti al primo turno sono due, uno per parte. Decisivo per tracciare un bilancio saranno dunque i ballottaggi.  “YouTrend”, che ha preso in esame i 118 comuni con più di 15.000 abitanti, indica che andranno al ballottaggio 60: nelle sfide a due il Centro-Destra sarà il più rappresentato, rimanendone fuori solo in 11 casi.

Conclusioni

Troppi commentatori interessati cercheranno di spiegare che, dopo queste elezioni, il Centro-Destra deve mostrare molto “centro” e poca “destra”. Se possibile, anzi, assomigliare proprio alla Sinistra. Cercheranno di convincere che il voto che conta sia solo quello degli abitanti dei centri storici e dei quartieri alti; che il resto della città non importi e men che meno i centri di provincia. Non bisogna ascoltare simili sirene ma tenere la barra a dritta. Le elezioni del 2018 hanno mostrato dove stia la maggioranza del Paese. Le europee del 2019 lo hanno confermato. La richiesta che prevale è quella di un cambio sistemico, di una rappresentanza genuina per gli interessi del ceto medio e degli “sconfitti dalla globalizzazione”. La “pausa pandemica” può avere temporaneamente anestetizzato questa tendenza ma non può cancellarla. Bisogna avere maggiore fiducia nella propria identità e nella missione storica che ci si è dati. E anche un pizzico di fiducia in più nei propri quadri politici.

Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi. Il suo ultimo libro (scritto con Stefano Graziosi) è Trump contro tutti. L'America (e l'Occidente) al bivio.