di Silvio Pittori

Giungono da giorni al personale sanitario gli inviti rivolti loro dalla aziende sanitarie cui appartengono affinché, nel rispetto dell’articolo 4 D.L. 44/2021, poi convertito,  comunichino se (essendo virtuosi) siano già stati inoculati, se (meno virtuosi) abbiano quantomeno prenotato la data per l’inoculazione o se abbiano comunque validi motivi di salute che giustifichino la mancata vaccinazione. Nessuna diversa comunicazione è gradita al mittente, tantomeno una qualche richiesta di informazioni, funzionale al rilascio di un consenso davvero informato, quale condizione essenziale per un vaccino reso per legge obbligatorio.

La pressione psicologica imposta al personale sanitario non ammette ritardi nel riscontrare le pec pervenute ai singoli operatori, sulla presunzione che ogni titolare di un indirizzo pec sia tenuto a controllare quotidianamente il contenuto della casella di posta elettronica, anche se il titolare della stessa si trovi in villeggiatura, a beneficiare di un meritato riposo dopo un anno e mezzo vissuto pericolosamente, in prima linea nell’interesse della Comunità. Tant’è che un’azienda sanitaria, in assenza di un riscontro immediato della propria richiesta da parte di un medico che si trovava in una località di mare, ha ritenuto opportuno, facendo strame di ogni principio di riservatezza, inviare la medesima pec inoltrata all’operatore sanitario anche al commercialista dello stesso, trasformando il povero professionista in una sorta di nuncius di una comunicazione il cui contenuto, in epoca di dittatura sanitaria e di obnubilamento generale, deve obbligatoriamente manifestarsi in tutta la sua straordinarietà e nella sua volontà di potenza.

L’iniziale indignazione davanti ad una violazione di tale portata, capace di ridurre uno stimato professionista a semplice messaggero per conto di un’azienda pubblica, ha lasciato spazio alla comprensione: in un periodo in cui i principi fondanti della nostra democrazia, a loro volta elencati nella nostra Carta Costituzionale e dalla stessa sino a pochi mesi fa garantiti, sono derubricati a mere sollecitazioni, è naturale che una lettera che riporta nell’oggetto un richiamo espresso all’articolo 4 del D.L. 44/2021 e, di conseguenza, alla obbligatorietà del vaccino, debba essere inoltrata anche al contabile di un operatore sanitario affinché ne renda immediatamente edotto il cliente.

D’altronde, tale comportamento diviene persino fisiologico in una Paese, come il nostro, in cui numerosi politici – trasformatisi da anni in cantori della nuova Europa, intesa come panacea di tutti i mali asseritamente connessi al patriottismo e quale faro illuminante una nuova civiltà (ancora indefinita) assolutamente scristianizzata, dimentica delle proprie origini – non soltanto per realizzare il proprio fine della vaccinazione di massa disconoscono una fondamentale risoluzione del Consiglio d’Europa che invita gli Stati a non imporre l’obbligo di vaccinazione ed a non discriminare i non vaccinati (n. 2361/2021), ma giustificano tale disconoscimento richiamando strumentalmente, in uno scatto di mal inteso patriottismo, quel concetto di sovranità dagli stessi lacerato negli anni con il ricorso a continue deleghe di potere a vantaggio di organismi sovranazionali.

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L’imperativo categorico è oramai quello di stanare il non vaccinato e, in nome di questa moderna caccia alle streghe, tutto è ammesso, compreso dimenticare i principi fondanti il nostro Paese in nome di una tecnocrazia che pone in secondo piano l’umanità ed i diritti fondamentali acquisiti negli anni.

Una riflessione si impone. L’essenza della famosa lectio magistralis che l’immenso Papa Ratzinger tenne nell’anno 2006, nell’aula magna dell’università di Ratisbona, aveva ad oggetto l’idea principale che non agire secondo ragione è contrario all’insegnamento di Dio (Fede e Logos), con l’effetto che agire secondo ragione comprende anche l’astenersi dall’esercitare un potere coercitivo in materia di fede. Se caliamo il suesteso sommo principio in quest’epoca di dittatura sanitaria, non possiamo non comprendere come sarebbe contrario alla nuova incrollabile fede nella scienza, quale fresca creatura divina, l’uso di un mezzo di coercizione come quello che consiste in un obbligo vaccinale imposto per legge.

Proprio il doveroso, acritico rispetto della scienza, quale nuova divinità, come tale capace di attribuire un senso di sacralità ad ogni virologo schierato a favore del vaccino, dovrebbe indurre il legislatore e la classe dirigente del Paese ad astenersi da ogni forma di imposizione, che, come tale, si tradurrebbe inevitabilmente nella negazione stessa della natura asseritamente divina della nuova scienza. Pertanto, ove la scienza, su cui si basa l’attuale credo sanitario, perda per il suddetto motivo la natura di nuova divinità, ancora più legittime e soprattutto incontestabili risulteranno essere le perplessità degli operatori sanitari e dei cittadini che ad oggi rinviano legittimamente nel tempo l’appuntamento con il nuovo Messia, il vaccino.

Silvio Pittori

Avvocato cassazionista con sede a Firenze, esperto in diritto civile societario e in diritto penale di impresa e contrattualistica. Laureato in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Firenze.