di Daniele Scalea

 

L’entusiasmo popolare per la vittoria calcistica degli Europei da parte della nazionale di calcio italiana ha suscitato non poche reazioni critiche: la medesima partecipazione che gli italiani mostrano per lo sport – arguiscono taluni – dovrebbero manifestarla per cose più importanti piuttosto che per un torneo di pallone. Hanno ragione i critici?

Cominciamo col dire che questi Europei di calcio sono stati parecchio interessati da questioni politiche: basti pensare alla propaganda pro-Lgbt. Poi c’è stata l’adesione di talune squadre alla causa di Black Lives Matter, il movimento americano marxisteggiante e anti-bianco che qui viene fatto abilmente passare dai media come un’innocente “campagna contro il razzismo”. La selezione italiana non aveva inizialmente una posizione in merito (avremmo amato vederli difendere il retaggio nazionale e occidentale, ma capiamo che dei giocatori professionisti possano mancare di consapevolezza politica) ed è stata pressata dalla Sinistra, sia mediatica (a partire dai commentatori Rai) sia politica (vedi Enrico Letta), a inginocchiarsi in segno di adesione al movimento BLM. Come noto, la nazionale ha poi adottato una posizione piuttosto cerchiobottista (inginocchiarsi solo quando lo fanno gli avversari). I “progressisti” si sono comunque consolati cercando di mettere il cappello sulla vittoria italiana dandole una lettura ideologica ed euro-sciovinistica: la “punizione” inflitta alla reproba Inghilterra, “perfida Albione” che ha voluto la Brexit, ha eletto premier Boris Johnson e addirittura si ostina a superare i Paesi UE in efficienza e in ritorno alla normalità/libertà.

Apparecchiata così la coscienza ideologica della Sinistra, è da destra che oggi vengono molte critiche all’atteggiamento degli italiani. “Ma come”, si legge o sente dire, “perché questo vigore e nazionalismo non lo dimostrate per cose più serie?”. Non si può dire abbiano del tutto torto: in un momento in cui il Paese scivola, anzi rotola a gran velocità verso il totalitarismo sanitario (per citare un solo problema tra i tanti: ma ci sarebbero la sostituzione etnica, lo sfacelo del ceto medio ecc.), sarebbe indubbiamente bello vedere gli italiani difendere la nazione e la libertà. Ma una volta concordata con questa premessa, si può concordare anche con la conclusione? È cioè vero che gli italiani non si impegnano per le cause serie perché si impegnano per quelle futili?

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L’argomento è quello, arci-noto, del panem et circenses. Posto che si voglia ritenerlo valido per la passione calcistica degli italiani in genere, credo che sulla nazionale si debba fare un’eccezione. In una società che ha assunto una posizione “laica” non solo sulla religione ma anche sulla nazione, qualsiasi manifestazione di identitarismo nazionale è bandito (“Razzista e fascista”): a sopravvivere come rito collettivo di manifestazione del patriottismo c’è solo la partecipazione alle vittorie calcistiche degli “Azzurri”. E questo rito è il solo momento in cui gli italiani possono mostrare “impunemente” la loro fierezza, il loro amor di Patria, il loro – perché no? – nazionalismo. E quando mai undici persone col tricolore che cantano a squarciagola l’inno nazionale potrebbero essere ancora additate a modello, anziché denunciate come facinorosi estremisti di destra? Poco importa che italiani manifestino il patriottismo talvolta in stile da baccanale: lo fanno, e questo è l’importante, perché permettono al sentimento nazionale represso di rimanere latente e non morire del tutto. Le manifestazioni popolari per le vittorie calcistiche italiane non sono un problema, ma un segnale di speranza, per quanto flebile, di trovare una soluzione. (Tutt’altro discorso per le terrazze imbandierate e l’inno cantato sui balconi nella primavera 2020: in quel caso il Tricolore fu insozzato e vilipeso, strumentalizzato per sostenere un mostruoso, inedito e distopico atto d’ingegneria sociale com’è stato mettere agli arresti domiciliari un intero popolo).

A difesa dei tifosi festanti potremmo anche invocare un esempio nobile come quello dell’antica Ellade. Non erano forse le Olimpiadi un evento estremamente partecipato, in cui ogni città si confrontava con passione con le altre ed onorava come autentici eroi i propri atleti vincitori? Le discipline atletiche erano del resto una manifestazione pacifica delle virtù guerriere: corsa veloce, resistenza, forza nella lotta, lancio in lungo di un giavellotto acuminato o di un pesante proiettile. Gli atleti greci erano i campioni della propria città, chiamati a dimostrarne col loro esempio la temibilità bellica. Il nostro moderno calcio non è alieno a questa trasposizione metaforica del piano guerresco. Un “esercito” di undici campioni nazionali si confronta con la schiera avversaria, in uno scontro che coinvolge forza fisica, abilità e persino tattica e strategia. Il frequente ricorso a terminologia e metafore militari per descrivere eventi calcistici non è solo un vezzo giornalistico, ma tradisce la ragione recondita per cui il calcio appassiona tanto: trasferisce in quella incruenta simulazione 11 contro 11 la carica di violenza e spirito guerriero normalmente repressi nella società odierna.

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Grazie a Dio, dunque, se i giovani italiani riescono a entusiasmarsi per quella manifestazione virile, patriottica e metaforicamente bellica che sono i tornei sportivi per nazionale. Molto meglio che lo facciano per quello, piuttosto che adorare il classico cantante – che in genere, per realtà o semplice finzione poco cambia, si configura come “poeta maledetto” dedito ad alcol, droga e comportamenti anti-sociali, e nella cui carriera è estranea la dimensione della competizione leale con un avversario secondo regole prestabilite. Al calciatore si potrà spesso rinfacciare di essere incolto o frivolo, ma rimane pur sempre un atleta che deve aderire a un sano regime di vita e fortificarsi nel corpo e nello spirito. Ok: i veri eroi sono altri, le grandi cause ideali sono altre, i problemi seri sono altri. Ma così come un bambino impara imitando per gioco ciò che vede fare ai grandi, lasciamo che il popolo italiano reimpari il patriottismo. Se per farlo deve scimmiottare i proverbiali “undici uomini in mutande che corrono dietro a un pallone”, ce ne faremo una ragione.

Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi. Il suo ultimo libro (scritto con Stefano Graziosi) è Trump contro tutti. L'America (e l'Occidente) al bivio.