di Marcell Dengi

Il mondo smaniava di sapere come Biden avrebbe rimodellato il panorama politico globale, ma per ora non è stato tanto attivo quanto ci si attendeva. Pubblicamente e mediaticamente ha ripudiato le idee e i metodi di Trump, ma non in maniera radicale. Tuttavia, l’Amministrazione Biden non resterà tanto silenziosa ancora a lungo: secondo gli specialistici ungheresi, dopo la pandemia Covid, il nuovo inquilino della Casa Bianca cercherà d’imprimere profondi mutamenti alla politica internazionale.

 

La reazione di Biden all’ascesa cinese

Washington deve affrontare non solo la pandemia, ma pure un grande rivale come la Cina. Secondo stime recenti, entro il 2028 il Pil nominale cinese supererà quello americano. Biden può provare a rallentare questo processo ma non invertirlo, a meno di riuscire ad attirare fuori dalla Cina le aziende manifatturiere. A Pechino non sembrano temere troppo tale eventualità, consci che per le grandi multinazionali statunitensi la manodopera a basso costo offerta dalla Cina è elemento imprescindibile per accrescere i profitti. La vera questione è, dunque, come gli Usa e l’Amministrazione Biden si prepareranno per l’avvicendamento al vertice.

“Il momento unipolare, in cui gli Stati Uniti potevano decidere sulle grandi questioni geopolitiche senza consultarsi con le altre potenze e cambiare il futuro d’intere regioni tutto da soli, è finito”, afferma Attila Demkó, direttore del Centro di Geopolitica del Mathias Corvinus Collegium (MCC) di Budapest. “A meno di guerre o altre catastrofi, la Cina per gli anni ’30 sarà la principale potenza economica e gli Usa devono cominciare ad imparare ad essere i numeri 2. Il tavolo è stato rovesciato ed ora la questione è come le due superpotenze troveranno un modus vivendi”.

Per capire in che modo l’America potrebbe gestire la situazione, dobbiamo prima comprendere la posizione cinese. Il fatto che gli Usa abbiano un nuovo presidente per questi quattro anni non è considerato di grande importanza a Pechino: colà si ragiona su tempi ben più lunghi. Dopo oltre un secolo d’attesa la Cina ha chiuso con la strategia del “attendi il tuo momento” e si è imbarcata in una missione più grandiosa e aggressiva: diventare la prima potenza mondiale. Il primo modo in cui Washington impedirebbe alla Cina d’acquisire una posizione tanto forte è precluderle la costruzione d’una competitiva flotta d’alto mare. L’esercito cinese ha già superato, almeno numericamente, quello americano in termine di uomini e mezzi.

Per diventare il leader economico la Cina deve proteggere le linee commerciali, siccome la prima e più importante regola della marina americana è assicurarsi le rotte mercantili lungo il continente euroasiatico. Pechino ha cominciato a rilevare la posizione americana e cerca di raggiungere la linea tra Filippine e Vietnam. Va però detto che lo sviluppo tecnologico e il livello organizzativo delle sue forze armate non potranno pareggiare quelli americani prima di quindici o vent’anni.

Perdendo l’egemonia, l’America perderebbe la capacità d’influenzare da sola il panorama politico mondiale. E la Cina è già troppo grande e potente. Perciò è plausibile che Biden cerchi sostegno contro Pechino tra i Paesi alleati di Washington. Possiamo trarre qualche informazione in più su come gestirà il processo dalla Interim National Security Strategic Guidance pubblicata all’inizio di marzo.

“In termini di dottrina di politica estera”, spiega lo specialista di sicurezza nazionale Balázs Mártonffy, “l’Amministrazione Biden cercherà verosimilmente d’impegnarsi in una strategia di «multilateralismo misurato». Da un lato gli Usa cercheranno, o imporranno, il sostegno dei loro alleati. Nel contempo, spingeranno Pechino a non tentare di edificare una nuova struttura globale, bensì a trovare un posto nell’attuale ordine internazionale a guida statunitense”.

 

La prospettiva ungherese

Dal punto di vista ungherese l’ascesa della Cina è un’opportunità, ma sono tanti i Paesi est-europei che cercano di stabilire ottime relazioni con Pechino. Se Biden mettesse loro troppa pressione per rescindere i legami con la Cina, rischierebbe di rafforzare il vincolo tra queste nazioni e rivoltarle contro gli Usa. Ad esempio Biden non ha ancora lanciato iniziative diplomatiche verso la Russia, un Paese che per risorse naturali e avanzamento tecnologico sarebbe complementare alla Cina e in grado di supplirne le debolezze. Questa omissione potrebbe rinsaldare il rapporto tra Pechino e Mosca in funzione anti-americana.

È nell’interesse ungherese avere una relazione salda e positiva con gli Usa. Tuttavia a Budapest si guarda con interesse pure all’ascesa della Cina. L’Ungheria fu il primo Paese post-sovietico a entrare in rapporti con la Cina, sicché le buone relazioni risalgono già agli anni ’90. Malgrado la disparità di dimensione, popolazione e potenza economica, il rapporto è forte. La diplomazia di Biden non si è ancora presentata in Ungheria, cosicché a Budapest non sanno cosa attendersi. I funzionari temono sia solo la quiete prima della tempesta, con possibile misure diplomatiche americane contro l’Ungheria. Ciò renderebbe arduo mantenere imperturbati i rapporti con entrambe le potenze simultaneamente. Ogni accordo con la Cina potrà generare dispute con gli Usa, mentre Washington richiederà con sempre maggior forza di prendere posizione al suo fianco. Una situazione non invidiabile quella in cui potrebbe trovarsi Budapest.

Ovviamente il supporto americano è importante per lo Stato magiaro, ma non come lo è per la maggior parte degli altri Paesi dell’Europa Centrale e Orientale. Gli Usa sono fondamentali per la strategia energetica ungherese perché aiutano a diversificare le fonti d’approvvigionamento, ma Budapest non sente l’esigenza d’una protezione militare statunitense da qualche minaccia impellente. Inoltre, per quanto dura sia la guerriglia mediatica, l’Ungheria non si preoccupa più di tanto se il “New York Times” scrive un articolo per metterla in cattiva luce. A Budapest sono convinti che per le aziende americane “gli affari sono affari” e, dunque, non si ritireranno dal Paese solo per qualche cattiva pubblicità.

 

Biden esporterà la sua ideologia nei Paesi conservatori?

La domanda è suggerita dal fatto che, nella summenzionata Interim National Security Strategic Guidance, l’Amministrazione americana fa riferimento all’esportazione della propria ideologia, sebbene in molte parti del mondo – e specialmente nell’Est-Europa – la concezione di “democrazia” e “liberalismo” sia assai differente. Ecco perché Biden avrà vita dura nell’indottrinare questi Paesi. Pensiamo a come le questioni sociali più impellenti, negli Usa, riguardino l’immigrazione di massa, il “razzismo sistemico”, il “privilegio bianco” o i diritti delle minoranze. Difficile suscitare un movimento analogo nell’Europa Centrale e Orientale, dove gli stessi problemi sono del tutto o quasi assenti. Ci sono ovviamente questioni con l’immigrazione clandestina e le minoranze, ma nulla di paragonabile a quanto avviene negli Usa.

“A paragone con l’America”, dice Márton Ugrósdy dell’Istituto per gli Affari e il Commercio Esteri di Budapest, “i Paesi est- e centro-europei sono a uno stadio di sviluppo politico precedente. In parte per ragioni storiche e a causa dell’occupazione straniera, queste società hanno imboccato differenti vie di sviluppo, sicché qui i problemi quotidiani differiscono da quelli degli statunitensi. Per tale ragione è difficile che, almeno nel futuro prossimo, i semi dell’ideologia progressista e «woke», lanciati dall’America, possano trovare terreno fertile in questi Paesi”.

Le nazioni centro- ed est-europee, insomma, vorrebbero che gli Usa non interferissero con la loro sovranità politica ed economica, che le lasciassero agire nel loro miglior interesse e secondo le rispettive tradizioni. La realtà è talvolta differente perché gli Usa, di proposito o per accidente, finiscono per ingerire in qualche modo; tuttavia gli specialisti ungheresi confidano che il nuovo Presidente americano non cercherà deliberatamente di peggiorare le relazioni con questi Paesi.

In che modo gli Usa potrebbero causare qualche problema ai Paesi conservatori? Potrebbero usare metodi convenzionali, strumenti diplomatici, come bandire taluni politici ungheresi dagli Usa. Ma è davvero improbabile che avvenga qualcosa del genere. Non c’è timore di schermaglie diplomatiche, poiché gli interessi geopolitici ed economici degli Usa rispetto all’Ungheria sono più forti di qualsiasi disaccordo. Le aziende americane, dal canto loro, approdano e si insediano in Paesi stranieri per il clima favorevole agli affari e il sostegno che ricevono dalle autorità locali: non lasceranno a causa di qualche disaccordo politico.

Marcell Dengi

MCC Visiting Fellow presso il Centro Studi Machiavelli. Studente di Economia internazionale all'Università di Tecnologia ed Economia di Budapest e la Scuola di Economia del Mathias Corvinus Collegium.