di Nicola De Felice e Pier Luca Toffano

Nel corso della settimana si è fatta un po’ di luce sulle cause reali della scarsità di vaccini. Nel pantano delle dicerie e delle varie teorie sta emergendo una situazione di disorganizzazione industriale che, ancora una volta, rafforza la nostra idea di un “Progetto Manhattan per i vaccini”.

Il 13 marzo scorso il “New Yorker” ha pubblicato i risultati di una inchiesta giornalistica sui ritardi di Pfizer nella produzione dei vaccini. Il 18 marzo appare su “BBC News” un articolo sulla mancata consegnata da parte dell’India di 5 milioni di vaccini AstraZeneca verso il Regno Unito. Per quanto geograficamente distanti (India e Stati Uniti) entrambi i fallimenti hanno cause in comune da noi segnalate oramai un anno fa come fattori critici che sarebbero emersi in assenza di un vero colossale piano industriale coordinato che – oggi più che mai – riteniamo indispensabile.

Potrà sorprendere, tra le cause, il ruolo “logistico” dell’India. L’India è il maggior produttore mondiale di vaccini e delle sue componenti, sia propri sia su licenza. Tra questi ultimi la posizione indiana nella lunga filiera produttiva che porta ai vaccini è determinante a livello globale.

Le varie multinazionali farmaceutiche, sulle quali i governi di mezzo mondo spingono per il rispetto dei contratti di fornitura, sono in realtà sofisticati assemblatori finali di decine di componenti che vanno dai vetrini ai filtri per i mixer – nei bioreattori – dai plasmidi ai reagenti, dai bulloni alle viti. In entrambi i casi citati si sono riscontrati blocchi nelle subforniture di filtri o di colture di plasmidi (servono a replicare le cellule contenenti le molecole ingegnerizzate – il principio attivo del vaccino). La situazione è comparabile a quella di un grande costruttore automobilistico che improvvisamente si veda tagliare le consegne da parte di uno o più tra i propri fornitori di vetri, lampadine, bulloni, batterie, guarnizioni, ecc. La perdita di una sola di queste componenti, anche di una guarnizione da pochi euro, è in grado di fermare la produzione.

In una situazione “normale” di stabilità della domanda è sufficiente una buona pianificazione. In una situazione emergenziale (o di guerra, se preferite), con domanda esplosiva rispetto alla capacità produttiva di una filiera industriale, ci vogliono rapida riconversione di interi settori industriali, individuazione di possibili “corto circuiti” nella catena produttiva, nazionalizzazione di imprese chiave. In definitiva vengono richiesti: analisi, coordinamento, controllo, comando, rapidità. Fattori critici per affrontare i quali avevamo proposto il “Progetto Manhattan” per i vaccini.

Oggi, tenendo conto di una domanda di vaccini che durerà anni (visti i necessari richiami, le molteplici varianti ed i ripensamenti EMA), invitiamo il Governo a prendere finalmente in considerazione un vero piano industriale “di guerra” che guardi non solo alle multinazionali del Big Pharma, ma a tutta la catena produttiva, molta della quale risulta non governata e non controllata. Lo sforzo richiesto è notevole, ma invitiamo anche a non trascurare le opportunità industriali che il nostro approccio offrirebbe: se, è solo un esempio, mancano vetrini ed abbiamo vetrerie, queste ultime andrebbero guidate ed incentivate per produrre i componenti necessari. In assenza di una visione più estesa rispetto al solo assemblaggio finale, ciò non sarà possibile ed i blocchi improvvisi di fornitura proseguiranno per anni. Un primo passo da compiere rapidamente potrebbe essere una attività di “due diligence”, necessariamente europea per evitare sovrapposizioni, presso le case farmaceutiche per un’individuazione puntuale dei fattori critici delle catene produttive. Solo partendo da lì si potranno risolvere chirurgicamente le strozzature.

Senior Fellow del Centro Studi Machiavelli. Ammiraglio di divisione (ris.), già comandante di cacciatorpediniere e fregate, ha svolto importanti incarichi diplomatici, finanziari, tecnici e strategici per gli Stati Maggiori della Difesa e della Marina Militare, sia in Patria sia all’estero, in mare e a terra, perseguendo l'applicazione di capacità tese a rendere efficace la politica di difesa e di sicurezza italiana.

Laureato in Economia Aziendale, ha lavorato presso imprese multinazionali francesi ed americane nel settore dei servizi. Oggi insegna Diritto ed Economia Politica presso le scuole statali superiori.