di Viktor Orban

George Soros sta versando lacrime di coccodrillo. Anche se ciò non restituirà il denaro che lo speculatore ha sottratto a milioni di persone, famiglie e imprese è comunque una magra consolazione. L’uomo più corrotto del mondo e la sua rete hanno buoni motivi per essere delusi. L’Europa non si è arresa; siamo riusciti a bloccare il grandioso piano di Soros al Consiglio europeo. I riflettori sono ora puntati sulle risorse di bilancio, sul Recovery Fund e su chi ha accesso a cosa e in che modo. Che ci piaccia o no, viviamo in un mondo materialista, ed è per questo che i fondi dell’Unione sono stati finora tenuti sotto stretta sorveglianza europea da più parti in tutti gli Stati membri. La questione qui riguarda altro.

Chi governerà l’Europa in futuro? Ecco la reale posta in gioco, come risulta dalla riunione della scorsa settimana. L’Europa sarà governata da governi eletti dai cittadini degli Stati membri e dal loro consiglio, o Soros riuscirà nel suo intento di costruire una nuova struttura di potere? Struttura costituita da una rete di ONG che diffonde idee liberal, post-nazionali e post-cristiane; dai principali media di sinistra e di destra che veicolano e rafforzano le loro idee; da un gruppo significativo di eurodeputati; dagli inviati di Soros portati alla Commissione; e da cosiddetto un meccanismo dello stato di diritto che li collega tutti insieme.

Il piano è tanto semplice quanto grandioso. Un centro finanziario, quello di George Soros, finanzia migliaia di ONG, istituti di ricerca, laboratori di analisi e attivisti che influenzano la direzione dei principali media. Acquisisce e collega una massa critica di eurodeputati e mette le persone che lavorano per lui (come Timmermans e Jourová) in posizioni chiave alla Commissione. Infine, fa passare un atto legislativo che stabilisce prerequisiti politici – gender, immigrazione, società aperta, democrazia liberale – per l’accesso ai fondi dell’UE da parte degli Stati membri.

I Paesi che insistono sulla propria sovranità nazionale, sulle radici cristiane e sul modello di famiglia tradizionale, come la Polonia e l’Ungheria, devono essere impiccati con questa corda accuratamente intrecciata. E i Paesi riluttanti, come quelli dell’Europa Centrale o i recalcitranti scandinavi, devono essere relegati a fare penitenza pubblica al fine di comprendere meglio l’essenza del ragionamento liberale.

Fortunatamente, all’ultimo, i governi europei sono rinsaviti. Hanno letto i rapporti-Paese sullo stato di diritto, che George Soros e Frans Timmermans hanno dettato alla signora Jourová. Improvvisamente tutti hanno capito che il verdetto era già stato scritto prima del processo, e che dopo l’Ungheria e la Polonia sarebbe arrivato il turno anche degli altri.

La decisione del Consiglio europeo della settimana scorsa è stata una dichiarazione aperta di opposizione al tentativo di George Soros di prendere il potere. Le questioni politiche non possono essere collegate a questioni finanziarie, criteri soggettivi non possono essere alla base di decisioni finanziarie e la procedura giuridica prevista dal Trattato dell’Unione Europea non può essere aggirata nel modo voluto da Soros. L’Unione Europea ha mantenuto la sua unità e ha vinto.

George Soros ha perso. Sarebbe ora che gli europei lo rimandassero finalmente a casa in America. Non c’è alcuna spiegazione sul perché noi europei tolleriamo che uno speculatore americano costruisca e acquisisca con denaro americano un sistema volto a influenzare l’Unione Europea. Finché i leader europei non faranno quest’ultimo passo, dovremo assistere ai suoi tentativi e a quelli dei suoi uomini di conquistare il potere a più riprese. I piani d’azione per le migrazioni e il gender, provenienti dal laboratorio di Soros, sono già sul tavolo. È giunto il momento di porre fine alla scampagnata europea di George Soros.

Primo Ministro dell'Ungheria, presidente del partito Fidesz.