di Antonio Terrenzio

L’Europa, nel giro di pochi giorni, è ripiombata nell’incubo del terrorismo islamico.

Mentre siamo in procinto di un lockdown europeo a causa dell’aumento del numero dei contagi, il terrorismo islamista torna a colpire la Francia e l’Austria: a Nizza si decapitano professori colpevoli di mostrare vignette che ironizzano sulla religione di Maometto, si colpisce al cuore i simboli cristiani andando a mozzare le teste dei credenti fin dentro le Chiese; a Vienna invece si semina terrore in pieno centro, lasciando morti per strada e colpendo la capitale dove venne fermato l’impero ottomano.

Giovani di religione islamica, affiliati al terrorismo, sono protagonisti di attentati efferati. Immigrati o, ciò che è più grave, giovani di seconda o terza generazione, manifestano in tutta evidenza il fallimento del modello globalista e multiculturalista. Una questione che vede ormai attacchi barbari alle nostre vite, un odio profondo nutrito per la civiltà europea. I progetti di inserimento sociale e di assimilazionismo, i sussidi, il rispetto laico per il credo e le religioni altrui, sono state interpretate dalla maggioranza dei “nuovi francesi” o “nuovi tedeschi” come segno di arrendevolezza se non vera e propria volontà di sottomissione, per stare al titolo del romanzo di Michel Houellebecq.

Andiamo subito dritti al nocciolo della questione: più volte ci siamo spesi in critiche intransigenti ai promotori dell’esportazione della democrazia con le armi ed abbiamo denunciato la connivenza e la responsabilità delle potenze occidentali nel provocare e destabilizzare il Medio-Oriente ed il Nord-Africa. Ma le nostre responsabilità non possono assolvere chi ci odia in realtà da secoli e più volte ha mostrato ostilità e rigetto per la nostra cultura. Chi scrive è stato il primo a criticare gli interventi imperialisti delle nazioni occidentali, a sottolineare come un certo islamismo salafita sia stato fomentato da Francia e Gran Bretagna, ma altrettanto riduttivo sarebbe ignorare e minimizzare la portata degli accadimenti, come frutto avvelenato di quegli interventi militari.

In questo frangente storico non è più tempo di spendersi in sofismi inutili e, rispetto ad un problema di tale entità, filosofeggiare come i vari Cardini e Buttafuoco che ci parlano di un islamismo tollerante ed ecumenico appare un esercizio retorico. È ormai evidente che quella parte di mondo ha un problema di tolleranza e integrazione con il nostro modello di civilta’.

Quello però che ci preme constatare, è la debolezza di una Europa che non riesce a rispondere con altrettanta forza ad un nemico strisciante. Una volta per tutte i liberal-progressisti, cantori della costruzione di ponti e i fanatici dell’accoglienza indiscriminata, dovranno essere chiamati a fare i conti con la propria insipienza ed i loro “miti incapacitanti” di un mondo senza differenze e dalle frontiere aperte, vagheggiato solo nei loro sogni intrisi di buonismo ipocrita.

Il loro modello, quello dei Macron che si atteggiano a duri, quello delle Merkel che ricoprivano di miliardi Erdogan, ha rovinosamente fallito e oggi esplode nel fanatismo omicida di chi decapita e sgozza. Un fallimento culturale oltreché politico, ignorato per ipocrisia e cattiva coscienza dal clero intellettuale e dai media mainstream liberal-progressisti. Un quadro talmente complicato e di quasi impossibile soluzione, anche se Kurz e Macron dispiegano le forze dell’antiterrorismo e minacciano la chiusura di moschee.

Paghiamo il prezzo salatissimo di aver accolto decine di milioni di migranti di religione islamica, che anche nelle forme più “moderate” hanno spesso manifestato la voglia di non assimilarsi od integrarsi. In molte città della Francia, del Belgio, della Svezia, ci sono aree dove vige la legge coranica della “Sharia”, vere e proprie zone franche sottratte al controllo delle autorità e dove i giovani sviluppano odio verso una civiltà in cui non si riconoscono. Nessun tipo di compromesso al ribasso sarà permesso contro chi si sente e vuole essere diverso da noi ed ha deciso di farci guerra. Imam o altri rappresentanti delle comunità islamiche hanno più delle volte espresso posizioni ambigue riguardo il terrorismo.

Quanto detto, con l’intenzione di non lasciare dubbi o zone di ambiguità riguardo al fenomeno.

L’Europa liberale non riesce a mostrarsi come polo geopolitico con una sua visione valoriale, una sua missione storica: ha un impianto istituzionale di impronta massonica. che vede nella tecnica e nell’economia gli unici pilastri ideologici. L’Europa dei padri fondatori ha volutamente estromesso qualsiasi riferimento ai principi del pensiero greco-romano e della spiritualità cristiana. Inoltre, dal 68 in poi, l’avanguardia intellettuale delle sinistre postborghesi e postmoderne ha avvelenato i pozzi con una “rivoluzione culturale” che ha avuto l’effetto di minare dall’interno il senso di coesione ed appartenenza ai valori tradizionali e “patriarcali”, premessa obbligata di quel liberalismo societario che ha indebolito la civiltà europea dall’interno. Il terrorismo islamico è anche il “rovescio” di quella “cancel culture” caposaldo delle oligarchie intellettuali che hanno forgiato la società occidentale odierna. La Chiesa cattolica, in ultimo, ha abdicato a qualsiasi forma di resistenza spirituale e culturale a difesa dell’Europa, dichiarando una vocazione terzomondista e progressista al contempo.

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Nel suo celebre libro Lo scontro di civiltà, Samuel Huntington notava che il XXI secolo sarebbe stato segnato dai conflitti tra entità regionali, riferentisi a realtà’ entoculturali. I suoi concetti furono portati alle estreme conseguenze dal politologo neodroitier, Guillaume Faye, che previde un futuro per la civiltà europea e occidentale segnato da un drammatico declino demografico e dal fatto che i popoli bianchi sarebbero stati vittime di una vera e propria invasione islamica. Oggi, nella sola Francia, il 10% della popolazione èdi fede islamica e, secondo l’autore, le dure leggi della demografia avrebbero portato a delle scelte obbligate anche in campo geopolitico.

In una conferenza svolta negli Stati Uniti prima della sua scomparsa, dal nome “American and European brotherhood”, pur riconoscendo la conflittualità sul piano strategico di Stati Uniti ed Europa, Faye proponeva di spostare lo sguardo su un futuro non lontanissimo: quello di un drastico cambiamento demografico sia nel continente nordamericano sia in Europa, coi bianchi non più maggioranza. Tale “inverno demografico” avrebbe spinto, a suo giudizio, le due sponde dell’Atlantico verso una “alleanza necessaria”.

La visione, che qui riportiamo in estrema sintesi, appare di fondamentale importanza, soprattutto per la lettura del quadro delle elezioni americane appena trascorse e che sono state l’epicentro di una polarizzazione non solo tra elettorato repubblicano e democratico, ma anche sul piano etnico. Se infatti, come i numeri dimostrano, il Trump è riuscito ad intercettare una notevole fascia di voti tra i “latinos” in Stati come la Florida, la questione etnica sarà fondamentale anche nel futuro, come ricorda l’analista di “Limes” Dario Fabbri.

Il neo-presidente Biden dovrà isolare le frange più estremiste legate al BLM e dovrà ricompattare una Paese che, dopo queste elezioni, esce quanto mai lacerato e spaccato. Una questione che potrà catalizzare la maggior parte delle energie del nuovo inquilino alla Casa Bianca, soprattutto perché Kamala Harris, prima vice-presidente di colore, legata alle elite miliardarie della Silicon Valley, è rappresentante di quel mondo legato alle minoranze ed alla politically correctness pronta ad una resa dei conti contro l’odiato popolo trumpiano.

La questione dell’immigrazione in Europa, con i fallimenti del multiculturalismo, e la frattura all’interno della società americana, che rischia di polarizzarsi anche sul piano etnico, uniscono il destino del continente nordamericano e di quello europeo. In futuro dovranno affrontare un identico problema: un conflitto di civiltà che potrebbe pericolosamente esplodere al loro interno.

Antonio Terrenzio
Imprenditore, laureato in Scienze Politiche (UNINT) con Master di I livello in International relations with Eastern countries (Università di Macerata); laureando magistrale in Relazioni internazionali (Università Cusano)