di Antonio Terrenzio

Un giuramento presidenziale avvenuto in una cornice surreale, quello di Joe Biden, con Lady Gaga e Jennifer Lopez come icone dello star system a dare il benvenuto al ritorno dei Democratici. Il tutto di fronte a una piazza asserragliata da 30mila soldati dopo i fatti di Capitol Hill. Le normative anti-covid e gli assalti del 6 gennaio scorso sono gli alibi istituzionali che nascondono la realtà di una America totalmente divisa e dove sondaggi come quello di YouGov, pochi giorni dopo il voto, rivelavano che tre quarti degli elettori americani credono nei brogli.

Il discorso dell’ex senatore e vice di Obama è la copia malriuscita di quello del suo predecessore repubblicano di quattro anni fa. Gli appelli alla pacificazione ed alla “riunificazione” sono apparsi pieni di retorica e dal sapore ipocrita, perché immediatamente seguiti dalla promessa della caccia ai “terroristi interni” e al “suprematismo bianco”: ovvio il riferimento all’elettorato del Midwest e del Sud, di origine anglo-germanica, nerbo di quella classe media immiserita che ha votato Trump.

Il sistema mediatico mainstream, interamente dominato dal conformismo progressista e dalle retorica Dem, ha avuto gioco facile nel criminalizzare Trump ed i suoi elettori dopo gli scontri di Capitol Hill. Si direbbe che la speaker della Camera Nancy Pelosi non aspettasse altro per invocare la procedura di impeachment, con l’accusa di “istigazione all’insurrezione” e “minaccia alle istituzioni democratiche”. Dietro gli appelli alla riconciliazione nazionale è palese la volontà di eliminare il Trumpismo decapitandone il leader e gli elementi della sua amministrazione. Il generale neocon Stanley McChrystal ha paragonato i sostenitori di Trump ai giovani arrabbiati e retrogradi di Al Qaeda. Paragoni assurdi e totalmente fuori luogo, tesi a criminalizzare i ceti medio-bassi conservatori che devono essere rieducati al verbo del radicalismo progressista.

Gli assalti di un manipolo di manifestanti al Congresso, seppur lesive dell’immagine degli Stati Uniti, sul piano materiale sono poca cosa se poragonati alle iniziative degli Antifa e BLM, che nei mesi precendenti il voto hanno devastato città, assaltato cittadini inermi, decapitato statue, bruciato chiese ed edifici pubblici, addirittura commesso omicidi. I media controllati dai Dem hanno volutamente minimizzato e trascurato iniziative di ben altra portata, strumentalizzando gli scontri per indebolire Trump. Il bilancio sarà di 633 episodi di rivolta. Adesso, col pretesto degli assalti al Congresso, si vorrebbe far credere che 75 milioni di americani, i perdenti della globalizzazione, sarebbero tutti terroristi.

La volontà di epurare il “nerbo trumpiano” dal discorso pubblico americano si esprime non solo con i ban dai social network, di cui è stato vittima lo stesso Tycoon. A rischio sono tutti quegli analisti, professori, intellettuali e persino studenti che abbiano espresso il loro sostegno verso il leader repubblicano o abbiano creduto alla possibilità della frode elettorale. In alcune università, come la prestigiosissima Harvard, si vorrebbero avviare delle “epurazioni” all’interno dei campus universitari e condizionare il raggiungimento della laurea all’appartenenza ad una determinata corrente politica, quella radical-progressista, pena la revoca del titolo.

Provvedimenti deliranti che farebbero impallidire Orwell, i quali non risparmiano nemmeno il mondo dello spettacolo e dello sport, con scioglimento di contratti con case discografiche e polizze assicurative per coloro che, differentemente da Katy Perry e Madonna, hanno scelto lo sponsor politico sbagliato.

L’avvio di “purghe” va in direzione diametralmente opposta a quelle che ha visto nella candidatura di un personaggio come Biden la ricerca di un volto poco divisivo all’interno del Paese. La spaccatura è ormai insanabile e l’amministrazione democratica, con una caccia al “suprematista bianco”, rischierebbe di indebolire ancora di più l’immagine di una nazione segnata da una frattura antropologica tra i ceti globalisti delle “liberalist coasts” e la “deep America” dei “deplorevoli”. La cesura tra questi due mondi, che ormai si odiano, appare irricomponibile, nemmeno con la valvola di sfogo esterna dell’esportazione militare dei valori democratici. L’affermazione di Donald Trump è stata determinata anche dalla sempre minore disponibilità del cittadino americano a vedere gli Usa impegnati in campagne belliche infinite e a carico dei contribuenti.

Germano Dottori, analista di “Limes”, ha evidenziato, nel corso di una intervista, che la maggiore novità dell’amministrazione Biden sarà il passaggio da una concezione della libertà e dei diritti individuali, asse portante della Costituzione americana, a quella dei diritti dei gruppi e delle minoranze, e che i Democratici dovranno fare molta attenzione a non calpestare o provocare ulteriormente quei 75 milioni di americani che, oltre a non riconoscere il nuovo Presidente, non si sa come potrebbero reagire di fronte a purghe politicamente corrette e alla restrizione della libertà di espressione. Per gli americani la libertà è un valore essenziale e costitutivo, tutelato dal II Emendamento; la tenuta interna della Federazione è tutt’altro che scontata (vedasi la recente dichiarazione dei repubblicani del Texas che sembra quasi paventare una secessione). A tal riguardo sarebbe utile ricordare che anche il politologo Samuel P. Huntington, nel suo noto saggio The clash of civilizations, aveva preconizzato il possibile rischio di separazione degli States.

A spaventare, inoltre, non è solo lo “stalinismo rosé” di impronta liberal che vorrebbe epurare Trump e i suoi dal consesso civile, ma l’agenda democratica che nei settori più radicali, legati a Kamala Harris e alla Ocasio Cortez, vorrebbero legalizzare procedure quanto mai aberranti se non disumane, come l’aborto al nono mese, il cambio di sesso per i minori (fu lo stesso Joe Biden a dichiarare che si debba rispettare la volontà di un bambino di 10 anni di cambiare sesso). Infine, come si era già detto, l’instaurazione di quella che, secondo le premesse, sarà una “dittatura delle minoranze” a discapito del singolo individuo. E l’ipotetica successione a favore della vice-presidente Harris non farebbe che acutizzare la cesura antropologica.

Anche la procedura di impeachment potrebbe rivoltarsi come un boomerang ed inferocire ancor di più quei 75 milioni di cittadini che vedrebbero in Trump un martire. I Dem, seppure con la maggioranza assoluta al Congresso, sono un’anatra zoppa. Non basteranno né procedure legali, né la dittatura dei bich tech, a silenziare metà Paese. Trump potrà anche essere incriminato e bandito dai pubblici uffici, ma se pensano di dare la caccia a a 75 milioni di americani, oltretutto armati, quello visto a Capitol Hill potrebbe ripetersi su scala nazionale.

Antonio Terrenzio
Imprenditore, laureato in Scienze Politiche (UNINT) con Master di I livello in International relations with Eastern countries (Università di Macerata); laureando magistrale in Relazioni internazionali (Università Cusano)