di Andrea Bandelli

Ormai da tempo negli Usa è in atto un deciso, consistente ed inesorabile processo di reshoring sul territorio nazionale e rilocalizzazione in “Paesi amici” delle aziende e delle filiere ubicate a suo tempo in Cina e considerate strategiche per l’economia e la sicurezza nazionale.

In questi ultimi mesi nei quali, a causa del covid-19, si sono acuite le difficoltà per garantire la sufficiente e tempestiva fornitura da parte della Cina della quantità di materie prime, semilavorati e prodotti finiti necessaria agli altri Paesi (ed in particolare agli Usa ed ai Paesi europei), sono Italia e Germania in primis, le cui catene di valore sono fortemente interconnesse con le supply chains made in China, a risentire maggiormente dei ritardi e delle cancellazioni delle forniture.

Questo contesto di “trade world war” permanente, che vede duramente contrapposti Usa e Cina, non appare più un fattore temporaneo ma un elemento strutturale e di lungo periodo. La guerra commerciale in atto non riguarda più soltanto il surplus ed il deficit nell’interscambio tra i due Paesi ma il predominio e l’affermazione sui mercati internazionali ed in particolare nei settori industriali strategici quali quelli delle tecnologie applicate agli apparati militari e della difesa, delle telecomunicazioni, della gestione dei dati e del cloud storage, della cibernetica, della produzione di energia e persino dell’agroalimentare.

È in questo contesto internazionale, dove nonostante tutte le criticità vengono mantenuti in essere i principali canali di interscambio commerciale, che emerge come elemento caratterizzante e come obiettivo ultimo delle politiche economiche degli Stati Uniti, e conseguentemente della Cina, il decoupling, cioè il definitivo disaccoppiamento e la netta separazione delle due più importanti economie del mondo.

Per gli Stati Uniti a guida repubblicana attuare importanti politiche di reshoring e di rilocalizzazione è la strada maestra per arrivare nel medio periodo al decoupling e quindi ad una autosufficienza autarchica sia nei settori strategici volti a garantire la sicurezza nazionale sia negli altri settori, per garantire la conservazione (in questa fase) e lo sviluppo (in futuro) del sistema industriale e produttivo, per raggiungere una sostanziale piena occupazione e per garantirsi il mantenimento degli standard di vita elevati. Ormai con il covid-19 neanche i fattori quali il differenziale del costo del lavoro tra la Cina e gli Stati Uniti o altri Paesi amici, che peraltro non è più così marcato e quindi non ha più quel potere inibitorio (come peraltro altri fattori quali la prossimità alle zone di produzione delle materie prime), riescono a rallentare questo inesorabile e progressivo processo che porta dritto al decoupling.

Dal canto suo la Cina, nel mentre gli Stati Uniti puntano al completamento del decoupling nel medio periodo, punta anch’essa sia a mitigarne e neutralizzarne gli effetti economici politici e strategici sia a risolvere i problemi e le criticità interne quali il progressivo rallentamento della crescita dell’economia e del prodotto interno lordo, il calo della produttività, l’aumento del costo del lavoro e dei costi relativi alla tutela ambientale e l’eccessivo indebitamento del sistema produttivo. In sostanza anche la Cina si vedrà costretta a varare una serie di misure che vanno tutte nella direzione del decoupling, proprio per ridurre il più possibile la dipendenza del sistema economico da soggetti esteri, ferma restando la vocazione di Paese esportatore e che quindi dovrà mantenere una sorta di reciprocità nell’interscambio con i Paesi terzi.

In questo quadro bipolare dell’economia mondiale un peso ed un ruolo può e deve giocarlo anche l’Europa, che rappresenta un mercato importante per dimensioni e per valori di interscambi commerciali sia con gli Stati Uniti sia con la Cina. Anche l’Europa, a seguito della crisi economica generatasi con il covid-19, è davanti a un bivio e deve scegliere se restare in balia dei mercati, e quindi dei due maggiori competitor internazionali e degli altri importanti players (India, Russia, etc.), oppure se attuare una politica di reshoring di medio periodo volta a riportare sul territorio comunitario le aziende a suo tempo delocalizzate e consolidare così le catene di valore e la capacità produttiva. Meno interessante per l’Europa appare la rilocalizzazione in Paesi amici extracomunitari di aziende ubicate in Cina.

Per l’Italia, i cui destini sono legati a quelli dell’Europa, è imprescindibile scongiurare un piano di reshoring europeo (per altro ancora non definito) che si sostanzi quasi esclusivamente nell’impiego di risorse per favorire la rilocalizzazione nei Paesi dell’Est Europa delle aziende che rientrano dai Paesi extra Ue, senza che il Paese ne tragga alcun beneficio e acuendo altresì una delocalizzazione intracomunitaria dall’Italia a quei Paesi comunitari che, come abbiamo visto in questa fase, non garantisce il funzionamento delle filiere produttive e la tutela delle catene del valore. Al momento ci sono circa 60.00 aziende italiane delocalizzate nei Paesi dell’Est Europa che hanno produzioni ferme e difficoltà a farle ripartire per problemi legati alle manutenzioni e agli interventi dei tecnici italiani che, causa covid-19, sono impossibilitati a recarsi in quei Paesi, e quindi le relative filiere e catene del valore ne sono danneggiate.

Proprio in questo quadro internazionale, dove la globalizzazione dell’economia e dei mercati sembra subire una decisa battuta d’arresto, e dove ogni nazione cerca di consolidare la propria posizione internazionale e preservare il proprio sistema produttivo, per l’Italia diventa strategico puntare al decoupling e quindi varare in tempi stretti un serio, importante e consistente piano di reshoring produttivo e societario che permetta di recuperare il PIL, i posti di lavoro, i redditi ed i risparmi persi con la crisi provocata dal covid-19, così come illustrato nel Piano elaborato dal Team che porta avanti il Programma di ricerca su “Reshoring e rilocalizzazione d’impresa” del Centro Studi Machiavelli.

Andrea Bandelli

Per il Centro Studi Machiavelli è responsabile del programma di ricerca su "Reshoring e rilocalizzazione d'impresa". Laureato in Economia (Università degli Studi di Firenze), Dottore Commercialista, Revisore legale e socio fondatore di uno Studio professionale specializzato in consulenza societaria e fiscalità nazionale ed internazionale.