di Andrea Bandelli

Una fase delicata

L’economia italiana, dopo il drammatico crollo del PIL del 2020 in piena crisi pandemica ed il significativo, ma pur sempre parziale recupero del 2021, sta attraversando una fase molto delicata, nella quale la crescita del PIL sta perdendo slancio e si sta ridimensionando rispetto alle previsioni del Governo e dei maggiori analisti. Si stanno invece verificando alcuni dei presupposti di quella che si potrebbe definire una vera e propria tempesta perfetta, che potrebbe colpire il nostro Paese ed avere effetti irreversibili sulla tenuta del  sistema economico nazionale e, in particolare, sulla tenuta del nostro sistema produttivo (costituito in maggioranza da piccole e medie aziende).

L’attuale simultaneo aumento del costo delle materie prime e dell’energia, le inevitabili spinte inflazionistiche ed il conseguente aumento dei tassi di interesse da parte delle banche centrali (e quindi del costo del credito per gli operatori economici e le famiglie), il progressivo dilatarsi dei tempi di approvvigionamento e di consegna nelle filiere produttive delocalizzate specie nei paesi dell’Estremo Oriente (ed il lievitare dei costi di noleggio dei containers e del trasporto) e la frenata dei consumi interni (dovuta alle restrizioni sanitarie, alla mancanza dei flussi turistici esteri e all’incertezza di quelle che saranno le prospettive future che riduce la propensione al consumo degli italiani) rendono il quadro economico estremamente complicato. Se a questo si aggiungono anche i recenti ulteriori aumenti del costo dell’energia e le incertezze nella continuità delle forniture di gas naturale causati dai venti di guerra che spirano in Ucraina, si comprende che la situazione attuale del nostro Paese non è delle migliori.

Cresce il debito pubblico

Dalla pubblicazione mensile di Banca d’Italia denominata Finanza pubblica: fabbisogno e debito relativa a dicembre 2021, in cui sono riportati i dati relativi alle amministrazioni pubbliche suddivisi nei tre sottosettori (amministrazioni centrali, amministrazioni locali ed Enti di previdenza) e la composizione per creditore dei settori detentori (scadenza originaria, vita residua e valuta),  si evince che al 31 dicembre del 2021 il debito pubblico italiano è pari a 2.678,4 miliardi di euro. L’aumento in valori assoluti è di 104,9 miliardi rispetto a fine 2020 (quando era pari al 155,6% del PIL); aumento che si riflette sia sull’incremento di fabbisogno delle amministrazioni pubbliche per 92,1 miliardi di euro, sia sull’incremento di 5 miliardi di euro delle disponibilità liquide del Tesoro (che ammontavano a 47,5 miliardi di euro).

Il debito consolidato delle amministrazioni centrali è pari a 2.591,1 miliardi di euro, con un aumento di 102,4 miliardi di euro rispetto all’anno precedente. Quello delle amministrazioni locali è pari a 87,2 miliardi di euro con un aumento annuale di 2,5 miliardi di euro. Il debito degli enti di previdenza è rimasto sostanzialmente stabile. La durata media del debito è pari a 7,6 anni (in aumento rispetto ai 7,4 di dicembre 2020). Così come la quota del debito detenuta dalla Banca d’Italia è cresciuta del 3,7% a causa dei maggiori acquisti di titoli pubblici nell’ambito dei programmi decisi dall’Eurosistema, attestandosi al 25,3% rispetto al 21,6% di dicembre 2020. Sempre a dicembre 2021 le entrate tributarie annue contabilizzate secondo i flussi di cassa dalla Banca d’Italia sono pari a 479,7 miliardi di euro, con un incremento del 10,9% rispetto a quelle del 2020 (dati che non tengono conto dei circa 1,2 miliardi di euro relativi ai ‘fondi della riscossione’).

Cala il rapporto debito/PIL

Il Governatore della Banca d’Italia, intervenendo nei giorni scorsi al Forex di Parma, ha affermato che, dopo la frenata degli ultimi mesi, “dalla prossima primavera con il progressivo miglioramento del quadro sanitario l’economia italiana dovrebbe riacquistare vigore” e la crescita del PIL proseguire nel corrente anno attestandosi intorno al 4% per poi mantenere questo trend, anche se in modo più attenuato, nei successivi due. La crescita del PIL italiano ha innescato un meccanismo “virtuoso” che ha portato nello scorso anno, pur in presenza di un incremento in valore assoluto del debito pubblico, ad una riduzione del rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo. Rapporto che probabilmente (siamo ancora in attesa dei dati definitivi che saranno resi noti a inizio marzo) si attesterà alla fine del 2021 intorno al 150%, un livello nettamente inferiore a quello contenuto nelle previsioni ufficiali e che fa ben sperare sulla sostenibilità del debito da parte del sistema Paese nel medio lungo termine.

Secondo il Governatore il nostro sistema bancario in questa fase è caratterizzato da una buona solidità, la qualità del credito è in costante miglioramento grazie anche alle importanti misure di garanzia messe in campo dallo Stato, per fronteggiarne il deterioramento (dovuto alla mancanza di redditività e di liquidità del sistema economico causati della crisi pandemica). I limitati casi di fragilità riguardano principalmente banche di dimensioni medio-piccole con un modello di attività tradizionale. Per quanto riguarda l’opportunità di varare ulteriori interventi pubblici di sostegno all’economia, il Governatore si è dichiarato contrario all’adozione di nuove misure di stimolo e di sostegno generalizzato mentre ritiene condivisibili ed opportune eventuali misure, sia nel breve sia strutturali, finalizzate alla riduzione del costo dell’energia e al sostegno a particolari settori ritenuti strategici per il nostro Paese.

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Cosa serve ora

In definitiva per provare ad uscire dalla ennesima crisi economica, innescata dalla pandemia, oltre a superare definitivamente la fase emergenziale il nostro Paese ha bisogno certamente di tutte quelle riforme strutturali previste nel PNRR (collegamenti stradali, ferroviari e linee di comunicazione carenti sono tutti “minus” che ci rendono meno attrattivi rispetto ai nostri competitori europei) volte a colmare il gap esistente in molte aree produttive o ad alta vocazione turistica. Servono inoltre sostegni mirati ad alcuni settori dell’economia nazionale, ma a nostro avviso questo non è sufficiente ed emerge con grande evidenza che servirebbe anche altro. Tra cui alcune scelte di carattere strategico ineludibili e indispensabili per guardare al futuro con fiducia.

Tra queste vi è certamente, in una fase di estrema difficoltà per le nostre aziende negli approvvigionamenti e nella gestione delle filiere produttive fortemente delocalizzate, quella di adottare un vero e proprio piano straordinario di rimpatrio produttivo che miri a riportare sul territorio nazionale buona parte delle attività produttive di filiera delocalizzate e a favorire anche l’insediamento di nuove attività nei nostri distretti. Ci sarebbero evidenti benefici in termini di creazione di nuovi posti di lavoro, di maggiori redditi disponibili e del conseguente incremento delle entrate tributarie. Avremmo inoltre crescita del PIL, fattore fondamentale per sostenere il nostro pesante debito pubblico.

Oltre agli Stati Uniti, all’Inghilterra e al Giappone, anche alcuni Paesi europei stanno da tempo attuando importanti politiche di reshoring accompagnate da rilevanti stanziamenti di bilancio per supportare finanziariamente ed economicamente le aziende. L’Italia non può permettersi di restare ai margini lasciando l’iniziativa ai singoli imprenditori virtuosi, perché una volta insediate in un altro Paese (soprattutto se europeo) quelle aziende difficilmente potranno trasferirsi in futuro in Italia e, quindi, sono da considerare occasioni definitivamente perdute.

Per fare questo al nostro Paese serve un provvedimento complessivo a sostegno delle imprese italiane che hanno delocalizzato completamente o parzialmente la propria attività, come quello pubblicato dal nostro Centro Studi, basato sostanzialmente su 5 pilastri:

  1. Soggetto Pubblico Unico (per un chiaro e semplificato rapporto con la Pubblica Amministrazione);
  2. Patti fiscali (per la certezza dei rapporti fiscali con agevolazioni e accordi preventivi stabili nel tempo che garantiscano l’attrattività del nostro Paese);
  3. Patti previdenziali (per un costo del lavoro che sia competitivo con gli altri Paesi UE ed extra UE);
  4. Patti territoriali (per l’ordinato sviluppo economico del territorio, il recupero di aree industriali dismesse e l’accesso a strumenti regionali di sostegno alle attività rientrate);
  5. Riforma del rito delle imprese (per la chiarezza, la velocità di una giustizia al passo con altre giurisdizioni straniere).

Siamo convinti, anche per i riscontri e le analisi storiche effettuate sulle esperienze di altri Paesi quali ad esempio gli Stati Uniti, che nel medio-lungo termine un provvedimento di questa portata, se sufficientemente finanziato, potrebbe risultare estremamente efficace ed importante per mantenere l’economia italiana in salute ed i conti in ordine, specie quando verrà meno la sospensione e torneranno in vigore le stringenti regole del patto di stabilità europeo. In quella fase un ulteriore incremento strutturale del PIL e delle entrate tributarie sarà fondamentale per riuscire a rispettare i parametri europei.

In conclusione il reshoring, se ben impostato e finanziato, è una scelta assolutamente strategica per il futuro del sistema produttivo nazionale e dell’intera economia italiana.

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Per il Centro Studi Machiavelli è responsabile del programma di ricerca su "Reshoring e rilocalizzazione d'impresa". Laureato in Economia (Università degli Studi di Firenze), Dottore Commercialista, Revisore legale e socio fondatore di uno Studio professionale specializzato in consulenza societaria e fiscalità nazionale ed internazionale.