di Alfonso Piscitelli

Moral Majority”: gli strateghi della campagna elettorale di Trump hanno tirato fuori dal cilindro della storia del Novecento questa formula che sembra calzare a pennello sulla sagoma di un presidente inviso all’élite, ma capace di suscitare consensi sotto la superficie delle onde mediatiche. Infatti uno dei manifesti pro-Trump mostra un iceberg: come dire che il grosso della massa di manovra trumpiana naviga sott’acqua, non percepita dai radar dei sondaggisti. Chi ha concepito il riferimento alla “maggioranza silenziosa” non deve essere molto sensibile alle superstizioni, dal momento che la formula fu uno slogan consacrato da un grande sconfitto della storia americana: quel Nixon a cui molti vorrebbero accostare Trump…

Il concetto nasceva negli USA alla fine degli anni ’60 ed esprimeva un giudizio di valore positivo per i ceti medi produttivi, lontani dal clima frenetico di certi ambienti metropolitani, e che con il loro lavoro e le loro tasse, si sottolineava, generano la ricchezza della nazione e sorreggono l’apparato dello Stato.

“Maggioranza silenziosa” appunto perché estranea a forme di politicizzazione vistosa eppure presente all’appuntamento delle urne se opportunamente sollecitata. Nixon utilizzò ufficialmente l’espressione nel 1969, invocando l’appoggio della larga maggioranza di americani che non condivideva le idee radicali degli studenti – spesso espressione dell’alta borghesia – e le loro proteste nei campus.

L’espressione fu ripresa da Reagan, ma un riferimento al concetto di maggioranza nazionale il cui consenso sovrasta le agitazioni di minoranze ben organizzate era implicito nell’appello che rivolse De Gaulle all’elettorato francese all’indomani della contestazione del Sessantotto.

In Italia il movimento della maggioranza silenziosa si sviluppò all’inizio degli anni Settanta e rappresentò una esperienza nello stesso tempo interessante e incompiuta. I variegati esponenti della maggioranza silenziosa cercarono di recuperare i simboli unitari della tradizione nazionale (la Bandiera Tricolore in luogo dei simboli partitici, il “Va’ Pensiero” come inno) esprimendo una netta opposizione all’ideologia totalitaria comunista nelle sue varianti tardosovietiche, tosco-emiliane e maoiste; ma anche l’aspirazione ad andare oltre la stasi del nostalgismo di estrema destra. Se la Maggioranza Silenziosa scendeva in piazza era per affermare “la presenza dell’Italia che lavora, produce, paga, forma la maggioranza silenziosa degli italiani che vogliono ordine nella libertà e nel progresso sociale, e libertà nel progresso e nell’ordine” (vedi Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992).

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Tra i promotori originari il democristiano De Carolis, il missino Bonocore; novità significativa fu l’adesione di liberali e monarchici, repubblicani e socialdemocratici, anche del socialista Pillitteri: in pratica si prospettava un “arco nazionale” che univa tutte le forze di ispirazione nazionale-liberale-produttiva al di là dello stesso centro-destra.

La maggioranza silenziosa si arenò sugli scogli, sbattuta dalla tempesta degli Anni di Piombo. I fatti del “Giovedì Nero di Milano” del 1973, con l’omicidio del poliziotto Antonio Marino, furono la pietra tombale sul tentativo di creare un movimento di piazza che avesse un solido radicamento borghese e nello stesso tempo non avesse “nemici a destra”; ma già in precedenza la possibilità di affermarsi della “maggioranza silenziosa” era seriamente limitata da una contraddizione: il tentativo di Giorgio Almirante di monopolizzare la piazza “anticomunista” dava fatalmente a quella piazza un connotato ideologico molto “caldo” – inconciliabile con le posizioni moderate e “costituzionali” di altri soggetti partecipi – ma d’altra parte in quel momento storico era difficile riempire le piazze prescindendo dalla grande capacità di mobilitazione che comunque caratterizzava il partito della Destra Nazionale, guidato dall’ex capo gabinetto del Ministero della Cultura Popolare della Repubblica Sociale Italiana.

E tuttavia l’impulso di base della maggioranza silenziosa era destinato a risorgere: nella sostanziale ostilità di tanti italiani alla formula del compromesso storico cattocomunista, nella approvazione della svolta d’ordine della Legge Reale, nella malcelata simpatia per i metodi con cui Cossiga liquidò i moti del Settantasette e Dalla Chiesa chiuse la stagione delle BR, e in maniera ancora più esplicita nella Marcia dei Quarantamila che a Torino segnò il passaggio dagli Anni di Piombo agli Anni Ottanta… quelli che per D’Agostino erano gli anni del riflusso e dello “edonismo reaganiano”.

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Reagan in America fu espressione vincente della maggioranza silenziosa, col suo anticomunismo esplicito, la volontà di portare fuori l’America dallo psicodramma del Vietnam, di dare ai ceti medi produttivi ciò che essi invariabilmente chiedono: meno tasse, meno burocrazia.

Che ne è oggi della maggioranza silenziosa? La novità è che essa grazie ai social è diventata poco “silent”, molto comunicativa e questo ha generato sconcerto nei “padroni del discorso” politicamente corretto.

Ancora una volta l’America è un crocevia per sondare la forza della “maggioranza silenziosa” in questo momento storico: esiste una maggioranza silenziosa che assiste sconcertata dall’autocolpevolizzazione che i Democratici vorrebbero imporre – con inconsapevole razzismo – all’intera popolazione mondiale di pelle bianca? Più nello specifico: esiste una borghesia afroamericana non disponibile a lasciarsi coinvolgere dall’estremismo a tratti surreale dei “tagliatori di statue”? Risposte significative, anche se non definitive arriveranno a inizio novembre di questo anno.