di Vanessa Combattelli

Si può parlare di White Privilege nel XXI secolo?

La morte di George Floyd ha infiammato le strade americane che, ben presto, sono diventate palcoscenico di furti e attività criminose; diversi sono stati gli appelli lanciati e raccolti, portando alla ribalta l’irrisolto fardello dell’uomo bianco, l’ottica inversa del significato coloniale per cui oggi v’è un senso di responsabilità ereditato nei confronti delle popolazioni colonizzate. Responsabilità che in tempi coloniali veniva declinata come impulso allo sviluppo di queste popolazioni e delle realtà in cui vivevano, mentre oggi viene interpretata come senso di colpa per il proprio passato e un conseguente obbligo a pagare riparazioni: welfare e privilegi a pioggia sui Paesi sottosviluppati che spesso hanno solo l’effetto di arricchire classi dirigenti corrotte.

I diversi media ed influencer più seguiti hanno infatti dato vita ad un vero e proprio tam tam contro il famigerato “White Privilege“: anche cantanti e attori in vista non hanno perso occasione per schierarsi ed orientare di rimando le battaglie dei propri seguaci. Sicché è venuto spontaneo chiedersi esattamente cosa sia questo White Privilege, perché se ne parla tanto e soprattutto se ha davvero senso portarlo alla ribalta nel XXI secolo.

Occorre partire da un presupposto fondamentale: qualsiasi persona che prenda parola su questi temi senza considerare il background socio-economico e storiografico degli Stati Uniti e delle società coloniali e postcoloniali in Africa, nelle Americhe e in Asia, commette un errore profondissimo poiché tenta di applicare facili schematismi e dicotomie dove si hanno da un lato oppressi e dall’altro oppressori.

La base storica

Lo scenario storico da cui bisogna iniziare è quello dei sistemi costruiti nelle società coloniali: abbiamo diversi esempi che si sono realizzati nel corso della Storia, tra questi appunto l’America.

Nell’immediato insediamento nel Nuovo Continente si sono affermate diverse élite locali dei primi colonizzatori che strutturavano il sistema economico e sociale in vista dei loro interessi. Questo implicava che le comunità autoctone o importate – come gli schiavi e i meno conosciuti indentured servants, europei che venivano ridotti in condizione di semi-schiavitù – fossero gestite con abili politiche di divide et impera, in particolare solleticando con la “solidarietà di razza” i ceti medio-bassi bianchi.

L’economia delle colonie americane prima della Rivoluzione Industriale si basava sull’agricoltura di piantagione, spesso orientata all’esportazione, che trovava nel Sud degli Stati Uniti la sua punta di diamante con la produzione intensiva di cotone. Era richiesta una forza-lavoro che scarseggiava soprattutto per motivi sanitari, in quanto nei climi acquitrinosi del Sud serpeggiava la malaria che colpiva europei e nativi americani. Ciò spinse all’importazione di schiavi africani, in particolare dall’area occidentale dove, essendo la malaria endemica, avevano sviluppato un tipo di resistenza maggiore. Questo si traduceva nella nota tratta degli schiavi – che non fu affatto appannaggio esclusivo delle Potenze europee, le quali entravano in possesso degli schiavi solo come ultimi destinatari – ponendo le sue fondamenta su accordi tra i regni africani stessi, numerosi mercanti arabi e solo infine e in parte i colonizzatori. Ricordiamo che il sultanato ottomano fece ampio uso degli schiavi africani, per motivi di produzione e bellici, il che fa vacillare la narrazione di una schiavitù “creata dai bianchi”.

L’economia dell’Africa occidentale ruotava da secoli intorno al commercio di schiavi catturati in guerra e uno degli esempi più celebri di questo fatto è l’imperatore del Mali Mansa Musa, vissuto a cavallo tra il ‘200 e il ‘300 (quindi ben prima del colonialismo) e considerato l’uomo più ricco della Storia. La gran parte delle vittime di questa tratta furono africani subsahariani, ad opera degli stessi regni africani che erano ben felici di comprare armi e manifatture europee in cambio di schiavi. Il commercio europeo degli schiavi, infatti, si inseriva in un circuito che era solo periferico rispetto al cuore della tratta, orientata e gestita dagli Stati barbareschi e dall’Impero Ottomano.

Passando all’America, com’è noto, ci fu una netta divisione tra Nord e Sud a causa della schiavitù: infatti nell’area meridionale la fonte maggiore di ricchezza era rappresentata dai campi di cotone e questi venivano coltivati soprattutto dagli schiavi; di conseguenza, abolire la schiavitù o scoraggiarla era ragione di perdita economica per gli Stati del Sud. Al contrario il Nord, con il suo focalizzarsi sulla manifattura e la finanza, si sentiva minacciato dall’espansione di un istituto come quello schiavista che negava il principio stesso dell’ideale americano del free labour, il diritto all’autodeterminazione economica. Questo fattore, unito a due profondamente differenti vedute sui dazi commerciali fra il Nord protezionista per le industrie e il Sud di libero mercato per l’esportazione, portò alla guerra.

Con la guerra civile, pur essendo stata abolita la schiavitù, negli Stati del Sud rimase il disprezzo verso la comunità afroamericana, vista ora come pericolosa concorrenza per i ceti medio-bassi bianchi, cosa che portò all’introduzione delle leggi segregazioniste che contribuirono a impedire il pieno sviluppo di queste minoranze nel Sud. Esattamente per le ragioni sociali e storiche già descritte, durante l’inizio della seconda parte del Novecento vi furono delle visibili divisioni etniche che non riguardavano soltanto gli afroamericani, ma anche gli immigrati europei – come ad esempio gli italiani – che tentavano di trovare il proprio Sogno Americano nel nuovo Continente.

 

Le politiche dell’Affirmative Action

I ghetti hanno costituito un limite per lo sviluppo socioeconomico delle minoranze che li abitavano e rimangono tutt’ora una delle questioni irrisolte in America sia dal punto di vista economico che culturale. Con la presidenza Johnson e le politiche dell’Affirmative Action, orientate per l’appunto a favore delle minoranze, assieme al sistema dei sussidi ed aiuti economici, si è tentato di porre fine al segregazionismo del Sud e di fare uscire gli afroamericani dal ghetto, ottenendo però risultati ambivalenti.

Sebbene la stratificazione sociale ed economica dell’America odierna sia molto diversa da quella del passato, bisogna riconoscere che oggettivamente alcuni strascichi continuino a persistere. Tale conseguenza evidenzia il fallimento dei programmi democratici di Affirmative Action e di ricorso unicamente a politiche di sussidi, cosa che non consentirebbe a queste comunità di sviluppare delle solide basi economiche, visto che perpetuerebbe la dipendenza degli afroamericani dagli aiuti concessi dal governo federale, come illustrato dall’economista afroamericano Thomas Sowell.

Converrebbe che gli attivisti (e non solo) spiegassero esattamente cosa intendano per White Privilege, perché ogni qualvolta che ciò viene chiesto si ottengono risposte contraddittorie: soprattutto tra i più giovani risulta soltanto ragione di far protesta, come già è accaduto durante gli scioperi per il #ClimateChange. Considerata la base storica su cui la società americana si regge, non stupisce che culturalmente si siano creati degli attriti tanto forti che però subiscono un vero e proprio revisionismo che rasenta la base razziale all’inverso. Le politiche dell’Affirmative Action hanno creato paradossi sociali che – senza agire sulla base del problema ma soltanto cambiando quella apparente – perpetuano una visione della società divisa e tesa, rovesciando il concetto del “fardello bianco”: il bianco oggi è il capro espiatorio di ogni male, e per questo deve pagare.

 

In definitiva, si può parlare davvero di White Privilege oggi?

L’unico privilegio realmente quantificabile su questo mondo, e che è anche de facto dimostrabile, è legato allo status economico: maggiori sono le tue disponibilità economiche, maggiori sono le opportunità che hai in società e difficilmente incontrerai ostacoli o situazioni contraddittorie e rischiose per te. Chi invece vede il White privilege nella disparità di reddito tra afroamericani e bianchi non solo ignora la storia americana – ad esempio, a fine Ottocento anche europei come irlandesi e italiani erano considerati cittadini di serie B e non rari furono i linciaggi e atti di discriminazione subiti –  ma non spiegherebbe neppure come mai altre comunità “oppresse”, come quella ispanica e soprattutto quella asiatica, non abbiano la stessa condizione socioeconomica degli afroamericani. Se vi fosse realmente un razzismo sistemico capace di favore automaticamente i bianchi, non dovremmo vedere gli asiatici raggiungere i medesimi livelli di reddito e di benessere se non, in diversi casi,  superiori.

Affinché possa esserci un sincero cambiamento è necessario studiare la realtà e lavorare con precisione sulle cause della disparità economica. Sfruttare invece l’eco dell’antirazzismo per saccheggiare o indossare la veste di rivoluzionario d’altri tempi fa soltanto parte di una lettura ideologica e faziosa che non risolverà alcun problema, bensì porterà certe tensioni a incancrenirsi, come mostra il fallimento dell’Affirmative Action. La discriminazione “positiva” ha mostrato i suoi limiti, serve dunque proporre soluzioni che adottino non l’ottica delle “riparazioni” verso presunte colpe collettive, ma quella di riuscire a conferire a tutti le medesime opportunità attraverso la prospettiva giusta e sinceramente antirazzista del merito.

Vanessa Combattelli

Praticante giornalista, fondatrice di "GiovaniADestra.it" e consigliere comunale di Popoli.