di Davide Lanfranco

Detesto la grande bellezza; ma non il film. Invece la pellicola vincitrice del Academy Award of Merit, pur non essendo io un “sorrentinista”, mi è anche piaciuto, anche se non lo considero un capolavoro del cinema. Detesto invece la grande bellezza italiana, intesa come patrimonio artistico, luoghi, natura, eleganza e storia del Belpaese.

L’ho capito qualche giorno fa, ascoltando le parole del Re Sole all’apertura degli Stati Generali a Villa Pamphili. Nel suo discorso il Presidente del Consiglio Conte, in linea con quanto detto in occasioni simili da suoi illustri predecessori o da svariati ministri della Seconda Repubblica (a naso ricordo Silvio Berlusconi, ma dimentico molti altri), ha illuminato i privilegiati uditori rivelando, con espressione solenne e sguardo sognante, che, per uscire dalla crisi economica generata dalla pandemia “l’Italia vuole investire nella bellezza”. È chiaro che si riferisse, anche lui e per l’ennesima volta, alla grande bellezza artistica e paesaggistica consegnate a noi italiani dalla storia e dalla casualità.

Come già detto, io però ho capito che, da oggi, non posso non detestare la grande bellezza di cui parlano lor signori e non solo perché detesto, per mia indole, tutti gli eccessi di retorica (che sia patriottica, religiosa o resistenziale). Detesto la grande bellezza italica perché considero il rimando ad essa come un’insopportabile “carrellata di fuffa” usata troppo spesso dalle alte sfere del nostro Paese per “intortare” noi sudditi ossequiosi, quando non si ha nulla da dire o si vogliono eludere le problematiche conseguenze di determinate situazioni politiche ed economiche (come quelle che stiamo vivendo e vivremo).

Secondo chi ci guida, noi italiani dovremmo quindi sentirci rispettati ed ascoltati in Europa e nel mondo, non per quello che valiamo e contiamo come nazione oggi, ma perché, per esempio, un grande scrittore di Reggio Emilia nel 1500, ben prima di Armstrong su una banale navicella a Stelle e Strisce, mandò sulla Luna Astolfo a recuperare il senno di Orlando impazzito d’amore per la bella Angelica. E perché mai poi? Ludovico Ariosto compose l’Orlando Furioso, precedendo nell’allunaggio i rozzi cowboys, ormai cinque secoli fa; mica è stato fatto da qualche ineffabile commissario straordinario oggi, tra un una filippica motivazionale ed un videomessaggio su facebook.

Detesto la grande bellezza perché è la foglia di fico di una delle classi dirigenti più impreparate ed incolte della storia repubblicana (a dire il vero in buona compagnia delle classi dirigenti di altri Paesi occidentali). Mi spiegate come diavolo si fa a pensare che ministri od alti funzionari dello Stato italiano, i quali ogni tre parole piazzano, pure quando illustrano provvedimenti normativi in Parlamento, orribili inglesismi tipo “smart working“ “job act” o “briefing”, possano essere considerati i degni eredi di chi è riuscito a descrivere con l’inchiostro addirittura tutto “l’infinito” appollaiato su di un “ermo colle” delle Marche ?

Detesto Michelangelo Buonarroti che ha dipinto la fine del mondo e il paradiso tutto dentro la volta di una chiesa. Come può aver calpestato la stessa terra su cui ora si erigono orribili cattedrali moderniste che sono talmente brutte e lontane dallo spirito religioso che farebbero diventare ateo pure quel sant’uomo di Aurelio Agostino d’Ippona?

Detesto la grande bellezza perché l’eccesso di spiagge bagnate da acque cristalline e boschi di profumate conifere ha consentito a noi di eleggere, a cuor leggero, assessori e sindaci caproni che hanno spesso deturpato e massacrato, con una vergognosa speculazione edilizia, paesaggi incantevoli.

Detesto la nostra storia lunga e articolata che, complice la diffusa ignoranza e la sudditanza dei nostri ceti intellettuali verso le mode che provengono dall’estero, porterà (spero comunque di no), nella nostra indifferenza, ad abbattere le statue del più grande statista italiano di ogni epoca, Camillo Benso Conte di Cavour, perché correo silenzioso delle stragi delle truppe piemontesi nel Regno delle Due Sicilie, o il busto del Sommo Poeta al Pincio perché collocò nell’Inferno, discriminandoli, i sodomiti.

In poche parole detesto la grande bellezza perché mi ricorda cosa siamo stati e mi rinfaccia cosa siamo ora. Detesto la grande bellezza che ci fa dare per scontate le opere d’arte che ci circondano e non ci fa imbestialire quando l’entrata “all’altro Colosseo”, ovvero l’Anfiteatro di Capua, sembra l’ingresso di un supermercato etnico di periferia. Forse, pur essendo avversario strenuo di costoro, mi potrei unire agli sfascia-monumenti, se arrivassero come fenomeno di massa in Italia. Ma non per rivendicare una battaglia politica (che a me pare solo moda con venature teppistiche) ma per far desistere una buona volta chi occupa le posizioni di vertice della nostra Italia dall’improvvido utilizzo di un passato di cui siamo indegni eredi; che poi a ben vedere questo furbesco rimando al passato ed alla bellezza ha un unico fine, quello di coprire la pochezza dell’oggi.

Davide Lanfranco

Laureato in Sociologia (Università La Sapienza di Roma) con Master in Economia e Finanza degli Intermediari Finanziari (Università LUISS). Da vent’anni lavora per lo Stato Italiano nel settore delle Forze di Polizia.