di Davide Lanfranco

Più o meno in questi stessi giorni, ma di quarantasette anni fa – per la precisione il 17 dicembre 1973 – un ragazzo molisano di vent’anni moriva a Fiumicino: si chiamava Antonio Zara. Quindici anni fa invece, nella notte terribile del 4 novembre 2005, perdeva la vita vicino Torino un ragazzo romano di trent’anni, Francesco Salerno. Cosa hanno in comune questi due giovani uomini morti a così tanta distanza di tempo, al punto che sarebbero potuti essere padre e figlio?

Le modalità della morte innanzitutto: sono morti di morte violenta tutti e due. Le circostanze della morte poi: sono deceduti mentre lavoravano. La divisa che indossavano infine: entrambi erano appartenenti alla Guardia di Finanza.

antonio zara

Antonio Zara

Antonio Zara quando morì prestava servizio alla Compagnia Speciale di Sicurezza dell’aeroporto “Leonardo da Vinci” di Fiumicino. Ce lo avevano mandato dopo la fine del corso d’addestramento a Mondovì. Il giovane finanziere fu ucciso da un gruppo di terroristi palestinesi che, quel maledetto 17 dicembre, dopo aver lanciato due bombe dentro un aereo della Pan Am sterminando trenta persone, si erano impadroniti di un aereo della Lufthansa che stava per decollare e ne avevano preso in ostaggio i passeggeri. Zara, resosi conto dei fatti, cercò di fermare i terroristi sulla pista prima che salissero sull’aereo della Lufthansa, ma venne falciato da una raffica di mitra alle spalle. Era a Fiumicino da pochi mesi, svolgeva servizio doganale e non era un certo un “rambo”, ma fece il proprio dovere senza pensarci su troppo. I terroristi palestinesi riuscirono a fuggire e fecero perdere le loro tracce rifugiandosi, probabilmente, in qualche Paese arabo.

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La strage sarebbe collegata al fallito attentato del 1972 ad Ostia e il Governo italiano del tempo, secondo alcuni storici, non volle davvero assicurare alla giustizia i criminali per paura di nuovi attentati ed in ottemperanza al cosiddetto Lodo Moro (patto segreto tra Stato Italiano ed OLP). Di certo il finanziere Zara si comportò con onore e senso del dovere, i vertici dello Stato italiano forse no.

francesco salerno

Francesco Salerno

Francesco Salerno aveva un po’ più anni di servizio di Zara ed era un ATPI o, come si dice in gergo, un Basco Verde della GDF. Lavorava a Torino e si occupava del contrasto allo spaccio di sostanze stupefacenti. Quella notte infame lui ed altri Baschi Verdi avevano intercettato un’auto su cui viaggiavano alcuni cittadini stranieri che portavano un borsone con sette kg di hashish. Due dei malviventi provarono la fuga a piedi. Francesco Salerno, nel tentativo di bloccare uno dei due, attraversò la linea ferroviaria che passava vicino Brandizzo e venne investito ed ucciso da un convoglio ferroviario di passaggio.

L’inchiesta giudiziaria che ne seguì sancì che si trattò di una terribile incidente, ma non senza che prima, beffa delle beffe, uno dei colleghi-amici di Salerno dovesse pure subire l’onta dell’accusa di omicidio, da cui uscì scagionato. Inchiesta strana e di difficile comprensione, con decine di indagati compresi, oltre ai colleghi dell’appuntato, macchinisti e dipendenti di Trenitalia accusati di omissione d’atti d’ufficio e attentato alla sicurezza sui trasporti. Alla fine a giudizio ci andò solo un macchinista per aver compilato irregolarmente il foglio di viaggio. Quello che è certo è che Francesco Salerno è morto mentre faceva il suo lavoro, ovvero fermare quei delinquenti che riempiono le cronache dei giornali nazionali e locali.

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Cosa resta oggi di Zara e Salerno? Cosa resta di questi due ragazzi in divisa? Di questi due lavoratori che hanno dato la vita per la Repubblica? Due medaglie al valore. Un giardino pubblico e alcune vie a loro nome. Due caserme, una motovedetta ed un Corso ATPI sempre a loro intitolati.

Rimane poi, molto più importante, il ricordo di amici, parenti e colleghi ed un bell’esempio di vita. Da quello che mi è stato raccontato erano due persone normali che non volevano certo morire da eroi o martiri. Due lavoratori che volevano solo fare quello per cui venivano pagati con serietà e coscienza.

Perché ricordarli? Perché ci infiliamo in queste strane feste con pochi parenti a tavola e senza incontri con amici che però riprenderemo presto, mentre i loro cari passeranno un altro Natale senza Antonio e Francesco.
Perché finita questa sospensione della vita avremo ancora bisogno di persone che facciano il proprio dovere contro nemici violenti e feroci verso i quali non basterà il vaccino Pfizer o Moderna.
Infine perché un grazie ed un pensiero a chi non c’è più non è mai di troppo.

Laureato in Sociologia (Università La Sapienza di Roma) con Master in Economia e Finanza degli Intermediari Finanziari (Università LUISS). Da vent’anni lavora per lo Stato Italiano nel settore delle Forze di Polizia.