di Luca Marcolivio

Proprio mentre in Italia ferve il dibattito sul ddl Zan e sull’omofobia, al di là dell’oceano un incredibile episodio ha creato scompiglio nella comunità lgbt canadese. La vicenda personale di Amanda Jetté Knox è emblematica di quanto, sorprendentemente, i più acerrimi nemici di omosessuali e transgender, in tutte le cinquanta e più sfumature di arcobaleno, siano gli stessi attivisti lgbt. La storia della Knox è anche rivelatrice di una realtà scomoda e amara per le vestali del politicamente corretto: compiere una scelta di vita “alternativa”, perseguendo una libertà senza limiti, non conduce certo alla felicità, semmai aggiunge inquietudine a inquietudine. È significativo che a scatenare gli haters contro la povera Amanda sia stata un’unica colpa fondamentale: era – o meglio appariva – troppo felice. E il suo stile di vita era quasi sobrio e “normale”.

La scrittrice e blogger canadese è diventata nota, alcuni anni fa, per due fatti che hanno stravolto la sua vita, trasformandola in un’icona lgbt: nel 2014 il figlio Alexis, a soli undici anni, fa il suo outing come “ragazza transgender”; due anni dopo, nel 2016, il marito Mark confessa ad Amanda di “sentirsi” donna anche lui e, poco tempo dopo, inizia a mostrarsi pubblicamente assieme a lei in abiti femminili. Tutte queste esperienze sono state raccolte da Amanda Jetté Knox nel suo libro Love Lives Here. A Story of Thriving in a Transgender Family e nel suo blog.

Alla fine dello scorso anno, la Knox si era distinta per le sue critiche a J.K.Rowling, l’autrice della saga di Harry Potter, che si era spesa a difese di una femminista, in opposizione agli lgbt. Proprio nelle ultime settimane in cui la Rowling, per motivi assai simili, è nuovamente nell’occhio del ciclone, la Knox è stata vittima di aspre critiche su Twitter, in particolare ad opera di Gwen Benaway, poetessa transessuale canadese che aveva iniziato a insinuare dubbi sulla “purezza” dell’identità lgbt della stessa Knox, associandola ad una serie di espressioni dal prefisso “cis” (“cis-innocenza”, “cis-privilegio”, “cis-fragilità”), quasi ad indicare un essere “al di qua” della condizione di transgender, assolutamente contigua ma non abbastanza integrale e inequivocabile nella sua essenza. Rimasta biologicamente donna e avendo trasmesso nei suoi scritti una parvenza di serenità familiare (pur nell’assoluta stravaganza del suo status affettivo), Amanda Jetté Knox, evidentemente, non aveva un’immagine sufficientemente radicale, in grado di portare realmente acqua al mulino della sua comunità di appartenenza. Quanto bastava per risvegliare l’inferno della fragilità interiore che albergava nella Knox, i cui traumi giovanili si erano bruscamente risvegliati.

Erano seguiti la chiusura del profilo Twitter della scrittrice canadese e il suo tentativo di suicidio a metà maggio. Ai primi di giugno, ripresasi dal trauma, la Knox ha parlato a cuore aperto sul suo blog: “Ancora non riesco a credere a quello che mi è successo. Non tornerò più quella di prima. […] Questa storia mi ha cambiata per sempre”. In seguito, comunque, sul suo profilo Facebook, ha confermato il dissenso verso le posizioni di J.K.Rowling: “È importante – scrive Knox – che la gente comprenda perché una persona che si proclama femminista possa danneggiare notevolmente la comunità trans”. Questo e altri suoi post confermano il suo rinnovato ardore per la causa arcobaleno.

La vita personale e l’anima delle persone possono scuotersi e cambiare radicalmente. Le idee, no, quelle sono dure a morire.

Luca Marcolivio

Saggista e giornalista professionista, è accreditato alla Sala Stampa della Santa Sede dal 2011. Direttore del webmagazine di informazione religiosa "Cristiani Today", collabora con "La Nuova Bussola Quotidiana" e "Pro Vita & Famiglia". Dal 2011 al 2017 è stato caporedattore dell’edizione italiana di "Zenit".