di Emanuele Mastrangelo

 

Nel 2016 la tripletta dell’elezione di Trump, della Brexit e del “no” al referendum Renzi-Boschi ha fatto correre un brivido di gelo dietro parecchie schiene. Da quel momento si è iniziato a gridare che esisteva un “allarme” determinato dalle “false notizie” che circolerebbero in rete. Un allarme che è tutto condensato nella frase della corrispondente RAI Giovanna Botteri: “L’elettorato ha creduto a Trump e non alla stampa”, vera e propria ammissione di aver perduto il monopolio nella diffusione delle idee che formano la coscienza (più o meno falsa) della collettività.

Internet ha reso possibile la rottura di questo monopolio: nel caso dell’elezione di Trump le fughe di documenti riservati, il libero dibattito sui social, un pugno di ragazzini armati di sarcasmo feroce con i loro meme sono riusciti ad aver ragione dell’intero blocco della stampa che, come la stessa Botteri aveva ammesso candidamente, era interamente schierato contro il candidato repubblicano. Non sembrò quindi un caso che pochi mesi dopo in Europa – scossa dal referendum sulla Brexit – si iniziasse a parlare di “regolamentare internet”, proponendo una serie di leggi sul diritto d’autore che, se fossero state approvate, avrebbero avuto l’effetto “collaterale” proprio di impedire la produzione e la diffusione online dei meme. Poco tempo dopo in Italia si accese il dibattito sulle “bufale”. In particolare attorno alla questione dell’immigrazione clandestina e degli sbarchi. Nel giro di qualche mese si formò una coalizione di “cacciatori di bufale” (già all’opera in particolare contro i no-vax, a partire dalla prima metà degli anni ’10).

La galassia dei “cacciatori di bufale” andò a costituire uno dei due bracci di una tenaglia contro la libertà di espressione su internet. L’altro è rappresentato dalla questione dei cosiddetti “discorsi d’odio”, già presi a pretesto per la costituzione della cosiddetta “commissione Segre” lo scorso anno. Entrambe queste branche perseguono lo scopo di limitare la libertà di pensiero imponendo un recinto alle categorie, al lessico, alle narrazioni e alle informazioni a disposizione del cittadino.

Con l’«emergenza coronavirus» si è presentata una nuova occasione per questo disegno. L’inevitabile accozzaglia di notizie o consigli fasulli (come ad esempio “bere candeggina può curare”) ma anche i dissapori, le rivalità, i protagonismi in seno alla comunità scientifica, uniti alla necessità di impedire la diffusione del malcontento per le ondivaghe politiche sin qui intraprese dal governo, ha spianato la strada a nuove forme di repressione. Ha iniziato l’associazione privata “Patto per la Scienza”, denunciando Vittorio Sgarbi per le sue opinioni espresse in un video (prontamente rimosso dagli admin di Facebook). Quindi, il 18 marzo, l’AgCom, l’Agenzia per le Comunicazioni, ha diramato un comunicato stampa nel quale si chiede ai social di rimuovere i video con informazioni false o “non corrette” o non diffuse da “fonti scientifiche accreditate”, chiedendo inoltre che gli autori di questi video vengano individuati e “segnalati”. Nel giro di pochi giorni si è quindi arrivati alla nuova commissione voluta dal sottosegretario con delega all’editoria Andrea Martella (PD).

La commissione – o task force come si preferisce chiamarla – raccoglie rappresentanti del Ministero della Salute, della Protezione Civile, dell’AgCom, un medico e infine giornalisti e “cacciatori di bufale”. Nelle intenzioni, la commissione dovrebbe occuparsi di “combattere le cattive informazioni, che potrebbero indurre a comportamenti scorretti, i quali a loro volta rischierebbero di indebolire le misure di contenimento del contagio in questa fase così delicata”. In pratica non è chiaro quali siano gli strumenti e il modus operandi della commissione, poiché – come nota Andrea Pruiti Ciarello della Fondazione Einaudi, “le notizie false […] quando non raggiungono il rilievo penalistico di cui all’art. 656 c.p. non devono essere combattute da un’autorità statale, perché altrimenti si rischia seriamente di incidere sulla libertà di espressione e di sfociare in uno stato autoritario”.

Di fronte alle alzate di scudi – fra cui la più notevole è stata quella della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni – il sottosegretario Martella – riferisce il quotidiano online “Il Secolo d’Italia” – è stato costretto a puntualizzare che la commissione “riveste un carattere temporaneo. Giustificato dalla fase emergenziale” per “contenere il pericolo che la disinformazione possa indebolire le misure di contenimento”. Inoltre la commissione non avrebbe “alcun potere di vigilanza. E tanto meno sanzionatorio o inibitorio”. La commissione Martella parte dunque subito azzoppata. E proprio mentre dovrebbe muovere i primi passi, dai suoi scranni giunge un assordante silenzio: quello sulla vicenda della disinformazione sull’attività del governo di Stoccolma operata dai quotidiani italiani e denunciate dall’ambasciata svedese in Italia in un post sulla sua pagina Facebook dello scorso 15 aprile, taggando “Corriere della Sera” e “Repubblica”. Il silenzio della commissione Martella su questa vicenda peserà senza dubbio sulla credibilità di sue future, eventuali prese di posizione.

Emanuele Mastrangelo

Emanuele Mastrangelo è redattore capo di "Storia in Rete" dal 2006. Cartografo storico-militare, è autore di vari libri (tra cui Wikipedia. L'enciclopedia libera e l'egemonia dell'informazione con Enrico Petrucci) e ha curato Eroi. 22 storie dalla Grande Guerra e Terra benedetta. Storie d'Italia e di italiani.