Come la Cina influenza la politica Usa | TRADER


La quarta “Regola per i radicali” di Saul Alinsky recita: “Obbliga il nemico ad essere all’altezza delle sue regole’’.  Dal finire degli anni ’80, una delle regole chiave del gioco chiamato “globalizzazione’’ è stata che le compagnie devono rispondere solo ed esclusivamente ai propri azionisti. Nessuna lealtà verso i propri paesi. In base a questa regola, un segmento enorme del settore manufatturiero occidentale si è progressivamente trasferito in Cina, per il giubilo appunto degli azionisti. Il 40% degli impiegati delle maggiori 500 compagnie americane vive al di fuori del paese, così come il 30% dei possessori di azioni.

Gli intellettuali occidentali, che hanno celebrato la fine della Guerra Fredda ubriacandosi di globalismo, hanno predicato negli ultimi decenni: “Con il progresso economico la Cina si democratizzerà’’, in base ad un male interpretato ma popolarissimo saggio di Francis Fukuyama. Tutt’ora si insiste su un modello che prevede la scomparsa delle nazioni in base al principio della libera circolazione di merci, servizi, persone e capitali. Trent’anni dopo, della democratizzazione della Cina non si vede traccia, sebbene il progresso economico ne abbia fatto una potenza mondiale.

Ora che il Presidente Trump sta cercando di rimediare al colossale errore della classe dirigente occidentale, potrebbe essere gia troppo tardi: la Cina ha imparato le regole del gioco e le sta utilizzando contro chi le ha create. Come? Ad esempio spendendo massicciamente nella lobbistica a Washington (8 milioni solo nel primo trimestre 2019) ma anche assumendo ex consiglieri di precedenti amministrazioni per influenzare la politica americana. Ad esempio Samir Jain, ex esperto di cyber-sicurezza sotto Obama, ora lobbista per Huawei.

Il governo cinese utilizza anche metodi piu raffinati per influenzare la politica americana. Uno dei metodi più comuni e quello di aizzare compagnie nominalmente americane contro lo stesso governo statunitense, sotto la minaccia di investigazioni per violazioni di leggi cinesi. Qualora questo non bastasse, si passa alla minaccia di escludere suddette compagnie dall’enorme mercato cinese dei consumatori, un elemento irrinunciabile per chi ogni tre mesi deve dimostrare dati di crescita al proprio azionariato.

Ecco quindi che i grandi amministratori delegati, da Apple a Daimler, abbassano la testa e lasciano passare i furti di tecnologie. Marriott licenzia impiegati colpevoli di aver messo un “like’’ su Instagram ad un gruppo separatista tibetano. Persino la NBA censura i propri giocatori nel caso si esprimano a favore dei musulmani dello Xinjiang.

La Cina non si nasconde: Gao Feng, portavoce del Ministro del Commercio Cinese, dichiara apertamente di sperare che le compagnie americane svolgano maggiore attivita di lobby presso il governo americano, difendendo i ”propri” interessi nella guerra commerciale. Wall Street e compagnia sono invitate a ricordare al presidente americano che la guerra commerciale genera incertezza e gli investitori vogliono sicurezza. Il patriottismo viene meno in nome di logistica, catene di fornitura, abbondanza di manodopera, specie se a basso costo.

Chi aveva celebrato con largo anticipo la ”fine della storia” ora si trova sotto scacco, incapace non solo di rimediare ai propri errori, ma anche di comprendere quelle regole da egli stesso create.


Trader è un professionista nel settore del commercio internazionale.